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L’eccellenza per decreto? E’ la competizione e non la politica a costituire un procedimento di scoperta del nuovo e del meglio

di DARIO ANTISERI

 

parte seconda ed ultima

 

La vexata quaestio del reclutamento dei docenti universitari

 

Questa è la situazione di fatto della docenza universitaria in Italia: 36.633 sono i docenti di ruolo (18.131 ordinari e 18.502 associati) ; 21.000 sono i ricercatori. Di questi 21.000 ricercatori, più di mille sono ultra sessantenni; 7.600 ultracinquantenni; 6.500 sono tra i quaranta e i cinquanta anni; solo 200 sono sotto i trent’anni. Nel giro di 16 anni, vale a dire entro il 2020 andranno in pensione, raggiunti i 70 anni, circa 23.000 docenti di ruolo – e, precisamente, 13.977 ordinari e 9.977 associati. Di conseguenza, il problema di trovare un buon sistema per il reclutamento dei docenti è davvero “il” problema della nostra Università.

La Commissione cultura della Camera ha licenziato un testo relativo allo stato giuridico dei docenti universitari, in cui il ruolo dei ricercatori viene posto ad esaurimento e, dove, simultaneamente, vengono fissate le nuove modalità dei concorsi per professori ordinari ed associati. Per ciascuna fascia (di ordinari ed associati) e per i diversi settori scientifico-disciplinari, “il numero massimo dei soggetti che possono conseguire l’idoneità scientifica è pari al fabbisogno indicato dalle università, incrementato di una quota non superiore al 20 per cento”. Le commissioni giudicatrici vengono elette a livello nazionale e si prevede “la partecipazione, in queste commissioni, di docenti designati da atenei dell’Unione Europea”. La durata dell’idoneità scientifica è “non superiore ai cinque anni”. Le Università, con procedure disciplinate da propri regolamenti, coprono i posti di prima e seconda fascia con un primo incarico di durata non superiore a tre anni, rinnovabile eventualmente per altri tre anni. “Entro tale periodo le Università, sulla base di una valutazione di merito secondo modalità e criteri definiti dall’Università stessa, possono nominare in ruolo il medesimo docente, ovvero docenti titolari di incarico presso altro ateneo”.

Qui, di seguito, alcuni rapidi rilievi che sottopongo all’attenzione dei lettori e, in particolare, dei colleghi universitari.

La carriera universitaria è una delle più lunghe e difficili. Viene da chiedersi quanti sono o saranno in grado di sopportare anni e anni di insicurezza? Che poi un ricercatore sia maggiormente stimolato a produrre qualora lo si lasci vivere in stato di precarietà è semplicemente una sciocchezza. Alcuni dei colleghi, oggi schierati a difesa di questa idea, io li conosco molto bene e trovo vergognoso che ciò che non doveva valere per loro debba, invece, valere per gli altri.

E’ palpabile, all’interno delle nostre Università, una diffusa ostilità nei confronti dei ricercatori, quasi fossero un branco di fannulloni, con un posto di ruolo che li appagherebbe privandoli di ogni stimolo per la ricerca e la docenza. Simile ostilità è, nella generalità dei casi, completamente immotivata. Tutti siamo a conoscenza di ricercatori che sono fior di uomini di scienza, con ottimi curricula, e bravissimi docenti.

Nessuno degli attuali ricercatori intraprese la carriera universitaria con la mira di restare ricercatore a vita. Se molti ricercatori hanno segnato il passo è perché non vennero per loro chiesti concorsi; se alcuni di loro non hanno prodotto un granché, la causa non ultima di ciò va anche ricercata nel fatto che da anni sono impegnati in grossi “carichi didattici”, supplendo non di rado i “loro” ordinari indaffarati magari in lucrosi studi privati. E gli ordinari che all’unanimità affidano insegnamenti anche di discipline fondamentali a ricercatori, si guardano poi bene di chiedere concorsi per loro. Sembra proprio che godano nell’esercitarsi a “tenerli al guinzaglio”.

La proposta del nuovo regolamento dei concorsi tenderebbe – come è stato ripetuto anche in questi giorni – ad eliminare lo “scandalo” del localismo. Ora, in primo luogo, non si capisce perché se un ricercatore ha dato per anni buona prova di sé all’interno di una Facoltà, sia nel campo della ricerca che in ambito didattico, una Facoltà non dovrebbe essere ben felice nel vedere un giovane progredire nella carriera e nel desiderare di non farselo sfuggire. I candidati “locali”, in breve, sarebbero degli asini quasi ex definitione; mentre gli “esterni” no. Come se gli “esterni” non fossero “locali” di altri “loci”.

Senza tirare in ballo la mentalità scientifica, è questione di semplice buon senso porre attenzione alle conseguenze. E la conseguenza non difficilmente prevedibile della nuova proposta sarà, contrariamente ai fini attesi, il più rigido localismo. Difatti, nel caso che un associato si senta pronto per l’ordinariato, è chiaro che chiederà alla Facoltà di bandire il posto, solo se avrà una qual certa sicurezza sulla disponibilità dei colleghi a chiamarlo e se si sarà accertato che la comunità scientifica di riferimento è ben disponibile nei suoi confronti – altrimenti seguiterà ad essere associato. Dunque: o il più rigido localismo o blocco dei concorsi.

