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L’AQUILA ARCHIVIATA E IMPOLVERATA

Fare le interviste e raccogliere le dichiarazioni di intenti è la cosa più semplice. Sia per chi pone le domande che per chi rilascia le risposte. E nel caso di specie è ancora più facile: domande scontate per risposte da campagna elettorale. Così – come tutti, del resto – ha fatto anche L’Industriale, non da ultimo con l’obiettivo di dare forma certa, proprio all’indomani delle elezioni, agli impegni ai quali sono chiamati i nuovi mandatari nei prssimi anni.

Il risultato è stato incoraggiante, proprio nella parte in cui può sembrare l’esatto contrario, e viceversa. E cioè: di primo acchito è incoraggiante sentire quante belle cose i nuovi parlamentari hanno intenzione di fare (strade, aeroporti, recupero dell’Obiettivo 1…), e non lo è, invece, sentire che non sanno che pesci pigliare.

Eppure, come dicevo prima, il buono sta proprio dove sembra essere il suo opposto. In una parola, i nostri parlamentari, spingendosi bel oltre le facili promesse, hanno detto che L’Aquila deve dire cosa vuole, quali sono i suoi progetti, quali gli intendimenti. I progetti non li fanno loro – dicono in sostanza alcuni onorevoli – loro li caldeggiamo e li promuovono presso il Governo centrale ed europeo, ma non possono ricoprire un ruolo che spetta invece agli amministratori locali. Quindi, brancolando L’Aquila nel buio più assoluto, loro, gli onorevoli, non sanno cosa fare, che pesci pigliare.

Insomma, alla domanda cosa sarà della nostra città, un capoluogo di regione sempre meno capoluogo e sempre più paese di montagna, si guarda finalmente dentro alla piaga.

Piaga che condanna L’Aquila ad un arretramento continuo rispetto alle posizioni delle altre province a causa della «debolezza e della dispersività delle azioni delle amministrazioni locali».

E’ facile farneticare di futuri Obiettivo 1, 2, 87.3c … e chi più ne ha ne metta, ma sarebbe ora di affrontare il vero problema della Città, che non è il finanziamento europeo da pietire o da arraffare. Perché non siamo né straccioni né furbastri. Ma l’elaborazione «di un progetto comune che dalla base, cioè dall’amministrazione comunale e provinciale, emerga forte in sede regionale e, quindi, in sede nazionale ed europea»

E sicuramente hanno ragione quelli che accusano la vecchia e la nuova Giunta Regionale di aver dimenticato la Città e di non averne difeso e affermato i diritti in sede comunitaria, ma la domanda da porsi, due anni fa e più che mai adesso, era e resta la seguente: L’Aquila aveva (e ha) forse abbozzato un piano di sviluppo in qualche settore? Aveva (e ha) un qualche aborto di progetto per la sua morente economia? Certo che no. E allora, cosa si sarebbe potuto fare illo tempore a Bruxelles, se non andare a chiedere l’elemosina, e cosa si potrà fare il prossimo anno, in sede di revisione?

L’elemosina non ci avrebbe salvato, e non ci salverà, dalle difficoltà che ci agitano nelle sabbie mobili delle ex aziende di stato (in chiara e sostanziale difficoltà), dell’imprenditorialità che non esiste (perché nessuno la insegna), dello spopolamento montano (quando la montagna è forse l’unica risorsa).

A tutto questo dobbiamo pensare noi, con l’ingegno e non con le promesse, troppo facili per portare qualcosa di buono. E’ ora di mettere mano ad un progetto vero con il quale individuare e puntare su uno, due o tre settori portanti dell’economia, ma di questo devono prendere coscenza innanzitutto e subito le amministrazioni comunale e provinciale. Perché certo non saranno Pescara, Teramo o Chieti ad elaborare un progetto di sviluppo per l’amata aquila. Dunque, bisogna individuare i punti di forza del territorio e su quelli insistere con azioni puntuali e mirate. I Parchi, la grande industria, la micro impresa, l’artigianato, il turismo… tutti questi settori (o solo alcuni, e quali?) vanno incentivati e inseriti in un progetto forte che possa essere l’obiettivo dei prossimi anni di lavoro.

