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Lavoro, passione e formazione gli strumenti per trasformare il salto generazionale in un’opportunità di crescita e competitività per giovani imprenditori

Le prime tracce dell’azienda Di Carlo risalgono a 170 anni fa. Quasi due secoli di storia di produzione del dolce più famoso di Sulmona, che ha attraversato secoli di cambiamenti e che nulla ha da invidiare alle più moderne ricette e le invenzioni dolciarie più recenti. Un prodotto antico che attraversa l’epoca delle tecnologie più avanzate, della produzione di massa e del consumo di massa, con i quali si misura necessariamente accettando la sfida dell’innovazione. Ma qual è la strada migliore da seguire per chi si affaccia nel mondo dell’imprenditoria? Lo chiediamo a William Di Carlo, che ha preso in mano le redini dell’azienda famigliare con la convinzione che il segreto di una buona gestione non stia solo in un prodotto che sa di tradizione, antico e fresco nello stesso tempo, ma anche nell’intraprendenza di un giovane imprenditore che del proprio avo non ha solo il nome, ma anche l’ambizione di far crescere una piccola azienda conservandone identità e mission, tradizione, fantasia e… competitività.

 

Quali cambiamenti ha vissuto la sua azienda nel passaggio dalla gestione paterna all’attuale?

«Cambiamenti radicali, dettati da un vero e proprio “momento di rottura” con una tradizione ancora molto legata ai metodi di produzione di mio nonno, dalla quale siamo stati catapultati in un mercato globalizzato e tecnologizzato. Se il contesto in cui era inserita l’azienda in passato permetteva a mio padre di lavorare con gli stessi strumenti, tecniche e contatti di suo padre, oggi questo non è più pensabile. Un’azienda che non evolve tecnologicamente, non si confronta con altre aziende, non si aggiorna e non investe in formazione, non può crescere. Il mercato è molto più dinamico che in passato e trascinato dall’evoluzione tecnologica, ecco perché le differenze rispetto alla gestione di mio padre sono totali. Formazione, “pensiero strategico”, rapporto con agenzie di marketing e di packaging, gestione della contabilità, programmazione della produzione e delle vendite, logistica: nulla è più uguale a prima».

La gestione dell’azienda famigliare: decisione graduale o colpo di testa?

«Senz’altro una scelta graduale. Ho affiancato mio padre fin da giovane, riceverne l’eredità è stata una soluzione quasi naturale, d’altra parte ne ho vissuto le vicende e respirato l’atmosfera fin da bambino. Rappresentava, agli occhi del bambino, una fonte di giochi e un mondo da scoprire, oggi il gioco è diventato una realtà da far crescere, una missione, una sfida».

Che ruolo ha oggi suo padre nell’azienda, lavorate ancora fianco a fianco?

«Non ne è mai completamente uscito. Oggi lavora con noi, contribuisce nella gestione in totale fiducia e discrezione e la sua esperienza ed i consigli ci sono di aiuto. È tuttavia innegabile che la realtà da cui proviene era completamente diversa: tante soluzioni tecnologiche e burocratiche (certificazioni ISO, computer e rete) sono per mio padre, che curava da solo l’intero processo produttivo, i rapporti con i soggetti istituzionali e con i clienti, una novità. Sessant’anni fa non esisteva la profonda specializzazione delle funzioni e dei ruoli che c’è oggi. Anche in una piccola azienda di 10-15 dipendenti, come la nostra, l’imprenditore non può più fare nulla da solo e non può prescindere dalla tecnologia se vuole evitare l’isolamento: ci sono troppi approfondimenti da conoscere e non è pensabile contare solo sulle proprie forze, perché a livello di professionalità tutto è spinto all’estremo. Colgo l’occasione per proporre a Confindustria di elaborare soluzioni di sostegno alle piccole imprese, inserite in Abruzzo in un terreno privo di strumenti e in un tessuto territoriale fragile: creare ad esempio una rete di consulenze a supporto delle piccole e medie imprese, una griglia di rapporti esterni validi per ogni funzione (acquisto di materie prime, gestione del settore marketing ecc.), che metta a disposizione figure part-time di fornitura di servizi alle aziende, affrontando così il problema dell’assunzione di consulenti per tutto l’anno, molto gravosa per le piccole e medie imprese. Non basta più fornire soltanto servizi, sviluppo e crescita devono essere guidati».

