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L’Aquila: che fine hanno fatto gli aiuti dall’estero?

Di fronte agli ingenti – e per ora non quantificati – danni al patrimonio storico-artistico dell’Emilia, converrà far da soli. Ad aspettare gli sponsor stranieri si rischia, infatti, di rimanere profondamente delusi. È successo con il terremoto abruzzese del 2009. Grazie anche alla vetrina mondiale offerta allora dal G8, i grandi della Terra si prodigarono in promesse. Americani, cinesi, canadesi, spagnoli: tutti volevano restaurare un bene.
Tutti dileguati.
La lista dei 45 monumenti da adottare, preparata dall’ex ministro ai Beni culturali, Sandro Bondi, è rimasta quasi del tutto orfana di sponsor d’Oltralpe. Hanno mantenuto la promessa i russi, i kazaki, i francesi e i tedeschi. Oltre alle associazioni e ai privati di casa nostra. Ci sono, poi, i soldi messi in campo dallo Stato. Certo, ne servirebbero molti di più, perché i danni al patrimonio sono stati stimati in 3,5 miliardi.
Nulla toglie che anche questa volta si possa ritentare con il “bando” internazionale, ma c’è il serio rischio che la crisi faccia abortire anche le sole buone intenzioni.
Ci vorrà ancora un po’ per capire l’entità dei danni che il terremoto ha provocato sul patrimonio storico-artistico dell’Emilia e delle regioni limitrofe, in particolare la Lombardia e il Veneto. Le continue scosse impediscono, infatti, ai tecnici delle soprintendenze di effettuare i sopralluoghi per verificare lo stato di chiese, palazzi, monumenti. Quel che è certo è che l’entità del disastro è notevole e, come si è già verificato in passato, ha colpito in modo significativo il patrimonio ecclesiastico. Sono, infatti, venuti giù chiese e campanili.

Per avere una prima stima bisognerà però attendere che il personale del ministero dei Beni culturali possa, con l’assistenza dei vigili del fuoco e della protezione civile, raggiungere i siti colpiti e verificare i vari danni, prima quelli strutturali esterni e poi quelli agli arredi e ai reperti interni. Osservazioni che saranno trasferite sulle schede che da sei anni a questa parte i tecnici utilizzano per mettere a fuoco l’entità dei danni nel caso di eventi calamitosi, come un terremoto o un’alluvione.
Le schede – nate all’indomani del sisma in Umbria e Marche del 1997 e in un primo tempo limitate alla mappatura delle chiese e dei beni mobili danneggiati e poi, nel 2006, estese alla ricognizione di palazzi e monumenti – permettono di avere una fotografia del dissesto del patrimonio provocato dal sisma, di approntare una prima stima dell’importo dei danni e di valutare da che parte cominciare. Perché ci saranno certamente strutture danneggiate ma agibili, oppure agibili solo in parte o completamente inagibili. Alla messa in sicurezza di queste ultime va concessa una corsia d’emergenza.
Il problema, a quel punto, diventerà di risorse. Sempre difficili da reperire, ma soprattutto in un momento di crisi come questo. Di soldi, infatti, ne occorreranno tanti. Pur con i dovuti distinguo, per rimettere in sesto i beni di interesse storico-artistico devastati dal terremoto del 1980 in Irpinia servirono circa 210 miliardi delle vecchie lire, ovvero 108 milioni degli attuali euro. Ben più salato il conto dei danni provocati dal terremoto del ’97 in Umbria e Marche (solo in Umbria i monumenti colpiti furono 2.500 per un importo di quasi un miliardo di euro) e del 2009 in Abruzzo, dove una prima stima ha quantificato in 3,5 miliardi le risorse necessarie per ridare vita al patrimonio culturale.
Tra il chiedere e l’avere il solco è, però, enorme. In Umbria, per esempio, finora sono arrivati 600 milioni di euro. A distanza di quindici anni, dunque, i lavori non sono ancora stati completati. Come rileva il responsabile della direzione regionale dei beni culturali, Francesco Scoppola, «anche nel caso di lavori effettuati solo parzialmente, si è cercato di concludere lotti funzionali autonomi, in modo da poter utilizzare nella maggior misura possibile il patrimonio monumentale danneggiato». C’è poi il fatto che i fondi stanziati finora sono riservati al restauro di beni immobili. «I beni mobili, immediatamente ricoverati in luoghi sicuri, sono destinati – aggiunge Scoppola – ad attese ancora maggiori».
Nel caso dell’Emilia, però, c’è da registrare una novità di carattere organizzativo, che potrebbe (ma è tutto da verificare) avere ricadute anche sulla tempistica degli interventi e nel reperimento delle risorse. Se fino all’altro ieri, infatti, la gestione dell’emergenza era, anche per quanto riguardava il patrimonio culturale, in mano ai commissari, ora è stata creata una cabina di regia a livello ministeriale. In questo modo è stata data attuazione alla nuova linea governativa, che privilegia (anche per evitare costi spesso inutili) le strutture “ordinarie” delle amministrazioni. Così, a gestire il dopo-terremoto è stato chiamato il segretario generale dei Beni culturali, Antonia Pasqua Recchia, che ha creato un’unità di coordinamento nazionale, affidata al prefetto Fabio Caparezza Guttuso, presidente della commissione per la sicurezza del patrimonio culturale nazionale del ministero.
Sarà la nuova unità di coordinamento a tenere un filo aperto con le direzioni regionali per cercare di capire al più presto quanta parte del Belpaese ha bisogno di cure.

Antonello Cherchi, per Il Sole24ore

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