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L’Aquila, la Chiesa stanga gli imprenditori

L’Istituto diocesano per il sostentamento del clero dell’Aquila stanga le imprese del nucleo di Sassa nell’indifferenza del consorzio per lo sviluppo industriale.

Monta la protesta di alcuni proprietari di capannoni nella zona Ovest del capoluogo alle prese con l’incredibile vicenda.

A uno di essi, per esempio, nel maggio 2006 viene destinato un lotto da oltre 1.500 metri quadrati per insediare un’attività artigianale e subito gli vengono chieste svariate migliaia di euro sull’unghia per i diritti di assegnazione.

L’imprenditore racconta ad AbruzzoWeb la sua disavventura ma non vuole rilasciare dichiarazioni, forse per paura di ritorsioni.

L’area, almeno all’inizio, è virtuale: lo sventurato, che non sospetta minimamente dell’odissea che lo attende, viene invitato a rintracciare i proprietari dei terreni per tentare di comprarli a prezzi equi. In questo caso il lotto è interamente dell’Istituto diocesano che, dopo varie trattative, gli chiede oltre 50 euro a metro quadrato, circa 75 mila euro Iva compresa.

Spaventato dalla richiesta a dir poco esosa, il titolare dell’attività si rivolge di nuovo al consorzio, che procede a fare l’esproprio e nel 2010 vende il terreno all’interessato per poco meno di 24 mila euro, pari a 13 euro a metro quadrato.

Nella vana speranza che la situazione sia risolta, l’artigiano procede immediatamente alla progettazione e alla costruzione dell’immobile e nel 2011 comincia l’attività.

Tutto risolto? Manco per sogno. Venti giorni fa arriva la mazzata: l’Istituto diocesano reclama altri 120 mila euro perché il prezzo ritenuto giusto per quell’area è di 95 euro al metro più Iva, più del doppio di sette anni prima.

A quel punto pensa di rivolgersi al consorzio, ma fa una sconsolante scoperta. Nell’atto di vendita sottoscritto, infatti, c’è scritto che “la ditta acquirente esonera il consorzio da qualsiasi onere derivante da un eventuale annullamento da parte dei componenti organi giurisdizionali degli atti espropriativi posti in essere dal consorzio in esecuzione della presente convenzione, comprese le spese legali sostenute dal consorzio per la costituzione in giudizio”.

Come a dire: se abbiamo fatto qualche errore nella procedura o nella stima del costo devi pagare tu, e in tempi strettissimi, come si legge ancora nella convenzione: “entro 30 giorni dall’eventuale provvedimento dell’autorità giudiziaria”.

“A cosa serve, allora, il consorzio industriale?” si chiede a quel punto l’imprenditore, sempre più disorientato anche se deve rimproverarsi la leggerezza di aver firmato un atto senza averlo verificato attentamente.

La risposta la dà il presidente regionale di Piccola industria di Confindustria Abruzzo, Modesto Lolli, che interpellato dal nostro giornale, spiega: “quella dei consorzi è una storia vecchia di 20 anni, in tanti tra i politici hanno promesso che le cose sarebbero cambiate ma sono sempre rimaste uguali”.

“La verità – aggiunge – è che sono organismi utilizzati dalla politica per parcheggiare qualche trombato”. “È incredibile che ci siano aquilani, magari giovani, che con tanta buona volontà cercano di mettere su un’attività e si ritrovano a vivere esperienze come quella descritta – polemizza – Dopo sette anni e molti soldi spesi rischiano di ritrovarsi soli e con macigni grossi come case sulle spalle”.

“Se questo è l’aiuto che si vuole dare a una città che tenta di ripartire dopo il terremoto – prosegue Lolli – stiamo freschi”.

“Il consorzio chiede soldi in anticipo per un bene che non è il suo e poi capita pure che arriva un soggetto che ne reclama la proprietà – conclude – Mi sembra di rivedere il film nel quale Totò e Nino Taranto affibbiano la fontana di Trevi a un turista credulone”. Alberto Orsini per Abruzzoweb

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