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L’Università è una risorsa strategica per il Paese

di PIERO TOSI*

 

L’Università ha di fronte una nuova importante sfida: il passaggio dalla fase dell’autogoverno, conseguenza della conquistata autonomia, a quella della piena “accountability”, fatta di regole chiare, di trasparenza, di obiettivi condivisi, di costante ricerca dell’eccellenza, di valutazione continua in grado di far emergere e premiare i comportamenti virtuosi e di disincentivare allo stesso tempo le condotte errate.

Questa nuova fase è necessaria per completare il processo di cambiamento avviato. Un cambiamento che ruota attorno a tre cardini fondamentali: la figura dello studente, non più mero discente ma soggetto centrale cui garantire un reale diritto allo studio; il ruolo della ricerca, motore essenziale di sviluppo economico e sociale, nel suo legame indissolubile con la didattica; l’orizzonte internazionale, nuovo mercato competitivo ma, soprattutto, palestra in cui contribuire a definire la nuova Europa dello spazio comune dell’Alta formazione e della ricerca.

Non si tratta di un processo facile e privo di rischi. Molte sono le contraddizioni e le resistenze, anche interne allo stesso sistema universitario, che sarà necessario affrontare e superare. Ma affinché questo processo possa concretizzarsi, esprimendo appieno i suoi effetti positivi per l’intero Paese, è necessario che gli interlocutori chiave del sistema, primi fra tutti quello politico ed economico, riconoscano effettivamente l’Università come risorsa indispensabile su cui investire adeguatamente.

 

Credere e investire nell’Università

Nonostante la difficile congiuntura economica che vede il sistema universitario penalizzato da molti anni, sia in termini di programmi di largo respiro che di risorse finanziarie, l’Università ha dimostrato ampiamente di impegnarsi per far fronte con responsabilità al proprio ruolo. Ne sono dimostrazione, ad esempio, la recente riforma della didattica, avviata praticamente a costo zero, proprio grazie all’impegno massiccio di tutte le risorse professionali ed economiche interne al sistema; così come la capacità di incrementare costantemente il rapporto tra finanziamento privato e pubblico, oggi al 0.4/1 come media nel sistema. Capacità, quest’ultima, che produce nuove risorse, purtroppo in parte assorbite per la realizzazione delle condizioni necessarie ad accogliere e a formare adeguatamente il crescente numero di studenti.

C’è la necessità, e la CRUI lo ricorda con forza da molto tempo, di un impegno programmatico e finanziario di ampio respiro. Non richieste di parte o in difesa di interessi particolari, ma investimenti essenziali per consentire all’Università di lavorare con efficacia e dignità.

La costante sensibilizzazione esercitata dalla CRUI sulle esigenze dell’Università ha trovato il consenso sempre più ampio dell’opinione pubblica. Essa sembra anche aver prodotto, tenendo conto degli stanziamenti previsti nella legge finanziaria, un primo positivo segnale. Si tratta però ancora di provvedimenti che, sia pure importanti, consentono soltanto di tamponare l’attuale emergenza in assenza di un articolato piano di investimenti. Troppi e delicati sono infatti gli aspetti che non consentono al sistema universitario di uscire dall’emergenza. Tra questi, solo per ricordare i più pressanti, la necessità di alimentare il Fondo per l’edilizia universitaria; lo sblocco delle assunzioni per professori ordinari e associati; l’avvio di un sensibile meccanismo di defiscalizzazione per le imprese che scelgano di commissionare all’Università la ricerca o di compiere atti di liberalità nei suoi confronti.

E’ giunto insomma il momento di superare le  misure di emergenza mettendo mano ad un progetto pluriennale che adegui entro qualche anno le risorse pubbliche almeno alla media europea: dallo 0.8 all’1.2 sul PIL.

A fronte di ciò le Università ribadiscono il loro impegno a programmare il proprio sviluppo sottoponendosi alla valutazione dei risultati.

