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L’epidemia e la mongolfiera Ora dobbiamo capire e chiedere ai nostri leaders di ragionare su come non finire fuori bordo

di Sergio Galbiati

Presidente Confindustria L’Aquila

 

 

Solo qualche mese fa ci si confrontava, tra i vari Paesi industrializzati, sulla crescita piu’ o meno elevata della propria economia. A quel tempo un numero inferiore all’ 1%, come previsto per l’Italia, era un segnale di preoccupazione. Ora ci troviamo davanti ad uno scenario totalmente cambiato, con una previsione per l’Europa di una contrazione del -2%. I leaders politici, almeno i nostri, oscillano tra l’affermazione che questi dati sono tutti da confermare e quella per cui, se anche cosi’ fosse, torneremmo all’economia di due anni fa: quindi, dove sta il problema? non sarebbe una catastrofe!

 

Quello che sta avvenendo dimostra in realta’ quanto sia difficile stabilire in assoluto il grado di benessere e di malessere economico estrapolandolo dai numeri e dalla statistiche.

Nelle prime settimane successive al tracollo dei mutui americani questa crisi era considerata “artificiosa, virtuale” e sinteticamente “solo finanziaria”. Poco a che vedere, si pensava, con la manifattura, con il valore aggiunto reale, quello che deriva dal lavoro che costruisce qualcosa di concreto.

 

Con qualche centinaia di migliaia di posti di lavoro persi in Europa in pochi mesi e’ ora drammaticamente evidente che non e’ cosi’, che oramai c’e’ una interdipendenza fortissima tra l’economia virtuale, quella delle borse e del valore dei titoli, ed i cosiddetti fondamentali.

 

Per la prima volta nella mia esperienza e in quella dei miei coetanei (e credo anche di tutte le persone attualmente ancora in attivita’ lavorativa) c’e una battuta di arresto che fa mettere in discussione la definizione stessa dei fondamentali e ci fa domandare quale sviluppo questo mondo potra’ e dovra’ permettersi.

 

Infatti, in tutti questi anni negli Stati Uniti in prima battuta, non si e’ avuta la capacita’, sicuramente impopolare, di spiegare alle persone che progressivamente stavano vivendo ad un livello molto superiore alla loro ricchezza. Questo non e’ stato fatto perche’ nessuno ha avuto il coraggio di riconoscere che le regole della domanda e dell’offerta, in una situazione di questo tipo non avrebbero funzionato, in quanto venivano intrinsecamente falsate all’origine, drogandole attraverso il miraggio di soldi sostanzialmente falsi, ma spacciati da persone ed istituzioni rispettabili.

 

Ora siamo qui, tutto il mondo industrializzato e’ qui, a distanza di quattro mesi dalla manifestazione conclamata di questa malattia, per il resto in incubazione da molti anni, e facciamo i conti con decisioni e situazioni mai sperimentate prima: cassa integrazione massiccia, con visibilita’ sugli esiti che non superano qualche mese, carichi di lavoro delle attivita’ produttive ridotti dell’80% in alcuni casi, e del 50% in moltissimi casi, decisioni strategiche da prendere adesso e il cui effetto si vedra’ solo tra anni, sia a livello di singole imprese, sia a livello di interi Paesi.

 

Per la prima volta’ si ha la chiara consapevolezza che, al di la’ delle scuole di pensiero economico e degli stereotipi che ci hanno accompagnato per decenni, quali la contrapposizione tra economia di Stato e di mercato, tra liberismo e socialismo, a determinare il modo con cui si uscira’ da questa crisi, qualunque sara’ il tempo necessario perche’ cio’ avvenga, saranno le decisioni politiche concrete che verranno prese ora.

 

Il grado di salute tra i concorrenti, al momento della fase acuta della crisi, sara’ importante alla lunga, ma non determinante.

Infatti, man mano che passano i mesi, la malattia sta diffondendosi e non ci sono piu’ , sostanzialmente, imprese in salute. Il mio angolo di visuale e’ parziale, ma consentitemi di citarlo: nel settore dei semiconduttori, in questo momento non esiste in pratica nessuna azienda che fa profitto, se si eccettua  la monopolista Intel, che tuttavia ha visto ridursi del 90% il suo profitto nell’ultimo trimestre del 2008. Relativamente parlando le differenze permangono, in quanto alcune stanno fallendo e altre riescono a tirare avanti facendo leva sul controllo della liquidita’ corrente. Se questo stato di cose dura a lungo, a mio parere queste differenze di prestazioni si assottigliano, o possono addirittura amplificare fattori che poco hanno a che vedere con la bravura dei contendenti, ma sempre piu’ con contingenze di tipo finanziario.

 

Mai come ora quindi si dimostrera’ cio’ che avevamo gia’ detto in tempi non sospetti: la competitivita’ e la possibilita’ di sopravvivere e prosperare dipendera’ dalla performance del sistema allargato.  Le regole e le metodiche “ideologiche” verranno sacrificate sull’altare della pragmaticita’. Le decisioni che si stanno prendendo per il settore automobilistico in Francia in questi giorni stanno urlando questa cosa ai quattro venti.

 

Gli Stati Uniti, per bocca del nuovo Presidente, sollecitano l’urgenza delle decisioni e si preparano a mettere in campo 2-3 triliardi (non so se esiste questa parola in italiano, ma si tratta di milioni di milardi) di dollari. Molte persone che lavorano con me in Micron e che ora stanno in cassa integrazione, mi hanno chiesto negli incontri che abbiamo fatto in questi giorni, se e’ credibile che una multinazionale americana, ossia con la testa e il portafogli in un paese  che sta facendo questi sforzi, potra’ permettersi di muoversi liberamente in ambito strategico, contraendo posti di lavoro li’, in America, per conservarli ed espanderli qui, in Italia. La sindrome del presunto protezionismo dei leaders che curano gli interessi della propria gente…

 

Il mio punto di vista su  questo argomento voglio esprimerlo con domande, anziche ‘ con risposte:

1)      Quali crediamo che siano i confini di casa nostra, in una situazione talmente universale quale quella in cui oramai siamo immersi?

2)      Di chi e’ composta la nostra patria quando i nostri figli lavorano all’estero e da noi lavorano figli di padri stranieri?

3)      Qual e’ il comun denominatore delle comunita’ e delle “genti”?

 

Io ho il privilegio di stare immerso in una realta’ che vive sulla sua pelle queste contraddizioni ogni giorno, ed e’ per questo, forse, che quando la mongolfiera perde gas rischiando di precipitare e bisogna buttare pesi fuori bordo, prima di buttare fuori persone intere, mi sembra piu’ “giusto” arrivare a terra vivi tutti, magari amputati.

 

Credo che questo debba essere il DNA cerebrale di coloro che dovranno rilanciare il destino del mondo attraverso e dopo questo tsunami, ma dubito che sia cosi’ .

Per cui, in seconda istanza, dobbiamo capire e chiedere ai nostri leaders di ragionare su come non finire fuori bordo.

 

 

 

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