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LAVORO E DISOCCUPAZIONE: ABRUZZO PARALIZZATO L’ABRUZZO INVECCHIA ALLO STESSO RITMO DEL NORD, MA CON UN PRODOTTO INTERNO LORDO CHE MARCIA A UN RITMO DIMEZZATO

di Maria Gabriella Busilacchi

 

Secondo l’Istat i disoccupati in Abruzzo sarebbero meno di sessantamila; secondo l’Eurostat, invece, sarebbero centoquattordicimila; l’ufficio di collocamento conta circa centosessantamila iscritti. Qual è la verità? Qual è, sul fronte dell’occupazione, la reale situazione in Abruzzo? Se si considera tutta una serie di fatti e dati concreti, la cifra più attendibile sembrerebbe, purtroppo, proprio quella più alta: anche ammesso che tra i centosettantamila iscritti alle liste di collocamento ci sia una percentuale di studenti universitari e di persone che lavorano in nero, per un totale di circa cinquantamila, i restanti centodiecimila iscritti sono il doppio di quelli calcolati dall’Istat. E i disoccupati abruzzesi “reali” dovrebbero, così, essere circa centoventimila, oltre il 25% della popolazione. Tantissimi, sicuramente troppi.

Ma a rendere ancora più nero il panorama lavorativo dell’Abruzzo, c’è il fatto che, da più di quattro anni, lo sviluppo della regione considerata sempre il traino del Sud, non solo ha rallentato, ma si è completamente arrestato. Basta pensare ad un dato inconfutabile e a dir poco preoccupante: dopo aver espulso dal proprio sistema oltre trentamila occupati, soprattutto del settore industriale, in cinque anni, invece di creare nuovi posti di lavoro, la nostra struttura produttiva si è fermata. E la situazione non sembra far sperare nulla di buono per il prossimo futuro: l’Abruzzo invecchia allo stesso ritmo del Nord, ma con la sostanziale differenza che le regioni centro settentrionali, al contrario di noi, contano su un prodotto interno lordo che marcia a ritmi doppi rispetto al nostro tasso di sviluppo. Il risultato è un sempre crescente distacco dell’Abruzzo dai dati e dallo sviluppo del Nord, e il rischio di diventare il fanalino di coda di alcune regioni del Sud.

Per questo motivo, in sede di primo esame del bilancio preventivo 1997, i tre sindacati confederali hanno posto l’accento sulla priorità che il problema della disoccupazione deve avere nel calendario degli impegni di Consiglio e Giunta regionali. Hanno inoltre contestato al governo regionale il fatto di aver riservato alla creazione di nuovi posti lavori nella piccola e media impresa e nell’artigianato, soprattutto, una quantità di risorse veramente minima e assolutamente insufficiente per un risultato decente. A questo va aggiunto il quasi fallimento della Legge Viserta che prevede l’utilizzo dei 70 miliardi assegnati all’Abruzzo dal governo centrale nel 1994, a seguito dell’uscita della nostra regione dal Mezzogiorno. Lo scopo era quello di indennizzare l’Abruzzo con un finanziamento finalizzato al sostegno e allo sviluppo della piccola e media impresa. Essendo stata bocciata dall’U.E., la legge è stata poi rivista diventando operativa da oltre un anno, ma ancora non riesce a decollare, e i contributi previsti oltre che per favorire l’occupazione, anche per l’innovazione tecnologica e per interventi strutturali, restano fermi. Così come sono restati fermi, finora, i 350 miliardi assegnatici grazie ad un intervento straordinario dello Stato: pur essendo usciti come regione dal cosiddetto Obiettivo 1, pur, cioè, non facendo più parte delle regioni in ritardo di sviluppo, l’Abruzzo può utilizzare i finanziamenti del triennio 1994-1997, fino a tutto il 1999. Con la speranza che si riesca ad investirli.

Intanto, però, migliaia di giovani diplomati e laureati, sono inutilmente in cerca di lavoro, costituendo la metà del totale dei disoccupati. Una situazione insostenibile che costringe sempre più spesso i giovani abruzzesi a lasciare la nostra regione: sta nascendo una nuova emigrazione? Certamente, se la situazione non cambia e ai giovani non vengono offerte nuove possibilità, magari attraverso il potenziamento delle leggi che promuovono e agevolano, ad esempio, l’imprenditoria giovanile, il futuro regalerà proprio questo: un nuovo esodo delle energie più vitali verso altre regioni, se non verso altre nazioni.

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