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Le 35 ore per legge sono un atto di imperio Per il lavoro urgono flessibilità e nuovi modelli organizzativi

ORARIO DI LAVORO

E LIBERA IMPRESA

 

di CELSO CIONI

 

Abbiamo appena archiviato una crisi di governo alquanto singolare.

Essa ha riproposto l’esigenza di riforme istituzionali che garantiscano una maggioranza stabile al riparo da condizionamenti e strappi di minoranze alla ricerca di “visibilità” a qualsiasi prezzo. Ovviamente per il Paese.

Ed ecco che il mondo del lavoro nel suo complesso, e proprio per risolvere la crisi, viene messo d’impero di fronte alla questione delle 35 ore.

Tutto ciò, non in un contesto di giusto dialogo sociale, ma, appunto, come atto d’imperio che, a mio parere, appare quale maldestro tentativo della politica di sostituirsi alla logica del confronto delle parti sociali. E questo accade proprio quando il Paese iniziava a raccogliere i frutti di quella che già negli anni ’60, un gentiluomo della politica, Ugo La Malfa, definì e sostenne solitariamente: la politica dei redditi.

Ebbene, dopo più di trent’anni, quando più o meno tutti avevano compreso l’importanza della politica dei redditi, nel frattempo più elegantemente ridefinita “concertazione tra le parti sociali”, una parte politica impone al Paese di riportare le lancette del tempo indietro di qualche decennio per imporre con uno strumento normativo la riduzione dell’orario di lavoro.

Anche nel nostro Paese sino ad oggi, il governo e il parlamento sono intervenuti con leggi e decreti solo quando si è trattato di sancire accordi contrattuali già raggiunti tra imprese e sindacati.

La storica riduzione a 40 ore settimanali è diventata legge italiana solo nel giugno scorso, esattamente venticinque anni dopo essere stata inserita nei contratti collettivi. 

Disconoscere in un sol colpo la politica dei redditi e l’esistenza delle parti sociali non è cosa da poco.

E’ anzi un grave tentativo di sostituirsi alle parti sociali.

In questo sì che esistono precedenti. Tutti negativi.

Fatta questa premessa che tende a chiarire che per noi è inaccettabile la tentazione di fissare per legge una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, vediamone insieme i perché.

La conoscenza di alcuni dati di base è utile a tutti. E senza scomodare confronti improponibili con la realtà statunitense da cui inesorabilmente continuiamo ad allontanarci, esaminiamo almeno il contesto europeo che, seppure non è quello globale dei mercati nei quali il nostro sistema è chiamato a competere, è comunque una realtà di riferimento significativa.

Ebbene (fonte Eurostat) la media europea delle ore di lavoro settimanali (occupati a tempo pieno) nei 15 Paesi Ue è di 40,3. Quella italiana è di 38,6. Tranne il Belgio (38,3), ci precedono tutti gli altri 13 Paesi, con un minimo che va da 0,1 ore (Danimarca: 38,7) ad un massimo di 4,4 ore (Regno Unito: 43).

Questi dati da soli sono eloquenti. Eppure c’è ancora qualcuno che è convinto che ridurre l’orario di lavoro produrrebbe conseguenze salvifiche. E allora può aiutarci conoscere i risultati di uno studio Svimez fresco di stampa.

Lo stesso giornalista che lo ha pubblicato sul L’Espresso del 16 ottobre lo ha intitolato: “lavorare meno, lavorare in pochi”.

Lo scenario che in sintesi si potrebbe verificare in caso di riduzione generalizzata sarebbe alquanto preoccupante per il Paese e per la sua economia.

Infatti, nella fattispecie, la disoccupazione nel Nord-Nord-Est potrebbe scendere fino al 3% con conseguenti problemi di reperimento di mano d’opera nel sistema produttivo italiano che più “tira”; mentre nel Sud il tasso di disoccupazione scenderebbe appena di qualche decimale (dal 21,7 al 21,1%).

Ci auguriamo di cuore che non si svegli qualcuno e proponga di spostare le fabbriche dal nord al sud.

Ovviamente per decreto.

E se proprio come si dice si vuol seguire la via francese, dobbiamo puntualizzare alcune questioni.

Innanzitutto il tessuto produttivo italiano, a differenza del francese, ha una larga base di piccole e medie imprese che necessitano di flessibilità.

E nonostante Jospin abbia scelto la via del dialogo e non l’atto d’imperio, Jean Gaudois, uomo d’eccellenza, ha imboccato senza esitazioni la via delle dimissioni da Presidente della Confindustria francese. E non è cosa da poco.

La questione della riduzione dell’orario del lavoro non ha bisogno di ulteriori drammatizzazioni perché, in sé, è una questione assai seria.

La sensazione che avverto è che il sistema imprenditoriale non ha necessità di deprimere la propria competitività e di essere, proprio per questo, indotto ad aumentare gli investimenti in automazione.

Noi imprenditori, però, oggi abbiamo l’opportunità di trasformare una questione, quella delle 35 ore finora mal posta e mal gestita, in un’occasione importante per giocare il nostro vero ruolo di modernizzatori del mondo produttivo e, quindi, della società.

Abbiamo di fronte la possibilità di proporre nuovi modelli organizzativi di lavoro che diano finalmente spazio alle flessibilità necessarie ed in grado di dare risposte alle diversità dimensionali, di settore e di localizzazione, che ormai caratterizzano in maniera evidente la nostra realtà.

In un contesto nel quale le attività manifatturiere a contenuto ripetitivo sono e saranno sempre più dirottate verso Paesi a basso costo del lavoro, nel nostro continente ed in Italia continueranno a svilupparsi mansioni di elevato contenuto di conoscenza e di capacità mentali.

Mansioni, insomma, che difficilmente possono e potranno essere rigidamente incasellate in un orario predefinito per tutti. In tale quadro non hanno ragione di esistere, e ancor più non avranno,  soluzioni di tipo “universale”.

Per evitare di perdere competitività è fondamentale predisporre un sistema integrato di flessibilità: dell’organizzazione aziendale, del lavoro, della cultura d’impresa. L’hanno fatto in Gran Bretagna ed in Olanda e hanno davvero dimezzato i problemi della disoccupazione.

E’ bene quindi accettare in positivo la sfida che abbiamo di fronte.

A chi anacronisticamente vorrebbe imporci il confronto su questioni che introducono elementi di ulteriori rigidità e che quindi, francamente, appaiono di retroguardia e anche un po’ démodé, noi non dobbiamo rispondere con l’istinto banicadero.

Dovremo invece lucidamente avanzare le migliori proposte di modelli di lavoro e di sviluppo più in linea con il futuro prossimo che con il passato remoto.

E sarà bene ricordare anche che, proprio nel passato, noi imprenditori per primi, e per la nostra parte, abbiamo scelto quei contesti nei quali esistevano concrete possibilità di praticare la libera impresa.

Così facendo abbiamo certamente posto le condizioni perché un futuro potesse esistere. Davvero.   

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