La CRUI, come rappresentante del sistema delle autonomie universitarie, ha promosso costantemente la cultura della qualità e della valutazione, favorendone la concreta introduzione nell’ambito di tutti i più importanti progetti di innovazione universitaria da essa promossi, non ultimo CampusOne che coinvolge 270 corsi di laurea in 70 atenei italiani.

Ora, anche in virtù di queste significative esperienze, essa si impegna a fare qualcosa di ancora più incisivo proponendo al Ministero e alla società civile, al più tardi entro un semestre, un proprio modello di valutazione che limiti gli sprechi, evidenzi l’eccellenza e garantisca le famiglie sulla qualità del servizio offerto.

 

La ricerca: motore di innovazione

Il settore che ha forse maggiormente risentito di questa delicata, se non allarmante, situazione finanziaria è di certo quello della ricerca, l’altra anima dell’Università, insieme all’insegnamento: una formazione completa non si ferma, infatti, all’acquisizione teorica di nozioni e saperi, ma passa dal fondamentale momento dell’esercizio e della sperimentazione pratica. Che la ricerca sia un essenziale strumento di innovazione culturale ed economica ed un elemento strategico per lo sviluppo della competitività di un Paese è un dato incontestabile. Ma perché la ricerca viva e cresca, producendo effetti positivi per l’intera società, è necessario che venga adeguatamente e costantemente alimentata da contributi sia pubblici che privati. Purtroppo in Italia questo non accade, i numeri parlano chiaro: siamo uno dei Paesi dell’UE che meno investe nella ricerca, in un contesto europeo già svantaggiato rispetto a Giappone e Stati Uniti.

Nonostante la gravità della situazione, l’Università, forte del prezioso patrimonio di saperi ed esperienze che ogni Ateneo possiede, continua a sostenere la ricerca con sempre maggior entusiasmo e ottimi risultati, basti pensare che la metà dei ricercatori italiani lavora nelle Università, sede di provenienza della maggior parte dei lavori scientifici. E questi dati sono ben noti anche all’Unione Europea, che destina ben il 35% dei fondi per la ricerca agli Atenei.

Anche riguardo a uno dei maggiori problemi che segnano il sistema universitario, la cosiddetta “fuga dei cervelli”, di cui ultimamente si è tornato a parlare con rinnovato interesse da parte di media e opinione pubblica, è necessaria una valutazione più approfondita. Spesso si tende infatti a sottovalutare il fenomeno opposto, quello del rientro dei cervelli, a nostro avviso particolarmente significativo: tra il 2001 e il 2003 circa 250 giovani studiosi italiani, precedentemente all’estero, sono rientrati per lavorare in Università italiane, a prova del fatto che esistono tutte le premesse e le potenzialità perché anche l’Italia diventi un punto di eccellenza per la ricerca a livello internazionale.

Il punto è che cifre e impegno non bastano ad assicurare un solido e consistente sviluppo della ricerca: perché questo avvenga è necessario che Università, Istituti di ricerca e industria, principali soggetti promotori di innovazione, si parlino e collaborino mettendo reciprocamente a disposizione strumenti, risorse e risultati.

Nello specifico, il sistema industriale, superando la logica dell’internalizzazione della ricerca e dell’innovazione, dovrà rendersi disponibile al sostegno e alla cooperazione con Università e Enti di ricerca, che a loro volta devono aprirsi a concetti quali il trasferimento tecnologico e la condivisione strategica di conoscenze e competenze, considerando l’utilizzo dei risultati della ricerca un riconoscimento di qualità.

Anche in questo caso, come già accennavo, è evidente la necessità di un progetto di lungo termine che, oltre a misure essenziali quali la defiscalizzazione dei contributi privati per la ricerca, punti anche a rivedere le norme sulla brevettazione e a offrire sostegno agli spin-off. Soltanto un impegno programmatico di questo genere potrà contribuire concretamente allo sviluppo economico e alla crescita della competitività internazionale del Paese.

 

*Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane

 

 

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