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Mondo, l’economia rischia la decelerazione

In attesa di una soluzione in Usa perfiscal cliff e debt ceiling, l’Eurozona è entrata in recessione per la seconda volta in tre anni. Il surplus della bilancia commerciale cinese e l’andamento dei prezzi del petrolio.
Nel corso del mese novembre, il prezzo del petrolio ha arrestato la discesa che si era manifestata nella seconda metà di ottobre: in particolare, il Brent – benchmark per il mercato europeo – ha invertito il trend ribassista sino a raggiungere i 111$/b mentre il Wti si è stabilizzato attorno agli 88$/b.
 
I fondamentali del mercato dell’oro nero continuano ad evidenziare la solidità dell’offerta corrente, nonché il rallentamento, nel medio periodo, delle prospettive relative all’incremento della domanda. Infatti, in ottobre l’Opec, al fine di compensare il calo dell’output nigeriano e le conseguenze dell’embargo imposto all’Iran, ha leggermente aumentato la propria quota di estrazione portandola sino a 31,15 milioni di b/g. Al contempo, la Federazione Russa, con 10,46 milioni di b/g prodotti, ha raggiunto un nuovo record dal crollo dell’Unione Sovietica, rafforzando così la propria leadership produttiva a livello mondiale.
 
Secondo le previsioni fornite dal report annuale del World Oil Outlook, la domanda di petrolio passerà dagli attuali 88,7 milioni di b/g ai 91,8 milioni di b/g nel 2015, ben un milione di b/g in meno rispetto alle stime di un anno fa; la causa principale di tale revisione risiede evidentemente nella crisi economica. A dispetto di tale aspettativa, è opportuno osservare come, nel medesimo rapporto, si quantifichi il prezzo del barile in crescita: da un range compreso tra gli 85/95$ al barile, indicato dodici mesi or sono, si è passati agli attuali 100$ al barile attesi nel 2015.
 
Probabilmente, ciò sta a significare che gli effetti speculativi delle politiche monetarie espansive implementate dalle principali Banche centrali, in aggiunta alle tensioni geopolitiche, continueranno a sostenere sia i prezzi dell’oro nero e dei suoi derivati che i prezzi di quelle materie prime – come il gas – il cui andamento è in gran parte ancorato a quello del greggio. Il rischio concreto potrebbe essere quello di un’ulteriore decelerazione dell’economia mondiale con il timore che ciò comporti una nuova distruzione della domanda, come già paventato dal segretario generale dell’Opec Abdallah El Badri il 3 maggio scorso, durante il suo intervento presso l’International Oil Summit di Parigi.
 
Nel corso del XVIII Congresso del Partito comunista cinese, il responsabile del Consiglio di Stato per la pianificazione della politica economica, Zhang Ping, ha dichiarato che il pil cinese crescerà oltre il 7,5% nel 2012 (tasso programmato dal governo). In particolare, durante il mese ottobre, sulla scia di un incremento della produzione industriale del 9,6%, le esportazioni di Pechino sono cresciute ad un tasso tendenziale dell’11,6% mentre le importazioni del 2,4%; il surplus della bilancia commerciale ha così toccato il record di 32 miliardi di dollari.
 
L’8 novembre scorso, come ampiamente atteso dai mercati, la Bce ha mantenuto inalterata la propria struttura trilaterale dei tassi di interesse: il saggio di rifinanziamento principale è rimasto allo 0,75%, lo sconto sui depositi allo 0% mentre l’interesse sul margine di riferimento all’1,50%.
 
Per la seconda volta nel giro di tre anni, la zona euro è entrata in recessione: di fatto, dopo aver registrato una crescita nulla nel corso dei primi tre mesi del 2012, i due trimestri successivi hanno mostrato il segno negativo (rispettivamente, -0,1% e -0,2%); a differenza di Italia e Spagna, il pil di Germania e Francia è stato leggermente superiore allo zero.
 
Ancora più grave si mostra la recessione della terza economia del pianeta, il Giappone, dopo che il proprio output attualizzato nel periodo luglio/settembre ha segnato un -3,5%. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, nonostante il pil del III trimestre sia stato rivisto al rialzo dal 2% al 2,7%, i noti dilemmi economici sembrano solo rinviati. Infatti da una parte i 600 miliardi di dollari della manovra fiscale valgono 3/4 punti percentuali di pil cioè, il passaggio da una crescita moderata ad una nuova recessione; dall’altra, il debito pubblico sfonderà ben presto l’astronomica cifra (secondo alcuni, per giunta sottostimata) di 16.190.979.268.766 di dollari: il 103% del pil.
 
In attesa che la politica del rischio calcolato (brinkmanship) tra il presidente Obama (Democratico) e il Congresso (in cui la Camera è a maggioranza repubblicana) decida, entro il 31 dicembre 2012, rispetto ad un ulteriore rinvio della scadenza dei tagli fiscali (fiscal cliff) e ad un aumento del tetto di indebitamento (debt ceiling), nel corso di novembre l’andamento del cambio euro-dollaro ha inizialmente indicato un rafforzamento della valuta americana ed un successivo recupero della moneta unica che lo ha riportato a sfiorare quota 1,30, la stessa di inizio mese.

Demostenes Floros è un analista geopolitico ed economico. Ha collaborato con NE-Nomisma Energia.

Glossario
Debt Ceiling: Si tratta del tetto di indebitamento del debito pubblico il quale, se raggiunto, necessita di una nuova autorizzazione (ad esempio, nel modello Usa) per poter essere oltrepassato. Se tale autorizzazione non viene concessa (dal Congresso), il governo deve mantenersi unicamente con le tasse incassate rischiando di trovarsi presto in default.
Fiscal Cliff: Espressione con cui si intende la scadenza dei tagli fiscali.

Da Limes

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