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L’imprenditoria non è un destino, bisogna crederci Esperienza, idee chiare e rispetto per il prossimo: ecco la chiave per realizzare un sogno

Ambizione, curiosità, temerarietà, capacità di diversificazione, tanta, tanta passione e… “un pizzico di fortuna”. Sono questi gli ingredienti indispensabili, secondo Guido Pozzoli, direttore generale dello stabilimento OTEFAL dell’Aquila, per diventare un bravo imprenditore. E poi: voglia di imparare, guardare più in là dei propri collaboratori, assaporare la vita e l’azienda come un immenso laboratorio, in cui misurare se stessi, le proprie capacità, i limiti, i sogni. Trentacinque anni, Guido segue il padre nella gestione di un’azienda che, quarant’anni fa, era un piccolo nucleo familiare-artigianale: “nel 1967 eravamo io, mia madre e mio padre – interviene il papà di Guido -, in un’azienda di otto persone”. Oggi il gruppo ne conta quasi cinquecento, è esternalizzata e consta di una ventina di aziende. Padre e figlio a confronto: l’uno più artigiano, l’altro manager dei nostri tempi, che mastica il marketing e capisce l’importanza della formazione continua. Quella “Lifelong Learning” che fu cavallo di battaglia dell’Ue durante gli anni ’90: questa volta siamo di fronte ad un’azienda diversa, lontana dal settore dell’enogastronomia dei prodotti e delle tradizioni locali. È ancora più avvincente, allora, indagare come vive il salto generazionale un ragazzo che deve difendere la propria azienda non tanto dalla globalizzazione, quanto dai limiti di una provincia in difficoltà.

Guido Pozzoli: a ventiquattro anni apre un cantiere nautico a Venezia, a venticinque dirige uno stabilimento OTEFAL in Francia; poi si apre al settore delle vernici e dell’energia, si getta in quello del cinema e del wellness. Viene da Bergamo, del padre ha la lungimiranza e la voglia di far crescere l’azienda, “che entro sei mesi – promette –  cambierà completamente volto, sarà ristrutturata nell’anima e nel corpo”, per meglio festeggiare, a luglio, il suo quarantesimo anniversario e diventare un piccolo polo industriale all’interno del Nucleo. Vediamo come ha vissuto il cambio generazionale.

 

Chi è Guido Pozzoli e come gestisce l’azienda dopo suo padre: ci racconti come questa avventura è incominciata.

«Sono direttore generale dello stabilimento OTEFAL dell’Aquila dal 1° gennaio del 2006 e nonostante siano otto anni che vivo l’azienda da un punto di vista manageriale, ne faccio parte praticamente da sempre. Sento parlare di alluminio e respiro l’aria dell’azienda da quando sono bambino, dunque la mia esperienza professionale va ben oltre quella registrata. Come “imprenditore” ho incominciato a 25 anni interessandomi a tutti gli aspetti con attenzione, intelligenza e curiosità, direttamente, senza nessun intermediario e mettendo il naso dappertutto. Ma era una realtà già ben definita ed inserirmi non è stato affatto facile. Tornato dalla Francia, dove ho gestito nel 2001 un’azienda che si è rivelata per me una fucina di esperienza, completamente da solo, mi è stato affidato lo stabilimento aquilano, del quale conosco tutta la filiera: dal settore produttivo all’ufficio acquisti, fino all’ufficio marketing, che ho organizzato io e di cui sono stato responsabile. Sono entrato in azienda in punta di piedi, cercando di scoprirne i punti critici e di collocarmi in una posizione che non infastidisse gli altri: il figlio del titolare, spesso, viene percepito come un problema, un disturbo per i rapporti interpersonali, la gestione dell’azienda, le regole».

Quanto ha inciso il ruolo di suo padre nella sua carriera imprenditoriale?

«È stato un faro, un punto di riferimento, con il suo carattere forte, tipico di chi sa che per imparare bisogna immergersi nel lavoro e di chi viene da una realtà formata dal nulla, artigianale, che da otto dipendenti degli anni ’70 oggi ne conta quasi 500. Mi ha lanciato nell’ “officina-azienda” libero di fare le esperienze che ritenevo opportune, ma con un vincolo: mostrare tutti i miei progetti ai colleghi per guadagnarne l’accettazione e poterli realizzare. Insomma, il consenso attorno alla mia figura in azienda era subordinato all’accettazione delle mie idee, un vincolo che mi ha insegnato ad esprimere le capacità maturate nel tempo, superando tutte le difficoltà».

Quali sono stati i suoi primi passi nell’azienda?

