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LAVORO: E’ L’ORA DELLA RESPONSABILITA’, NON DELLE ACCUSE

di CELSO CIONI

 

Sono ancora freschi di stampa i dati, resi noti dall’ISTAT pochi giorni or sono, sui livelli dell’occupazione e della disoccupazione nel nostro Paese.  Da essi emerge sostanzialmente un quadro che dovrebbe spingerci a fare almeno qualche riflessione. 

Infatti, mentre l’occupazione resta sui medesimi livelli dell’anno passato, la disoccupazione continua la sua preoccupante crescita.  Quando poi si tenta di approfondire i dati, si apprende, sempre secondo l’ISTAT, che nell’aprile di quest’anno le persone in cerca di occupazione sono risultate 2 milioni e 882mila unità (come le definisce l’Ente e che sarebbero in realtà donne ed uomini italiani).  Questo è, statistiche alla mano, il livello più elevato degli anni Novanta.  Scusate se è poco.  Dalla stessa fonte apprendiamo che il tasso di disoccupazione è salito al 12,5%.  Riscusate se è poco. 

Andando avanti nel tentativo d’approfondimento, si può apprendere, per i pochi a cui non fosse già noto, che il tasso di disoccupazione nel nostro Paese è inferiore di due terzi nel Nord rispetto al Sud, dove in un anno si è passati dal 22,6% al 23,5%.  Scusate e riscusate sempre se è poco. 

Tutto questo accade in una congiuntura economica che, a detta di alcuni, è di “una certa ripresa economica”.  Ciò conferma che quanto sostenevamo solitariamente alla fine degli anni Ottanta non era privo di fondamento.  Cosa sostenevamo allora? Che il fenomeno disoccupazione non era legato solo alla congiuntura economica, ma che esistevano anche e soprattutto motivi strutturali riferibili al mercato del lavoro.  In particolare, già da allora, segnalavamo la necessità di rivedere, con coraggio e lungimiranza, il problema del costo del lavoro, non solo e soltanto in quanto tale.  Ravvisavamo la necessità di individuare nuovi modelli organizzativi di lavoro.  Eravamo e restiamo convinti di questa esigenza.  C’era, e c’è ancora, purtroppo, la necessità di ricercare questi nuovi modelli organizzativi, che possano dare finalmente spazio alla flessibilità necessaria e che siano in grado di dare risposte sia alle diversità dimensionali delle aziende sia a quelle di settore che di localizzazione.  Allora venimmo ingiustamente accusati di porre questioni strumentali.  I fatti ed i dati odierni parlano da soli e smentiscono chi allora ci accusava di tutelare solo i nostri interessi. 

Ma non è questo il problema.  Il vero problema è che milioni di donne, di uomini e di giovani non trovano l’occasione di esercitare un primario diritto.  Quello del lavoro.  Da qui dobbiamo partire.  Da qui deve partire subito un’azione forte e chiara di chi ha responsabilità di Governo.  Ciò non solo a livello nazionale, visto che nell’ambito della nostra Regione e della nostra Provincia i dati sulla disoccupazione nell’ultimo anno sono ancora più inquietanti.  C’è necessità ed urgenza di azione.  Se qualcuno pensa di risolvere un problema così grande solo con la demagogia, sbaglia.  Un problema così serio non potrà essere risolto né con le trentacinque ore, né con il decollo, che taluni, sbagliando, ritengono salvifico, del lavoro in affitto. 

Così sbaglierebbe chi tentasse sciaguratamente di iniziare il balletto delle accuse reciproche. Non serve scambiarsi accuse, per risolvere una questione così delicata.  Un apprezzato sindacalista della nostra Provincia, in questi giorni, lo ha fatto.  Ed ha sbagliato.  Così come sbaglieremmo noi se imboccassimo irresponsabilmente questa strada.  È tempo invece di assumerci, per ciò che ci compete nei rispettivi ruoli, le responsabilità che derivano dall’esercizio dei ruoli medesimi.  È tempo di capire se da oggi saremo capaci o incapaci di dare finalmente le risposte giuste ad una realtà sociale ed economica che sta per entrare in un nuovo millennio.  È tempo di capire se siamo o non siamo capaci di individuare insieme, politici, forze sociali ed imprenditori, quei nuovi modelli organizzativi di cui necessita il mondo del lavoro. 

C’è bisogno urgente di provvedimenti e di un programma credibile di sviluppo e di occupazione per il Sud del Paese.  Prima che sia troppo tardi.  Noi, nel nostro ambito provinciale e regionale (che, sul tema, è certamente Sud), diciamo da subito di essere pronti e disponibili al confronto ed al dialogo.  Con tutti ed in tutte le sedi. 

Se davvero vogliamo essere classe dirigente (politici, forze sociali ed imprenditori), non abbiamo più tempo da perdere. Se non saremo in grado di fornire risposte giuste e tempestive, allora vuol dire che non meritiamo di essere classe dirigente.  Se così fosse, e spero ovviamente di no, faremmo bene a metterci da parte e dare spazio ad altri.  E, per concludere , un’ultima riflessione: la mia generazione, quella che idealmente per anni ha guardato all’Europa di Monnet, di De Gasperi, di Spinelli, vorrebbe che, oltre all’Europa comune dell’economia e della moneta unica, nascesse il contesto sociale dell’occupazione e dello sviluppo nel nostro continente.  Noi, fortemente, vogliamo continuare a sperare. 

 

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