È prematuro pensare oggi ad una esternazionalizzazione?

«Non credo che lo sia, anche perché ambire al mercato estero significa crescere. Portiamo già i nostri prodotti all’estero partecipando a fiere, soprattutto in Germania, ma anche fuori dall’Europa. La gestione famigliare-tradizionale di mio padre mirava invece ad un mercato locale, circoscritto e poco esigente».

Quanto sono importanti la formazione scolastica e l’Università?

«Moltissimo. Io ho avuto la fortuna di affiancare mio padre a lungo e di conoscere tutte la fasi della filiera produttiva, le sue trasformazioni. Mentre lavoravo ho incominciato a frequentare l’Università, ma il lavoro dell’azienda è stato spesso tale da rendere inconciliabili i due diversi impegni».

Cosa suggerisce ai giovani che vivono il dilemma gavetta/carriera universitaria?

«Se dipendesse da me, imporrei prima il conseguimento della laurea, e poi la gestione dell’impresa. L’esperienza è assolutamente importante e necessaria, ma non c’è fretta: con la laurea l’imprenditore non ha finito il proprio percorso, ma lo ha appena incominciato».

Sembra invece che in qualsiasi ambito lavorativo l’esperienza sia proprio tra i principali requisiti richiesti. Un ragazzo che ne è privo viene penalizzato.

«Non sono d’accordo. Al di là dei forti limiti che il sistema universitario possa avere, primo fra tutti gli insegnamenti inutili e decontestualizzati, resta un canale per acquisire conoscenze difficili da ottenere altrove, e che sono indispensabili per chi vuole gestire un’impresa. Diritto ed economia sono utili per capire ad esempio cosa sia la fideiussione, o cosa accade quando un’azienda ha a che fare con la prescrizione del credito. Per cavalcare il mercato sono necessari poi aggiornamento e formazione continui, imprescindibili per l’evoluzione dell’azienda e rivolti non solo al management ma a tutti i lavoratori dell’azienda. Un’impresa non può decidere di sopravvivere restando immobile, impermeabile all’innovazione. Guardiamo i medici: quelli che investono in aggiornamenti di qualità saranno i nostri luminari, quelli che scelgono di non proseguire saranno medici mediocri. Io stesso cerco di aggiornare i miei dipendenti, sulle nuove tecnologie e le funzioni interne dell’azienda. Certificazioni, rotazione di magazzino, sistemi logistici, tracciabilità degli alimenti, palmari senza fili per la gestione dei lotti ecc., sono novità a cui i dipendenti devono essere “istruiti”, per questo spesso li porto con me nei vari convegni, come la Fiera dell’Alimentazione a Parigi e un seminario sulla tracciabilità a Salsomaggiore. Un modo per coinvolgere i dipendenti e stimolarli a lavorare con la testa, non solo con le braccia».

Attraverso quali soluzioni passa, nella sua azienda, l’innovazione?

«Cercando di essere attraenti per il mercato e proponendo nuovi prodotti. Da due anni abbiamo messo sul mercato, ad esempio, il “Confetto Firmato” che affianca il prodotto tradizionale, maturo e dotato già di una sua storia e del quale forse il mercato era stanco. Attraverso un sondaggio abbiamo captato nei clienti un desiderio di novità che abbiamo assecondato e intorno al quale oggi emerge molto interesse da parte dei consumatori, evidente sia nelle frequentazioni del sito che nelle richieste che giungono ai negozianti. I consumatori hanno l’ultima voce in capitolo nel restituirci il feedback intorno ad un prodotto: la nostra idea ha passato la prova, ma bisognava rischiare anche in nome di una discontinuità con il passato».

I.r.c. William Di Carlo

Titolare: William Di Carlo

Indirizzo: Viale del Lavoro 1517

67039 Sulmona (Aq)

numero dipendenti: 15

tel: 0864/253070

fax: 0864/253071

sito web: www.williamdicarlo.it

e-mail:dicarlo@dicarlo.it

 

 

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