Un esempio per tutti, il più recente, è il caso dei PIT che sta lì a significare quanto L’Aquila abbia perso ormai anche la più elementare capacità organizzativa di pochi e mediocri pensieri. Nessuno, da nessuna delle parti sociali, ha saputo tirare le fila e tessere un disegno che potesse somigliare ad un piano. E ciascuno va farneticando su come spendere i soldi della Ue, soldi che ancora non arrivano e che, così andando le cose, non arriveranno mai, perché, guarda il caso, l’Unione chiede proprio un piano di sviluppo per una data area.

Individuare l’area e redigere un piano, solo questo.

Certo è che, a fronte del nostro nulla, a beneficiare dei fondi saranno le altre città, più capaci, più serie, più vive.

Un paese di zombi. Questo è il capoluogo. E allora, non potremo prendercela con i nostri parlamentari quando nessuno di loro si muoverà per noi, dal momento che non sanno su cosa e per cosa battersi.

La grande industria continua a morire, la micro impresa naviga al buio, ciascun imprenditore va per conto proprio,

alla ricerca di fortuna, senza avere la possibilità di riconoscersi in uno spazio, in una logica, in un mercato che abbia fini ed obiettivi.

E il problema non è solo quello dei soldi della Ue, si capisce bene. Infatti, non stiamo qui a chiedere l’Obiettivo 1 (come ancora spera qualcuno), l’Obiettivo 2, l’87.3c e chissà cos’altro, perché non riposa in questi il futuro della città. Sicuramente si deve pensare al nostro peso nell’Europa, si devono acquisire (e perché no) posizioni il più possibile vantaggiose, ma pensare che per i finanziamenti dell’Europa passi il futuro dell’Aquila è l’errore più clamoroso. Se su questo, poi, ci si mette che senza idee chiare perderemo anche il treno delle agevolazioni, bè’…!

Ignavia, incompetenza, interessi personali… non lo so, ma qualcuno sta cercando di archiviare il capoluogo nell’album di famiglia. Non lasciamoglielo fare.

 

 

 

Ottaviano Del Turco

Noi parlamentari dobbiamo avere una linea comune sotto un duplice profilo: riequilibrio territoriale e infrastrutture.

C’è bisogno di un piano straordinario di politica fiscale con il quale fermare subito lo spopolamento delle zone interne e favorire il ritorno di quanti hanno abbandonato il proprio paese. E’ evidente che per perseguire questo obiettivo è necessario creare le condizioni affinché il costo della vita nelle aree “spopolate” sia lo stesso che altrove. Personalmente propongo innanzitutto uno sconto notevole sul prezzo del gasolio e del metano: non possiamo permettere che sia il freddo a decidere il futuro della nostra Regione.

Un altro aspetto penalizzante l’Abruzzo è rappresentato dalle infrastrutture: va creato immediatamente un collegamento viario che metta in contatto tra loro tutte le zone della regione e la regione stessa con il resto del Paese e dell’Europa.

Una visione d’insieme consentirà di affrontare anche una giusta politica per l’occupazione. Teniamo presente che l’Abruzzo appare spaccato in due, da una parte Pescara – Chieti – Teramo e dall’altra L’Aquila; e che il capoluogo stesso, a sua volta, vive il dualismo di un polo Avezzano-Sulmona-Alto Sangro completamente distaccato dal resto della provincia. E’ evidente che le zone più sviluppate sono quelle che più delle altre hanno beneficiato di interventi mirati e di finanziamenti: c’è stato una debolezza da parte della Giunta Regionale che non ha saputo difendere la ragioni di tutti. Infatti, i dati sulla disoccupazione la dicono lunga: Teramo e Pescara hanno gli indici più bassi perché hanno fatto la parte del leone.

Per quanto riguarda L’Aquila, in particolare, mi sembra che ci sia stato un chiaro errore: non meritava di essere tagliata fuori anche dall’87.3c. La Regione adesso deve dare degli indirizzi chiari per i quali noi parlamentari possiamo batterci a Bruxelles: se non ci arriveranno delle richieste chiare e precise noi stessi non sapremo su che cosa batterci e fare la voce grossa.

Per quanto riguarda il capoluogo, infine, credo che ci voglia un’attenzione specifica al settore elettronico, dei servizi e delle comunicazioni e a questi penserei, in primis, con una buona finanziaria.

