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L’Aquila, Lo Bello: credito d’imposta a imprese legali

Sarà presente domani all’Aquila, per la firma del Protocollo di Legalità tra Confindustria L’Aquila e la Prefettura, Ivan (diminutivo del più epico Ivanhoe, nome di famiglia) Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, famoso per le sue battaglie di legalità all’interno dell’associazione. Il suo famoso “editto anti racket” («Chi non denuncia gli estorsori sarà espulso») ne ha fatto un simbolo della lotta antimafia. Siracusano, sposato e padre di due figlie, Ivan Lo Bello, laureato in Giurisprudenza, è un  imprenditore di terza generazione.

Lei è considerato il volto nuovo dell’imprenditoria antimafia del Sud. Ma è davvero possibile conciliare etica e “fare impresa”, cioè profitto?

Non solo è conciliabile, ma necessario. La dimensione etica è essenziale all’interno dell’impresa e anche del mercato, perché funzioni. Per produrre ricchezza, e farlo stabilmente nel tempo, l’economia ha bisogno di un mercato efficiente. E un mercato è efficiente quando al suo interno vigono e vengono rispettate norme di trasparenza e legalità. Solo così si realizza una vera concorrenza leale tra le imprese. E’ un concetto elementare dell’economia eppure ci sono ancora sacche del paese in cui è diffusa la falsa promessa di successo della mentalità dei furbi e furbetti, dai dilettanti dell’aggiramento delle regole ai professionisti dell’illegalità criminale.

La sua è dunque una battaglia culturale?

La nostra esperienza in Sicilia dimostra che è in corso un cambiamento culturale e questo è il risultato più importante per noi. Al di là dei numeri, che sono confortanti, al di là di quello che io chiamo la “contabilità” dei nostri singoli successi contro il racket e le organizzazioni criminali, il cambiamento di mentalità è quello che conta. Sono tanti ormai gli imprenditori che ci hanno seguito e che credono davvero che la via del successo di un’impresa – e quindi di un territorio – sta nel suo confrontarsi ogni giorno con le regole indispensabili che tutelano il mercato e rifiutare qualsiasi rapporto non trasparente col mondo politico e le realtà mafiose.

Parlando dell’Aquila, lei vede concreto il rischio di infiltrazioni mafiose o di altre organizzazioni criminali?

Il rischio esiste ed è ovunque ormai, lo dimostrano le cronache tutti i giorni. Per questo bisogna attrezzarsi per combattere le infiltrazioni. La capacità delle forze dell’ordine è essenziale, ma accanto bisogna sviluppare la consapevolezza dei soggetti economici, che devono e possono vigilare sul loro territorio.

Con quali strumenti?

Ce ne sono diversi. Anzitutto il certificato anti-mafia che, seppure giustamente oggetto di riflessioni, per le lungaggini che comporta e la farraginosità di alcuni passaggi, è e resta un presidio fondamentale per la legalità. Oggi si parla molto anche delle famose “white list”, che possono anche diventare un valido strumento alternativo, ma solo nel momento in cui saranno oggetto più accurato non solo di verifiche preventive ma anche di controlli periodici e costanti.

E’ notizia di oggi che lunedì sera la commissione Industria del Senato ha approvato l’istituzione del rating della legalità per le imprese. Una proposta sollecitata da Confindustria che prevede «l’istituzione presso l’autorità Antitrust di un albo per le imprese». La relatrice Vicari ha spiegato che «sarà verificata la loro correttezza non solo per quanto riguarda la criminalità ma anche nei confronti del fisco e dello Stato. La premialità sarà tradotta in un accesso più facile ai finanziamenti pubblici e ai prestiti bancari». Che ne pensa?

Attendo di leggere il testo ma certamente c’è grande attenzione su questi temi. Finalmente, aggiungerei. Vedo però dei rischi. Il problema è capire bene cosa deve ricadere sotto l’egida della legge e cosa può essere regolamentato tra le imprese stesse e al loro interno. Ovviamente, l’argomento deve essere al centro delle nostre riflessioni. Allo stesso modo dovremo riflettere sugli strumenti di premialità da adottare. In generale, la nostra esperienza al sud ha dimostrato in modo inequivocabile che i finanziamenti pubblici alle imprese possono creare danni gravissimi al sistema – e spesso lo fanno. Quindi diciamo no ai finanziamenti pubblici, chiediamo invece premi veri, concreti: crediti di imposta più trasparenti, per esempio.

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