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Lo Stato che non c’è Quei 180 mila addetti della “Politica Spa”

E’ “tempo di ispezioni” presso le aziende: in questo periodo molti imprenditori sono alle prese con i controlli di rito. Molto tempo per soddisfare le richieste degli ispettori, altrettanto per rendere loro immediatamente intelleggibile la documentazione, ancora di più quello sottratto alla propria attività.

Non che io, o loro, si abbia qualcosa in contrario. Tutt’altro. E’ legittimo, quanto giusto ed auspicabile, che le imprese siano in regola, che il lavoro degli addetti sia sicuro, che la certezza del diritto sia avvertita in ogni angolo dell’azienda, che tutti paghino le tasse, che si combatta quel vergognoso 30% del Pil di lavoro sommerso: questo si, il vero tesoretto da ridistribuire (anche perché, se su 40,6 milioni di contribuenti Irpef solo il 5% dichiara un reddito complessivo superiore ai 40 mila euro e solo lo 0,8% sopra ai 100 mila euro, di tesoretto dovrebbe essercene ben più d’uno…)

Ma quando lo Stato si manifesta solo sotto le spoglie del censore e del controllore, allora non è più avvertito come una garanzia, una protezione, bensì come un oppressore, un aguzzino del quale liberarsi. Per cui, allo “Stato invadente” – come lo ha chiamato Montezemolo – si preferisce uno Stato assente: una scelta obbligata per sentire meno dolore.

Da anni ci lamentiamo di una burocrazia elefantiaca impossibile da affrontare, di un costo della spesa pubblica abnorme, di una pressione fiscale insostenibile, i dati sono su tutti i giornali, ce li ha portati il Presidente di Confindustria gridandoli a tutti: in Europa non abbiamo pari in quanto a costi della politica, spendiamo quanto Spagna, Germania e Regno Unito messi insieme, anzi, di più, 981 milioni di euro contro 817. Solo i partiti costano 200 milioni di euro l’anno contro i 73 della Francia, cifra alla quale vanno aggiunti 92 milioni di euro per i contributi ai gruppi parlamentari, le duplicazioni di incarichi e prebende, il numero sempre in crescita di enti e commissioni, di Province e Comunità Montane (ce ne sono anche vicino al mare).…

Il totale è di 4 miliardi. Dunque, chi non ha il diritto di sentirsi vessato quando lo Stato ti viviseziona con ispezioni continue, meticolose, sempre a caccia dell’inghippo, per confermare che quelli che fanno il gioco delle tre carte in questo Paese sono gli imprenditori? Come non comprendere il risentimento di una categoria che produce e che è essa stessa a sostenere i costi di una politica dissennata?

Le imprese hanno fatto la loro parte, e nel 2006 hanno aumentato gli investimenti del 2,3%, ma non possono continuare conteggiare nel prezzo finale di un prodotto una quota extracosto da burocrazia e carenze logistiche e infrastrutturali: significherebbe andare fuori mercato. Deve entrare nel patrimonio conoscitivo di tutti che il prezzo al consumatore non è un numero inventato da chi produce, ma il risultato di un conto economico nel quale ci sta tutto, per primi la fiscalità eccessiva, il sommerso e la spesa pubblica improduttiva.  A questo si deve pensare quando si va a comperare la lavatrice o la mortadella. Le imposte sui redditi di impresa sono state ridotte in Austria, Germania, Regno Unito, Spagna, Svezia, e l’aliquota europea è in media più bassa di otto punti rispetto a quella italiana! Significherà qualcosa sulla competitività delle nostre imprese o il costo dei prodotti al consumo e sui mercati internazionali è irrilevante?

E anche quando rivendichiamo la riduzione del cuneo fiscale e contributivo non stiamo chiedendo un regalo, ma stiamo aumentando la competitività, le retribuzioni e l’occupazione.  In altre parole, stiamo cercando di incidere sulla produttività (e l’Italia è penultima per crescita in tutta la Ue!), di difenderci dall’inefficienza della pubblica amministrazione  (inefficienza rilevata da tutti gli indicatori internazionali) dalle carenze infrastrutturali, dalle ineludibili ridotte dimensioni di impresa, dagli scarsi investimenti in ricerca, sviluppo e formazione, da un sistema bancario ancora poco incline al finanziamento del rischio dell’innovazione.

Insomma, paghiamo tasse esorbitanti per alimentare la spesa corrente e gli interessi sul debito, non per servizi efficienti ed investimenti pubblici che, invece, arrivano ad un misero 4% del Pil. Pur di non tagliare sprechi e privilegi, siamo arrivati all’aumento dell’addizionale Irap: togliere soldi alle imprese per premiare le Regioni che amministrano peggio è gravissimo, segna una strada senza ritorno.

Da ultimo, da gennaio prossimo le aziende italiane saranno le più tassate d’Europa!

E’ qui lo Stato?

 

Antonio Cappelli

Direttore Confindustria L’Aquila

 

 

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