 

 

Massimo Cialente

Quello che risulta urgente e imprescindibile per tutto il comprensorio dell’Aquila è avere un progetto di sviluppo globale che investa la città per intero. Attualmente, almeno da parte delle amministrazioni locali, l’attenzione è tutta concentrata sul comparto edile, ritenuto erroneamente il solo volano dell’economia. L’edilizia, così intesa, può solo mortificare lo sviluppo e non promuoverlo.

Purtroppo, dopo la crisi della grande industria, cioè del polo elettronico “statale” – non si è fatto alcun progetto, ma da adesso, e subito, bisogna decidere come mettere in sinergia tutte le nostre potenzialità. Una cosa certa è che abbiamo il dovere di rendere il territorio competitivo, elemento non a caso costitutivo del marketing di ogni azienda: alta qualità della vita, qualità ambientale, infrastrutture, accesso al credito, università plasmata sul territorio, sono i fattori che qualificano la competitività.

A mio avviso, per un vero progetto di sviluppo, bisogna puntare sulle potenzialità offerte dalle aree protette, uniche fonti foriere di nuove forme di crescita economica e di futuro investimento, anche passando attraverso una sorta di “riconoscimento” ai comuni sui quali esse insistono.

Il fatto è che il vero freno è rappresentato dall’incapacità, da parte delle autorità locali, non solo di programmare ma di ideare, tanto è vero che ancora non si è deciso su che tipo di turismo puntare, e se puntarci! Il che basta da solo a far capire in che palude ristagna la città!

Le imprese navigano a vista, i nostri Nuclei hanno ancora i pozzi neri: ma chi ci viene qui ad impiantare un’azienda?

Per non parlare del disagio abitativo, che risucchia l’entroterra in un buco nero buono solo per tenere alla larga ogni genere di impresa.

Dunque, bisogna sciogliere il nodo più importante – cioè in che direzione muovere il capoluogo – e, quindi, presentare progetti forti all’Europa, altrimenti è inutile parlare di qualunque prospettiva. Ad oggi, all’Aquila ancora non esiste un progetto di sviluppo e le amministrazioni comunale e provinciale non intervengono su nulla. Persino sui Pit non si riesce ad abbozzare un progetto.

Anche per sapere come (ri)collocare L’Aquila rispetto ai fondi comunitari bisogna fare un progetto di sviluppo, non possiamo presentarci a Bruxelles senza avere le idee chiare: finiremmo con un pugno di mosche come è già accaduto. Per esempio, secondo me, si potrebbe tentare la strada dell’area speciale per via del nostro “cuore verde” ma, lo ripeto, è indispensabile avere le idee chiare e decidere una volta per tutte in che direzione andare. Le potenzialità non ci mancano.

 

Maria Claudia Ioannucci

L’aspetto peggiore dell’Aquila è che non ha infrastrutture. Si pensi che esiste solo l’autostrada Roma-L’Aquila e che non c’è la ferrovia: la città deve uscire dall’isolamento e per questo è necessario dotarla di infrastrutture… anche perché la maggior parte delle merci ormai viaggia su rotaia e noi quasi non abbiamo una stazione! Non possiamo dimenticare che abbiamo un aeroporto che, seppur piccolo, con accorgimenti di poco costo, anche di venti miliardi, potrebbe acquisire voli di terzo livello, collegamenti nazionali agli Ahub, i grandi aeroporti centrali dai quali partono le linee più importanti. A questo si aggiunga che la situazione giuridica rispetto agli investimenti non è buona, la cosa più grave accaduta è quella dell’art. 8 della finanziaria che ha escluso le zone interne da qualsiasi finanziamento e mutuo, Anche la legge proposta dalla Regione Abruzzo per la riduzione delle imposte alle nuove piccole imprese, è stata bocciata dal Governo centrale.

Dunque, L’Aquila ha incassato colpi duri e adesso, per risollevarne le sorti, bisogna agire in due direzioni: nei confronti della Ue e nell’ambito della politica del lavoro.

