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Le tecniche finanziarie sono arretrate e penalizzano lo sviluppo delle imprese Il sistema bancario non offre servizi innovativi ad alto valore aggiunto

di ANTONIO CAPPELLI

 

I dati diffusi dal Cresa qualche giorno fa confermano che la crisi è strutturale. Fatto noto anche a chi ha voluto, e vuole, diffondere demagogico ottimismo, anziché la cultura del fare e dell’agire che, di per sé, non è fatta di promesse bensì di duro lavoro, quasi mai ripagato in termini di popolarità e consenso.

Ed è questa una delle ragioni, insieme ad altre, per la quale non si mette mano alle debolezze ed ai problemi – anch’essi strutturali – del sistema bancario, e del conseguente limitato accesso al credito da parte delle PMI.

L’ampliamento del mercato finanziario a nuovi soggetti, quali le piccole e medie imprese, deve essere l’obiettivo di tutti, istituzioni, banche, associazioni imprenditoriali, affinché si faccia  fronte alla fragilità del sistema della finanza di tipo innovativo, cioè dei servizi ad alto valore aggiunto: investment e merchant banking, finanza di progetto, risparmio gestito. Servizi che oggi risultano direttamente correlati, in una funzione di causa effetto, allo sviluppo del territorio nel suo complesso.

La finanza di progetto consentirebbe un pieno utilizzo dei fondi comunitari, una infrastrutturazione di tipo moderno del territorio, con infrastrutture gestite come imprese e, pertanto, in grado di produrre e di smobilitare capitali privati; l’ investment banking troverebbe la soluzione ad una delle piaghe delle PMI: la sottocapitalizzazione; il risparmio gestito ottimizzerebbe le grande quantità di risparmio (caratteristica tipica del nostro paese, in particolare dell’aquilano), destinandola ad un utilizzo fruttuoso, quale la crescita delle attività produttive in luogo del finanziamento del debito pubblico!

L’innovazione finanziaria gioca un ruolo determinante non solo in proiezione, cioè su quantità e qualità delle imprese che devono nascere, ma anche e soprattutto sull’immediato. Infatti, se si pensa che uno dei trend degli ultimi anni ha visto molte acquisizioni di piccole e medie imprese da parte di grandi gruppi internazionali, che così hanno spostato il controllo di qualche centinaia di esse nelle proprie sedi all’estero; e se si osserva che di queste PMI acquisite quasi tutte erano non aziende in difficoltà, bensì imprese in salute, e quasi tutte leaders di nicchia, allora la conclusione è facile. Siamo di fronte ad aziende che hanno scelto, obtorto collo, di farsi inglobare da un partner internazionale pur di non affrontare il pericolosissimo salto di una trasformazione da imprese familiari ad imprese di capitale.

Sono certo che le nostre medie aziende più dinamiche non vogliano, ed il sistema non può permetterselo, tirarsi indietro in questo modo e per questi motivi. E sono certo, se non esagero in certezze, che l’unica soluzione sia il reperimento di capitale di rischio o, comunque, di forme diverse dal tradizionale prestito bancario.

Dobbiamo incrementare la cultura del capitale di rischio come avviene già in altre Regioni, e per fare questo dobbiamo passare a formule facili e di immediata percezione, perché la struttura proprietaria delle nostre imprese è a capitale familiare, e le resistenze ad accedere al capitale di rischio vengono proprio da qui. Nella storia, e ancora nel presente, si è vissuto con una rassegnata serenità l’elevato indebitamento nonché l’elevata esposizione nei confronti delle banche, solo per non  affrontare una diversa corporate governance. E per qualche secolo è andata bene così. Ma oggi la competizione si è fatta difficile e le dimensioni sono quelle globali, internazionalizzare è scontato e per fare questo ci vogliono investimenti cospicui.

Dunque, non possiamo cedere all’arretratezza dei nostri mercati finanziari per mancanza di coraggio, anche perché dobbiamo prendere coscienza che non è questo l’unico problema, perché non è solo ammodernando il sistema creditizio che ci saremo assicurati l’accesso ai nuovi sistemi di finanziamento e capitalizzazione. Se solo pensiamo, per esempio, all’opportunità che rappresenta il mercato delle obbligazioni per i nuovi imprenditori, e andiamo a vedere quanti se ne avvalgono, rileviamo che essi sono pressoché assenti (tolto uno sparuto gruppo di più grandi), a tutto vantaggio degli enti locali e delle banche. Si può obiettare che il mercato del debito e quello del capitale di rischio si sono fatti molto competitivi, ma il problema non è questo, bensì il fatto che detti mercati non sono ancora abbastanza trasparenti, del che fanno le spese le imprese che godono di una palese minore evidenza rispetto agli Enti ed al sistema bancario in generale.

Insomma, ampliare il mercato finanziario a nuovi soggetti quali le PMI è un’opportunità anche

per il sistema bancario, che potrebbe ritrovare per se medesimo la necessaria ripresa verso la redditività.

 

Antonio cappelli

Direttore dell’Unione Provinciale degli Industriali di L’Aquila

 

 

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