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Le Banche devono rischiare con l’impresa

La relazione del Prof. Dominick Salvatore, incentrata sul tema “globalizzazione e competitività nei nuovi scenari internazionali”, ha allargato gli orizzonti del convegno ad una prospettiva nuova, interessante, densa di stimoli, suggerimenti e spunti di riflessione, come testimonia l’intenso ed affollato dibattito che ne è seguito.

In sintesi, tre sono i componenti principali della globalizzazione:

– la globalizzazione dei gusti, determinata dalla rivoluzione nella comunicazione e nei trasporti, a cui le imprese hanno riposto producendo prodotti che hanno sempre di più un carattere globale;

la globalizzazione nella produzione, che ha in sé sia un aspetto nuovo legato all’incremento del commercio internazionale (per cui si producono parti di prodotto e non il prodotto per intero), sia un aspetto tradizionale: l’azienda è decentralizzata per essere più vicina ai gusti del consumatore, ma è centralizzata al nucleo per coordinare le varie attività;

– la globalizzazione del mercato del lavoro: la globalizzazione stessa delle imprese e dei trasporti, coniugata con il miglioramento della formazione, permette la produzione anche fuori dalla nazione di appartenenza dell’impresa.

La globalizzazione, afferma Salvatore, è strettamente in relazione con la competitività internazionale e la competitività internazionale è l’insieme di quelle regole e condizioni che permettono ad una nazione di crescere rapidamente. Oggi vi sono vari istituti internazionali che misurano tale competitività e lo fanno raccogliendo dati composti da circa 220/230 indicatori, raggruppati in otto categorie, per poi darci una media ponderata. L’Italia ha un livello di competitività pari a 49,6 e si trova al settimo posto: al livello 100 ci sono gli Usa e, discendendo, il Canada, la Germania, il Regno Unito e il Giappone”. A determinare il posizionamento all’interno della classifica ci sono quattro fattori, materiali e comprensibili da tutti:

1 – il livello di computerizzazione dell’economia, che negli Usa è maggiore di quattro volte rispetto al resto del mondo;

2- la creazione virtuale di nuovi prodotti: è il computer che trasmette ai macchinari le indicazioni per produrre le parti e i componenti;

3- la produttività nei fattori di produzione;

4- la liberalizzazione e la flessibilità nel mercato del lavoro.

L’Italia fino ad ora ha segnato il passo per le carenze dovute sia alla piccola che alla grande impresa: infatti la piccola impresa (venerata negli anni ’80 come il deus ex machina in realtà ha dovuto fare i conti con la globalizzazione e con l’Unione Europea) oggi non è più importante perché la scala di produzione si è allargata; e sul piano della grande industria il Paese non ha esempi in grado di rappresentarla.

A questo si aggiunga che non è in grado neanche di avvalersi delle risorse offerte dalla Ue perché è sempre in ritardo sulla presentazione dei progetti perdendo così tutti i benefici che potrebbe avere.

Uno dei settori di sviluppo potrebbe essere quello bancario, ma il settore non è sufficientemente grande. Solo Banca Intesa è l’unica banca di un certo rilievo. Le banche italiane devono imparare a condividere, credere e rischiare con l’impresa, come si fa altrove, ed a stipulare alleanze. Venendo alla situazione dell’Abruzzo, è necessario che tutti cerchino di fare un salto dall’impresa familiare a quella industriale. Le imprese devono svilupparsi sulle proprie competenze di base per poter sfruttare il capitale al massimo e cercare di integrarsi nel sistema globale. Devono fare formazione utilizzando anche la lingua inglese ed internet. La nuova economia ci permette di fare un salto di qualità e quantità, non c’è ragione perché una regione poco avanzata non possa ritrovarsi a livello delle altre. In più, l’Abruzzo ha qualcosa che altri non hanno: la mancanza di criminalità.

Lo zoccolo duro dell’Italia è, e resta, il divario tra Nord e Sud: è vero che la Cassa del Mezzogiorno è stata inutile e che le differenze sono le stesse di cinquant’anni fa ma la domanda giusta da porsi è: quale sarebbe stato il divario senza la presenza della Cassa?

Quello che serve adesso all’Abruzzo è uno studio regionale specifico per individuare quali sono le ragioni che frenano la sua competititività, perché è importante capire se i motivi risiedono in carenze dovute alle imprese o in ostacoli creati dalle strutture.

Il tutto tenedo un occhio fermo alla globalizzazione: liberalizzazione si , ma con regole certe.

 

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