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L’Aquila, Salone Ricostruzione, Cifani e Cialone – ITC CNR: ”se ripartissimo dalla prevenzione?”

“Il post-terremoto: tra ritardi e approssimazione, la ricostruzione è ferma. E’ l’ora di avviare politiche serie per la prevenzione, in questo paese. Studi, metodi e strumenti già esistono e sono stati elaborati ma mai utilizzati” a denunciarlo è Giadomenico Cifani (responsabile sede dell’Aquila ITC CNR) che ha parlato al convegno “Sisma Abruzzo 2009: dall’emergenza alla ricostruzione – III anno. Esperienze a confronto, procedure e prospettive, tecniche di intervento”. Al Salone della  Ricostruzione (24/27 maggio 2012, aeroporto dei Parchi, L’Aquila) l’ITC CNR dell’Aquila hanno presentato “Le terre delle baronia”,  volume curato dallo stesso Cifani insieme al collega Giovanni Cialone.

 “Le terre della Baronia” è un libro di ricerca che rende finalmente disponibili i dati di uno studio sulla vulnerabilità delle Chiese e dei centri storici di molti comuni che sono stati poi effettivamente colpiti dal terremoto del 2009.

(G. Cialone) Lo studio ha riguardato i Comuni di Barisciano, Calascio, Castel del Monte, Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, S. Stefano di Sessanio. Si tratta di dati la cui pubblicazione riteniamo importante, anche proprio in virtù del riscontro che oggi possiamo fare coi danni effettivamente riportati. Abbiamo repertato e analizzato la vulnerabilità dei centri storici e di 36 chiese dell’area e ci colpisce la sovrapponibilità dei danni subiti al rischio che avevamo stimato. Soprattutto per le chiese, in cui il dato era molto più approfondito. Questo dimostra che è possibile fare prevenzione. Una prevenzione che non solo tuteli il patrimonio artistico ma soprattutto garantisca la salute e la sicurezza dei cittadini. Strumenti di analisi come quelli che abbiamo utilizzato sono disponibili – e possono magari essere perfezionati – per compiere una MAPPATURA della vulnerabilità del patrimonio edilizio del nostro paese. A che scopo? Per esempio per indicare DOVE  e COME si deve intervenire per ridurre (non dico azzerare, ché sarebbe impossibile) il rischio di danni gravi. Costa di più RICOSTRUIRE dopo che il danno si è verificato o INTERVENIRE prima? Senza contare che ci sono costi che purtroppo non andrebbero proprio messi in conto. Quanti cittadini aquilani oggi avrebbero apprezzato che il sindaco o chi per lui avesse loro indicato dove e come agire per rendere più sicure le loro case? E’ ragionevole pretendere che, in mezzo a tanti sprechi, lo Stato si preoccupi di tutelare i suoi cittadini attraverso i mezzi, strumenti e persone, che oggi sono disponibili? E’ pretendere troppo chiedere che ci dica quali sono i parametri del “miglioramento sismico” che si sta finanziando agli aquilani e quali sono i controlli con i quali se ne verificherà la realizzazione?

Perché la ricostruzione è ferma?

(G. Cifani) Perché le procedure sono contorte e farraginose. Sono state completamente ignorate completamente le esperienze passate, recenti e meno recenti. Il paradosso è che i soldi ci sono ma il problema è come spenderli e soprattutto come spenderli in modo corretto e al meglio. Uno degli errori principali è stato quello di agganciare il contributo (o indennizzo) all’esito della scheda di agibilità: un uso, questo, assolutamente improprio. “La valutazione di agibilità in emergenza post-sismica è una valutazione temporanea e speditiva – vale a dire formulata sulla base di un giudizio esperto e condotta in tempi limitati, in base alla semplice analisi visiva ed alla raccolta di informazioni facilmente accessibili – volta a stabilire se, in presenza di una crisi sismica in atto, gli edifici colpiti dal terremoto possano essere utilizzati restando ragionevolmente protetta la vita umana”. Questo dicono le procedure (ormai pubblicate anche in G.U.). Nel terremoto di Umbria e Marche (ma anche in quello del Molise del 2002) le stesse schede sono state correttamente utilizzate per questa finalità e per elaborare le stima dei costi di “ricostruzione” basate sui dati contenuti nella stessa scheda e quindi sul danno effettivo e sulla vulnerabilità. Stime che, a consuntivo, si sono ben poco discostate dalla spesa reale. Nel terremoto abruzzese, agganciando il finanziamento al solo esito di agibilità si è verificato e si verifica che edifici con esito E, ma con pochissimi danni, hanno usufruito di ingenti finanziamenti mentre, magari,edifici con esito B o C con danni leggeri ma molto diffusi, hanno ricevuto un finanziamento insufficiente, determinando un evidente utilizzo distorto delle risorse (se non un vero e proprio spreco).

E i piani di ricostruzione?

(G. Cifani) Anche sui piani di ricostruzione il giudizio è assolutamente negativo. Se si escludono alcuni centri storici gravemente danneggiati se non distrutti  – penso a Onna, Tempera, Villa Sant’Angelo e alcune parti del centro storico di L’Aquila – dove l’uso di questo strumento, economico-programmatorio ma non certo urbanistico, è comprensibile, in tutti gli altri casi, dove non ci sono stati danni ingenti, il piano di ricostruzione poteva essere evitato. Si è scelto, invece, di renderlo obbligatorio per tutti i 57 comuni del cratere, con inevitabili e inutili ritardi. In precedenti terremoti, quale quello del Parco Nazionale d’Abruzzo del 1984 tanto per restare nella nostra regione, centri storici con danni ben più gravi di quelli della maggior parte dei Comuni del “cratere” del sisma 2009 sono stati interamente recuperati nel giro di pochi anni (alcuni centri storici addirittura in soli 3-4 anni). Mancano ancora precise direttive e linee guida per gli interventi a valle dei riferimenti ufficiali delle Linee Guida sui BBCC e delle NTC 2008, tanto che si stanno utilizzando tecniche ormai da tempo superate in quanto dimostratesi, alla prova dei fatti, poco efficaci. I ritardi determinati dalla “filiera” hanno comportato e comportano ulteriore spreco di tempo e di risorse, preoccupandosi fin troppo della “correttezza formale” dei progetti e ben poco della reale efficacia delle scelte progettuali, senza per altro assumersi alcuna responsabilità tutta demandata, “a scatola chiusa”, ai Comuni.

Da dove si riparte?

(G. Cifani) Stima dei costi reali, definizione delle priorità, programmazione, semplificazione e chiarezza delle procedure, informazione, qualità dei progetti e degli interventi, gestione e coordinamento efficace del processo di ricostruzione e controlli, soprattutto in corso d’opera,. Se la ricostruzione non entra rapidamente “a regime” è anche inutile parlare di ripresa e sviluppo. Le professionalità locali, a livello tecnico e amministrativo, ci sono, basta solo rafforzarle e metterle in condizioni di operare.

 

 

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