«Ho intrapreso fin da subito la ristrutturazione del sistema informatico, la revisione di certi acquisti fatti non troppo efficientemente, la promozione di politiche e strategie di mercato; ho introdotto la formazione continua attraverso programmi avveniristici e riorganizzato completamente l’organico e lo stabilimento, in quanto non riusciva ad esprimere le sue pur altissime potenzialità produttive, tecnologiche e di qualità. Ho implementato, inoltre, una turbina per l’autoproduzione di energia elettrica e un sistema hi-tech avanzato, e altro ancora».

Lei viene da una realtà molto diversa da quella aquilana, così poco appetibile per le imprese ed attanagliata da una forte crisi occupazionale: che differenze ha trovato?

«Molte. Qui mancano la politica e i politici; le istituzioni preposte al rapporto con gli imprenditori e l’Università sono passive; il Nucleo e il Consorzio Industriale sono fatiscenti, evanescenti, sordi alle nostre esigenze e a quelle del territorio. In Francia la struttura politica capiva i problemi dell’imprenditoria e i rappresentanti istituzionali intervenivano in tempo reale con servizi ad alto valore aggiunto. Qui, sono mesi che aspettiamo una risposta dall’Università di Ingegneria su una nostra proposta di collaborare con borse di studio, stage e progetti di ricerca, un’opportunità per i ragazzi di interfacciarsi con il mondo del lavoro e per l’azienda di disporre di un data base di persone. Tutto tace. Oppure: abbiamo proposto di aggiungere nei curricola universitari materie nuove, finalizzate a questo tipo di settore, perché i laureati sono impreparati e non vengono assunti, in quanto formarli ci costa più che cercare personale altrove».

Qual è, secondo lei, il problema?

«Forse l’eccessiva ricerca di un tornaconto; fatto sta che non abbiamo supporto da parte di nessuno, con il Nucleo in pieno degrado a discapito delle aziende, che pur devono curare la propria immagine all’esterno e i rapporti con clienti e collaboratori».

Cosa consiglia ai giovani che, senza esperienze pregresse, vogliono fare imprenditoria in questo territorio?

«Innanzitutto di buttarsi, ma anche avere idee chiare e un progetto concreto. Per me è stato importante avere il consenso delle persone attorno e di mio padre, e poi una forte volontà: quando hai motivazione e capacità, prima o poi trovi qualcuno che crede in te e qualche porta si aprirà. A costo di fare la gavetta e andare via».

Quanto è importante la gavetta?

«Fondamentale, perché bisogna saper dare l’esempio nella vita così come nel lavoro, prima di pretendere. Infine, la convinzione in quel che si fa e fare sempre ciò che fa stare bene nella vita è alla base di tutto, anche per evitare di accettare imposizioni familiari o agire per convenzione: i casi in cui è più facile crollare».

Quanto è importante essere figlio di un imprenditore e vivere in azienda?

«Nel breve periodo è un’opportunità, ma se non ci sono tali prerequisiti nel medio-lungo periodo crolla anch’essa. Credo che oltre alla passione soggettiva e alle proprie capacità tecniche, aiuta trovarsi nel posto giusto al momento giusto, anche se la competizione che c’è oggi a livello nazionale ed internazionale, non permette di prescindere dalle spinte motivazionali e dall’ambizione. Condurre un’azienda è un po’ come andare in bicicletta: nel momento stesso in cui si smette di pedalare la bicicletta cade, quindi, come imprenditore, si deve sempre fare in modo che l’azienda resti in piedi, guardare lontano e mai sedersi. È questo il primo insegnamento di mio padre».

Cosa fanno, invece, gli imprenditori aquilani? C’è poca voglia di rischiare?

«C’è poca voglia di innovarsi e molta di guardare se stessi e il vicino di casa, invece di cercare oltre il confine e confrontarsi con le realtà che veramente eccellono».

Lo studio è un limite o una necessità per gestire un’azienda?

«Io ho la fortuna di fare ciò che mi piace e lo faccio bene perché mi muove una passione sfrenata, e questo è il fatto più importante. Si può aver studiato, avere tecnicamente le basi per svolgere un lavoro, ma ciò non basta per eccellere. Svolgere un percorso di studi attinente al proprio lavoro e alle proprie vocazioni è un’opportunità che aiuta ad accelerare la maturazione della figura professionale, a capire più rapidamente il lavoro. Io ho scelto un percorso di studi prettamente scientifico, dal Liceo a Ingegneria, che mi ha dato la base logica per affrontare questo mestiere, ma se mi fossi affidato solo ad esso non sarei qui. I programmi del sistema scolastico ed universitario sono sganciati dalla realtà aziendale, non sono aggiornati e attuali e questo provoca più un’impasse che una maturazione nei giovani imprenditori».

Che cos’è davvero importante, per lei, per gestire un’azienda come imprenditore?

«L’umiltà, il rispetto per i lavoratori, saper guardare avanti e… divertirsi».

 

 

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