Una commissione “nazionale” sarebbe in grado di assicurare obiettività e imparzialità. Mi chiedo: da chi mai sono composte siffatte commissioni nazionali? Parziali e non obiettivi nelle commissioni attuali, i nostri docenti subirebbero una improvvisa metanoia appena immessi in una commissione nazionale. Una nuova Pentecoste porterà la salvezza alla nostra Università: non più consultazioni previe, non più patti “scellerati”, non più maggioranze (variabili dalla sera alla mattina) interessate ai propri candidati e così via.

La proposta di includere nelle commissioni docenti designati da atenei europei (ma: perché solo europei?) non è una cattiva proposta. Ma solo a patto che docenti italiani vengano chiamati nelle commissioni degli altri Paesi europei. O siamo diventati, agli occhi dei nostri politici, terra di trogloditi da colonizzare?

I concorsi attuali per professori di ruolo universitari si chiudono con due idonei per ogni posto messo a concorso. Se si presentano venti candidati, e se su questi venti ce ne sono, per esempio, 10 che meritano l’idoneità, la commissione è costretta a promuoverne solo due e, per non incorrere in possibili ricorsi, i commissari si arrampicano sugli specchi per formulare giudizi in qualche modo limitativi nei confronti degli altri otto meritevoli. Ed è così che commissari coscienziosi escono dal concorso con l’animo a pezzi e sensi di colpa. E i candidati meritevoli e non idoneati con il disgusto di una ingiustizia subita e di un’umiliazione non meritata.

Una via ragionevole e praticabile per risolvere il problema del reclutamento dei docenti universitari esiste, e da tempo – e consiste nella proposta della lista aperta. Le commissioni dichiarano idonei tutti quelli che ne sono degni. E questo è il compito della comunità scientifica. Dopodiché, le singole Facoltà, a seconda delle loro esigenze, chiameranno i docenti scegliendoli all’interno delle liste degli idonei. Si tratta di una proposta in grado di rispettare il lavoro dei ricercatori, di non mettere in imbarazzo morale le commissioni, e di offrire alle Facoltà la possibilità di ampie scelte. Questa è la proposta che, nella situazione attuale, risulta la più liberale.

Si obietta: la proposta della lista aperta genererebbe troppi idonei, i quali poi farebbero pressione per ottenere un posto di ruolo all’Università. Replica: a) se il Paese è così fortunato da aver prodotto parecchi ricercatori di livello, perché la comunità scientifica non lo dovrebbe ufficialmente riconoscere?; b) in una lista aperta ricercatori di talento almeno non sarebbero bocciati; c) per gli idonei che non venissero chiamati dalle Facoltà o che non optassero per specifiche professioni (magistrati, avvocati, tributaristi, architetti, ingegneri, dirigenti di azienda, psicologi, ecc.) si potrebbero immaginare vie preferenziali – in base alle loro competenze – per l’ingresso nella pubblica amministrazione o nello scuola secondaria superiore. E solo Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno.

Ulteriore e più recente obiezione: ci sono degli illustri docenti e insigni ricercatori i quali sono contrari alla lista aperta. Ma, a parte che questo è un locus ab auctoritate facilmente rovesciabile, verrebbe qui da ripetere che “grandi uomini possono commettere grandi errori”. E, a mio avviso, il loro (sicuramente non intenzionale) grande errore è un errore di irresponsabilità nei confronti delle generazioni future.

 

 

«La riforma farà esplodere la fuga dei cervelli»

 

Val la pena insistere ancora sull’idea dei supposti benefici della “docenza precaria”. Dico subito che l’entusiasmo suscitato in alcuni dall’idea che un precariato magari prolungato sia di stimolo alla ricerca scientifica mi pare proprio fuor di luogo. Precari sono co.co.co., precari per alcuni anni come associati e precari anche dopo l’idoneità da docente di prima fascia – chi mai abbraccerà una simile carriera? Il bravo clinico, il brillante architetto, come anche l’economista e il giurista di valore, e così via si guarderanno bene dall’intraprendere la carriera accademica o dal restare all’Università; e sciameranno verso un “privato” più sicuro, professionalmente più soddisfacente ed economicamente più redditizio, quando non decideranno di trasferirsi all’estero. “La riforma farà esplodere la fuga dei cervelli” è stato questo il giustificato allarme dell’Associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca italiani. Avremo, quindi, sì una internazionalizzazione delle Università, ma di quelle straniere che si affretteranno a catturare le nostre più brillanti intelligenze. Una previsione, questa, espressa anche dalla Conferenza dei Rettori, stando alla quale la regolamentazione prevista per i contratti a termine non sarà in grado di “controllare la tendenza in atto che vede l’allontanamento dalla ricerca dei giovani più dotati”. Il “precariato” – vale a dire i contratti a termine – è una risorsa laddove, come negli Stati Uniti, vi sono molte opportunità per passare da una Università ad un’altra; da noi, dove queste opportunità sono scarse, scarsissime, il precariato è facile che si trasformi in non pochi casi da una parte in servilismo e dall’altra in arma di ricatto.