Secondo me, i tempi sono maturi perché si pensi a far rientrare le zone interne, caratterizzate da un tasso di disoccupazione altissimo e da un livello di industrializzazione prossimo allo zero, nell’Obiettivo 1. Gli estremi ci sono e bisogna andare alla Comunità Europea e battere i pugni per avere quello che ci spetta. Attualmente l’assetto economico è talmente debole che non si può non riottenere un trattamento di favore. Anzi, dirò di più: credo che non sia necessario aspettare il 2006 per avere una revisione, si potrà provvedere molto prima sottoponendo a Bruxelles l’esame della gravità della situazione abruzzese. Certo si può fallire, ma perché non battersi? Nessuno ha stabilito che le programmazioni a lungo termine siano eterne e immutabili: se sono sbagliate vanno modificate.

Un altro canale attraverso cui promuovere il cambiamento è la politica del lavoro. Devono passare, e subito, due provvedimenti: la riduzione delle tasse, perché non si può perseguire una politica del lavoro vera avendo un Irap (più dipendenti più tasse!) talmente alta che penalizza proprio il mondo industriale e, quindi, l’occupazione; e la modifica dello Statuto dei lavoratori, che deve essere decisamente aggiornato e reso compatibile con la realtà attuale.

 

Lucio Zappacosta

Nei miei programmi c’è il riequilibrio delle arre interne, che sono fortemente sbilanciate e depresse rispetto a quelle del litorale. E’ fondamentale, per questo, alleggerire il regime eccessivamente vincolistico dei Parchi, tutelando comunque l’ambiente, e incentivare le piccole imprese, anche quella artigianali e commerciali, attraverso un regime di defiscalizzazione e con il ricorso agli aiuti europei.

Vi è anche un altro progetto da mettere in cantiere subito: favorire con una giusta politica del credito l’accesso agli istituti di credito e consentire l’ingresso nel mondo del lavoro ai giovani e meno giovani attraverso la formazione professionale e una misurata flessibilità, che io chiamo contrattata.

Rispetto all’industria dobbiamo provvedere ad un rilancio dell’economia, della competitività e dell’occupazione. In pratica, intendiamo farlo puntellando l’industria esistente e rivedendo la politica di delocalizzazione che ha penalizzato l’Abruzzo. Cioè, va premiato chi resta sul territorio – ed è pronto ad investire – con una giusta defiscalizzazione e detassazione degli utili reinvestiti.

In questa ristrutturazione, L’Abruzzo deve tenere presente la propria vocazione turistico-agricola e la sua forte capacità creativa nel campo tecnologico e industriale.

Altra tappa fondamentale è acquisire una maggiore capacità contrattuale con l’Unione Europea: la classe dirigente regionale deve cercare di motivare la Commissione Europea ad una nuova visione del nostro territorio e accordare subito una nuova verifica delle condizioni economiche dell’Aquila. Nell’Obiettivo 1 non ci torneremo mai, ma si può invocare quello per accontentarci di qualcosa in meno. Insomma, chiedere cento per avere cinquanta. Il problema dell’Aquila è stata la debolezza del Governo regionale.

 

 

 

Sabatino Aracu

La provincia dell’Aquila è la più svantaggiata della regione e la Ue deve rendersene immediatamente conto per evitare l’aumento dello spopolamento e della disoccupazione ormai galoppanti. Non so quale sarà la strada, se dovremo insistere per l’87.3c o per chissà quale altra soluzione, bisogna ancora rifletterci. Una cosa è certa: qualunque sarà la scelta strategica, L’Aquila deve avere subito incentivi per le imprese affinché qualcuno venga ad investire da noi.

Anche a livello locale bisogna capire che dobbiamo creare le condizioni per le quali le aziende scelgano il nostro territorio anziché un altro: il Nucleo deve darsi da fare e garantire tutta una serie di situazioni oggi ancora molto lontane da venire. Le aziende vanno coccolate e, diversamente da come sembra, non è così.

Alta tecnologia, ricerca scientifica, turismo… devono essere le leve del nuovo sviluppo abruzzese. E si deve stabilire una sinergia tra Regione e Parlamento per creare una legge apposita per la nostra regione: il comprensorio dell’Aquila è il più grande comprensorio montano del centro-meridione e non può, proprio per questo, richiamare un semplice interesse regionale, anzi, necessariamente, investe un interesse generale. Insomma, ci vuole una legge apposita.

Dalla ristorazione a tutte le attività turistiche e commerciali non mancano certo gli obiettivi da mirare e verso i quali indirizzare azioni di rinvigorimento e di rilancio.

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