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Mondo. Earth Day: c’è chi cambia e chi resta fermo

Oggi 22 aprile è la giornata mondiale della Terra, l’Earth Day, e quest’anno avrà un valore particolare. Alle Nazioni Unite infatti si aprirà la raccolta delle adesioni formali dei paesi che hanno approvato l’accordo sul clima di Parigi.

Le prime ricadute confermano l’importanza di questo evento destinato a diventare un vero e proprio spartiacque. Si può dire che la Cop 21 rappresenta l’inizio della fine dei combustibili fossili, proprio come il Protocollo di Kyoto aveva messo in moto la rivoluzione delle fonti rinnovabili.

Due impressioni rilasciate a caldo a Parigi raccontano, più di centinaia di analisi, il suo significato più profondo. Secondo Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International «l’accordo raggiunto mette l’industria dei combustibili fossili dalla parte sbagliata della storia». Simmetrico il parere di Brian Ricketts, segretario di Euracoal: «Saremo odiati, come lo furono un tempo gli schiavisti».

L’importanza della Cop 21 è stata colta innanzitutto dai mercati. Le istituzioni finanziarie stanno rapidamente rivedendo le proprie strategie. Morgan Stanley ha predisposto un rapporto che indica i pericoli per gli investitori legati al mondo dei fossili e fornisce consigli sulle scelte da compiere nel nuovo contesto energetico. Perché i rischi sono seri: la Barclays Bank ha stimato in 33 trilioni di dollari le perdite al 2040 che il mondo dei combustibili fossili potrà subire a seguito dell’accelerazione delle politiche climatiche.

Del resto, sono significativi gli ultimi dati del movimento “Divest fossil”: nei due mesi che hanno preceduto la Conferenza di Parigi si sono aggregate cento istituzioni che gestiscono 1.200 miliardi di dollari.

Accanto a questa nuova attenzione del mondo della finanza, vanno segnalati i cambi di strategie di alcuni governi.

Già nella fase preparatoria della Cop 21, la definizione dei programmi presentati dai vari stati aveva evidenziato il cambiamento in atto: negli Intended Nationally Determined Contributions le rinnovabili rappresentavano due terzi della nuova potenza elettrica prevista al 2030. È peraltro prevedibile che molti obiettivi verranno alzati.

Anche le decisioni di alcuni governi, immediatamente dopo la conferenza, confermano quest’accelerazione. Così, la Germania ha annunciato una consultazione su ampia scala per definire gli scenari al 2050, a partire dall’eliminazione del carbone che garantisce il 43% della generazione elettrica, e ha rilanciato il sostegno economico al fotovoltaico abbinato all’accumulo. Gli USA, oltre a prolungare gli incentivi al solare e all’eolico, sono arrivati a proporre una tassa di 10 $/barile di petrolio per finanziare la mobilità sostenibile.

Sul versante asiatico, l’India ha annunciato di voler alzare di sei volte, a 12.000 MWp, l’obiettivo per il fotovoltaico nell’anno fiscale 2016 e il Vietnam vuole rivedere completamente i propri programmi di espansione di centrali a carbone. Ma è dalla Cina che arrivano le novità più sorprendenti. Dopo un 2015 che l’ha vista investire nelle rinnovabili più di quanto hanno fatto USA e Ue messi insieme, il 2016 è iniziato con la decisione di ridurre entro cinque anni del 30% la capacità produttiva delle miniere di carbone e con un incremento del 144% delle vendite di veicoli elettrici.

Insomma, si sta muovendo il mondo. Tutto? No. In alcuni paesi la situazione non sembra molto cambiata. L’Italia, ad esempio, finora non ha dato segnali di risveglio dal torpore degli ultimi tre anni. La stessa Ue è palesemente in difficoltà, tanto che pare improbabile che vengano modificati i targets al 2030. E questo, malgrado il Parlamento europeo lo scorso 14 ottobre avesse proposto di innalzare rispettivamente al 40% e al 30% gli obiettivi per l’efficienza energetica e le rinnovabili.

Tornando alla Cop 21, quali sono stati gli elementi del suo successo? Innanzitutto il ruolo dell’innovazione che ha reso disponibili diverse tecnologie in grado di avere un effetto dirompente. Prendiamo il fotovoltaico. Praticamente inesistente ai tempi di Kyoto, ha visto una riduzione dei prezzi del 75% tra la conferenza di Copenaghen e quella di Parigi.

Un altro fattore decisivo riguarda la Cina. L’inquinamento intollerabile delle città, la trasformazione di un’economia che punta sempre più sui servizi, la crescita vigorosa dei comparti della Green Economy, a fronte di un’industria pesante che perde colpi, hanno in pochi anni modificato l’atteggiamento del governo sugli accordi climatici.

Il calo delle emissioni mondiali nel 2015, malgrado un aumento del Pil del 3%, è strettamente legato alla riduzione dei consumi cinesi di carbone. Importanti poi l’attivismo degli USA, con Obama che ha fatto del clima la bandiera del suo secondo mandato, e il messaggio di Papa Francesco che ha dato un forte impulso alla necessità di coniugare la lotta al riscaldamento globale con quella alle diseguaglianze sociali.

La conferenza di Parigi ha rappresentato inoltre la platea ideale per lanciare nuovi ambiziosi progetti. Tra questi, “Mission Innovation” che vede 20 nazioni, fra cui l’Italia, decise a raddoppiare gli investimenti nella ricerca energetica entro i prossimi cinque anni.

In effetti, la sfida climatica impone un deciso salto di qualità. Basti dire che il rapporto tra gli investimenti della ricerca del settore informatico e quello dell’energia è di 20 a 1.

Il governo USA ha così deciso di portare da 6,4 a 12,8 miliardi di dollari il budget della ricerca per le energie pulite entro il 2021, con incrementi annui del 16% (per il 2017 l’aumento previsto è del 20%). E l’Italia? Siamo in attesa di vedere mantenuto l’impegno assunto a Parigi.

L’articolo è tratto dall’editoriale della rivista bimestrale QualEnergia.it (n. 1/2016), dal titolo “Clima e opportunità”

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