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L’impresa come missione sociale Il ruolo dell’imprenditore è seminare economia ed impresa, una vocazione:diffido di chi fa il tuttologo

Ha mantenuto le sue promesse, Luigi Silvestri, quando un po’ di tempo fa delineò, su questo stesso giornale, le ambizioni chiare e definite della SilverCar S.r.l., l’azienda che gestisce da quando il padre gli ha ceduto le redini. E ha avuto ragione ad affidarla a lui: il passaggio generazionale, nella sua azienda e grazie alla sua maturità e chiarezza di idee, è solo un ricordo, un tassello imprescindibile, un momento naturale nel quale ha dovuto misurarsi con il proprio destino, con il futuro e, quindi, con le proprie capacità. Di strada ne ha fatta la SilverCar da allora, sotto la guida di Luigi e oggi l’internazionalizzazione a cui ambiva è una realtà più che consolidata, è il suo futuro e il suo presente, da continuare a conquistare con trasparenza e “amore per la verità fatta di esperienza sul campo e non di strumentalizzazioni”. Oggi la Silver è leader nella produzione della bisarca, lo speciale autocarro a due piani utilizzato per il trasporto di automobili e mira a conquistare mercati esteri anche diversificando la propria produzione, senza carrierismo, senza rumore, ma con rispetto e solidarietà verso l’altro e verso il proprio mestiere. Che è una missione. Luigi Silvestri ci descrive, dunque, l’altro mondo, quello che si intravede oltre l’orizzonte del passaggio generazionale.

Un po’ di anni fa raccontava all’Industriale la sua storia aziendale: la crescita di un’azienda familiare diventata, sotto la sua direzione e con il sostegno di suo padre, una realtà cospicua, innovativa, ideatrice della cosiddetta “bisarca” e votata all’internazionalizzazione. Oggi, come ci consegna la SilverCar?

Come un’azienda che ha realizzato il suo sogno: il 15 giugno inaugurerà, infatti, una sede in Lituania, con un centro montaggio, che contribuirà ad alimentare i mercati ex sovietici e a rafforzare un’apertura nei loro confronti. La SilverCar è il terzo importatore e venditore di bisarca in Lituania, del cui mercato detiene il 33% di quote.   

Nel “passaggio generazionale” vissuto dalla sua azienda, lei si è misurato con una vera e propria evoluzione e il cambiamento del modo di fare commercio estero rispetto ai primi anni. Ha portato l’azienda paterna a conquistare mercati internazionali. Suo padre capì subito la sua politica aziendale?

Si è sempre fidato ed essendo un uomo diplomatico, ha creduto molto nel potere della delega. Mi ha “messo in mano” le chiavi della sua azienda lasciandomi tutto lo spazio possibile: toccava a me accettare l’impegno di farla crescere nella maniera più efficiente senza o partecipazioni a “salotti” vuoti.

In che senso?

Per noi è importante lavorare senza troppe chiacchiere. Il ruolo dell’imprenditore è seminare economia ed impresa, una vocazione che deve essere rispettata con umiltà, mettendosi in discussione e senza pretendere di andare al di là del proprio mestiere. Oggi tutti pretendiamo di capire qualsiasi cosa, ma un imprenditore deve fare l’imprenditore in primis ed essere, casomai, testimone in altri ambiti. È solo in questo modo che possiamo agganciare la ripresa economica europea e le opportunità di sviluppo provenienti dai mercati esteri. Anche la politica deve essere libera da contaminazioni e fare da arbitro, armonizzare un territorio con tutti i suoi sottosistemi, bancario, finanziario ecc., perché è questo il suo compito. Vedo che oggi manca un ingrediente importante dell’imprenditoria: il pragmatismo pratico, la voglia di lavorare giorno per giorno. Ma l’impresa deve anche agire a livello sociale, educare e saper “cogliere” i ragazzi, gli attori di questa società, anche laddove esiste una situazione di disagio. Un tossicodipendente, ad esempio, non deve essere escluso dall’impresa, bensì accolto, invitato a contribuire alla sua crescita; coloro che hanno sofferto spesso sono capaci di dare il massimo con grande forza di volontà e con successo. È un modo di pensare che deve essere seminato anche all’interno della società.

Tornando alla Lituania e all’internazionalizzazione. La SilverCar sta entrando in una seconda fase di crescita?

È entrata nella fase dell’internazionalizzazione vera e propria. Un mese fa abbiamo inaugurato, ad esempio, un ufficio di rappresentanza a Mosca, nell’ambito del Car Business Center: un sogno che si realizza. Sono sempre più convinto che l’internazionalizzazione porti dei vantaggi. Abbiamo stretto molti accordi e collocato due area-managers nell’est Europa, con l’obiettivo di diversificare il prodotto ed il mercato. Con l’annessione dei paesi dell’est all’Europa, come la Bulgaria, la Repubblica Ceca, la Romania, la Slovenia, cambia lo scenario fiscale, c’è un abbattimento delle barriere, ma per i piccoli imprenditori italiani l’Europa è anche un rischio, oltre che un’opportunità.

Perché?

La difficoltà maggiore viene dalla disomogeneità culturale tra i paesi della vecchia Europa e quelli della nuova: affinché ci sia comunicazione, deve esistere anche affinità culturale, religiosa, etica tra popolazioni, ma se queste affinità non ci sono, occorre adottare le strategie di un nuovo marketing: un marketing che nulla ha a che fare con quello tradizionale, ma basato sulla ricerca di tutte gli strumenti che ci permettono di entrare in sintonia con i popoli e che ci aiuti a comunicare con il mercato giusto. La conquista deve avvenire in chiave etica, professionale, culturale, letteraria… Per fidelizzare il cliente non basta perseguire la qualità e serietà totale del prodotto.

Qual è, dunque, il futuro della sua azienda?

Continuare a crescere ed investire nel suo territorio di riferimento, Avezzano e l’Abruzzo, diversificando anche il business, e puntare alla seconda fase dell’internazionalizzazione, nella quale si deve tener conto non solo della produzione e del guadagno immediato, ma anche del consolidamento del mercato di riferimento. Dietro ogni investimento, infatti, c’è una storia, un ragionamento, la condivisione di un percorso con partners di nuova esperienza. Per quanto riguarda il nostro territorio, vogliamo intensificare i rapporti con l’Università, da un punto di vista tecnico ma anche delle risorse umane, motore dello sviluppo. L’Università, così come le banche, dovrebbe conoscere un po’ meglio il territorio in cui è inserita e le azienda presenti, ed investire nella tecnologia e ricerca che il territorio specificamente richiede.

 

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