 

Ulteriori questioni ineliminabili

 

1) Il controllo della “produttività” di una Università non può ridursi al controllo dei “parametri fisici” (aule, attrezzature, laboratori, biblioteche, mense – tutte cose, queste, già note ad ogni preside e ad ogni bidello). Altrettanto insufficiente è la conta del numero dei laureati in tempo giusto. Un criterio del genere costituirebbe, piuttosto, un possente stimolo ad una selezione al ribasso: la peggiore Facoltà potrebbe decidere di “regalare” lauree, affrettarsi cioè a laureare tutti e magari con voti alti, così da “meritare” quel bollino blu che le permetterebbe di ricevere fondi più cospicui. La valutazione ha più parametri, indubbiamente. Ma quel che veramente conta è vedere, dopo tre o quattro anni, quanti laureati usciti da questa o quella Facoltà o da questo o quel Corso di laurea hanno trovato un posto di lavoro conforme alla loro specifica preparazione.

2) Che “nella scelta di un nuovo docente dovrebbe valere anche la sua capacità di portare finanziamenti privati” è un criterio che vale solo per certi corsi di laurea. Non può diventare un criterio generale. E, in ogni caso, i docenti universitari – tutti i docenti universitari – devono portare nelle Facoltà e nei Centri in cui operano il loro prestigio di ricercatori e la loro capacità e passione didattica: sapere e non soldi. Prima di tutto e sempre, e magari soltanto: sapere.

3) L’eccellenza per decreto (politico) è un’altra nefasta realtà. L’eccellenza di un Centro o di un Gruppo di ricerca è il risultato di impegno, di passione, di storie competitive, tappezzate anche di fallimenti oltre che di successi. E’ la competizione e non la politica a costituire un procedimento di scoperta del nuovo e del meglio. La politica dovrebbe avere solo il compito di stabilire le migliori condizioni per la competizione. La valutazione dei progetti, dei processi di realizzazione e dei risultati non è suo compito.

4) Il sistema dei crediti doveva rendere più agevole per gli studenti il trasferimento da una Università ad un’altra, soprattutto in ambito europeo. Purtroppo, lo ha complicato, anche per il trasferimento degli studenti all’interno delle stesse università italiane, giacché i crediti assegnati ad una disciplina in un Corso di laurea di una Facoltà non sono uguali ai crediti assegnati alla stessa disciplina in un’altra Facoltà. In realtà, i crediti, se da una parte non possono quantificare i tempi di apprendimento da parte di ogni singolo studente, dall’altra non riescono, il più delle volte, a riflettere i contenuti di conoscenza che essi dovrebbero indicare. Il convalidamento o meno di un esame sostenuto altrove dovrebbe avvenire in base a due criteri: il programma effettivamente svolto (con indicazione di testi, esercitazioni, seminari, ecc.) e il voto d’esame. Programma svolto e risultato dell’esame, e poi i crediti da assegnare e gli eventuali nuovi argomenti da sviluppare o tematiche da approfondire in vista di convalidamento nei casi di trasferimento.

5) Il docente universitario riversa il suo impegno nella ricerca, nelle lezioni, nel ricevimento dei giovani, nella guida alle tesi di laurea, ai lavori di dottorato. Quella docente – se fatta seriamente – non è una professione alla quale si possa riservare la domenica della vita. Di conseguenza, non è indice di responsabilità la ventilata proposta di una equiparazione tra docenti a tempo pieno e docenti a tempo determinato.

6) C’è un andazzo poco encomiabile nelle nostre Università, dove con sempre maggiore frequenza vengono affidati corsi di insegnamento ad “esperti” i quali abbiano avuto successo nelle diverse professioni (giornalisti, manager, politici e così via). Ora nessuno nega che vari esperti possono arricchire il bagaglio conoscitivo dei giovani. Ma questo andrebbe fatto con “testimonianze” e non trasformando sul campo in docente universitario un professionista di altro ambito – quasi che la professione di docente fosse sostituibile da qualsiasi altra.

7) Si è pensato di ridurre la smisurata – e talvolta  – scriteriata proliferazione dei Corsi di laurea con la proposta dei requisiti minimi (9 docenti di ruolo per i corsi triennali e 6 docenti di ruolo per i bienni specialistici). Sennonché, anche qui alle intenzioni non hanno fatto seguito gli esiti attesi. I Corsi non sono stati aboliti, le risorse sono state prosciugate e chiamate non di rado “raffazzonate” e affrettate degli idonei non sempre le più adeguate alle esigenze dei Corsi.

 

 

 
Dario Antiseri

Professore Ordinario di Metodologia delle scienze sociali presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss.

Al grande pubblico noto per il manuale di filosofia delle scuole medie superiori.

 

 

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