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HomeTutte le agenzieL'AquilaL’Aquila, 25 set. – Come prezioso contributo a questo nuovo forum sui temi della ricerca, pubblichiamo il testo dell’intervento – quasi un programma di governo – di Pasquale Pistorio alla Quarta giornata della ricerca indetta dalla Confindustria.

L’Aquila, 25 set. – Come prezioso contributo a questo nuovo forum sui temi della ricerca, pubblichiamo il testo dell’intervento – quasi un programma di governo – di Pasquale Pistorio alla Quarta giornata della ricerca indetta dalla Confindustria.

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“E’ fantascienza? No, sono risultati raggiungibili se da subito metteremo la conoscenza al centro della politica economica del Paese. L’Italia può farcela. Può vincere premi Nobel, può attirare cervelli da tutto il mondo, può competere nell’alta come nella media e bassa tecnologia, può assicurare un futuro di crescita equa e sostenibile ai nostri figli e ai nostri nipoti. Si può fare, ma occorre puntare con coraggio e determinazione sull’innovazione e sulla conoscenza. Occorrono ovviamente altre importanti misure: liberalizzazioni del mercato, riduzione del cuneo fiscale e contributivo, semplificazione della burocrazia, maggiore flessibilità e rapidità di risposta, infrastrutture, costo dell’energia, più concorrenza, piu’ meritocrazia, tutti interventi necessari ma non sufficienti. Se tutti fossero realizzati ma non si cambiasse la rotta su ricerca e innovazione, fra cinque anni saremmo ancora a discutere di come recuperare crescita e produttività. Dove va l’Italia della Ricerca ? Confindustria da anni suona l’allarme. La rotta è sbagliata e non vogliamo finire sugli scogli. Gli ultimi dati dell’Osservatorio sull’innovazione della Commissione Europea evidenziano il ritardo dell’Italia rispetto al suo indice di capacità innovativa nei settori ad alta tecnologia. La posizione italiana è molto distante non solo dagli Usa o dal Giappone, ma anche dai principali paesi europei. In particolare, il valore aggiunto nei settori manifatturieri ad alta tecnologia è inferiore al 10% del PIL, a fronte di una media europea del 14,1% e di valori ben più elevati per Giappone e Stati Uniti. Anche un recente studio dell’OCSE conferma quest’immagine, relegandoci in fondo alla classifica dei paesi più industrializzati relativamente a: · esportazioni di beni ad alta tecnologia · bilancia dei pagamenti tecnologica · brevetti registrati. Ma soprattutto colpisce l’andamento di fattori che influiscono sulle prospettive future. Per esempio, gli “investimenti in conoscenza”, che, in termini di Pil, vedono l’Italia al terzultimo posto prima di Grecia e Portogallo. In particolare: · i laureati totali e i laureati in discipline scientifiche e tecnologiche sono circa la metà della media europea, e molto al di sotto di Svezia, Usa, Giappone. · in termini di ricercatori in rapporto alla popolazione siamo al terz’ultimo posto prima di Turchia e Messico. · infine, l’investimento in venture capital in rapporto al Pil è anch’esso molto più basso di quello dei Paesi più avanzati. Nessuna meraviglia, quindi, se la nostra produttività è cresciuta sempre di meno rispetto agli altri Paesi; non solo non cresce, ma negli ultimi 5 anni ha fatto addirittura registrare un calo mentre in Europa e’ cresciuta dell’1%. Infine nel decennio 1994-2004 abbiamo perso un quarto della nostra quota del commercio estero. Infatti, a fronte della perdita di competitività sui prodotti low tech non abbiamo saputo compensare con un aumento dell’esportazioni a maggiore contenuto tecnologico. All’origine di tutti questi dati estremamente preoccupanti c’e’ un denominatore comune: l’Italia resta ancorata ad una spesa di ricerca che non si allontana dall’1% del PIL. Nell’Unione Europea la spesa è pari all’1,9%, negli Stati Uniti al 2,6%, in Giappone al 3,3%, in Cina all’1,3%. Se non ci disancoriamo da questo 1%, tutte le altre misure che il Governo prenderà non saranno sufficienti a far ripartire l’Italia in modo strutturale e permanente. E qui veniamo al dibattito su quale settore, il pubblico o il privato, è responsabile di questa bassa spesa in Ricerca e Sviluppo. Cominciamo dalla componente privata: nell’aggregato spendiamo troppo poco. Tuttavia ciò dipende in primo luogo dalla specializzazione settoriale e dalla struttura dimensionale. Le piccole imprese nei settori tradizionali investono poco in Italia, come nel resto del mondo, ma in Italia rappresentano una quota molto maggiore rispetto agli altri Paesi avanzati. E’ possibile calcolare che la produttività del lavoro nell’industria manifatturiera italiana aumenterebbe di circa il 21% se la composizione per settori e classe dimensionale fosse uguale a quella media di Francia, Germania e Regno Unito. Quindi il piccolo può essere ancora bello solo se fra le molte piccole imprese che continuano a svolgere la loro preziosa funzione di tessuto connettivo, molte riescono a diventare medie e molte medie riescono a crescere ancora e diventare grandi. E secondo i dati della Commissione Europea le aziende italiane medio-grandi spendono quanto le loro concorrenti europee. Né potrebbero fare altrimenti. Questi dati confermano che la vera priorità per l’Italia non è di aumentare la propensione alla ricerca delle imprese medio-grandi, bensì di aiutare il nostro sistema produttivo ad evolvere verso dimensioni maggiori e verso settori ad alta e medio-alta tecnologia. Per far ciò occorre che, anche nel nostro Paese, convenga crescere, investire in ricerca, collaborare con l’università e gli enti pubblici di ricerca, creare spin off nell’alta tecnologia, depositare brevetti, investire in capitale di rischio. Tuttavia, come dicevo prima, non si tratta solo di aumentare la spesa privata in ricerca e innovazione. L’Italia investe troppo poco anche sul fronte della ricerca pubblica. Secondo gli ultimi dati disponibili Eurostat, quelli del 2003, lo Stato italiano ha investito in ricerca e sviluppo appena lo 0,56% del PIL, contro lo 0,74% della Francia e lo 0,78% della Germania. Il confronto è perfino più sbilanciato se guardiamo alla spesa in termini assoluti pro capite. Ancora peggio se si guarda ai trasferimenti di risorse pubbliche alle imprese per incentivare la ricerca privata. Infatti, in base ai dati dell’OCSE, tra il 1980 e il 2002, tali trasferimenti in valori costanti e a parità di potere d’acquisto sono stati pari a 24 miliardi di euro, contro i 62 miliardi della Francia, i 63 della Germania e i 56 del Regno Unito. Insieme alle dimensioni limitate delle imprese, questo è un altro fattore determinante della spesa relativamente bassa del settore privato. E’ venuto infatti a mancare il potente effetto di trascinamento e amplificazione che la spesa pubblica ha generato negli altri Paesi. Eppure è facile calcolare che, se l’agevolazione è rapida ed efficace, per ogni euro trasferito alle imprese, si produce il doppio o il triplo della spesa, con un chiaro effetto propulsivo per tutto il sistema. Il divario rispetto all’Europa si è andato ampliando in questi ultimi anni: dal 2001 ad oggi infatti, per le imprese del Centro Nord, dove si spende l’85% della ricerca privata, non e’ stato di fatto disponibile alcuno strumento per finanziare nuovi progetti. Al contrario, gli altri Paesi accelerano. In Francia, ad esempio, a metà del mese di novembre è stata avviata la nuova Agenzia per l’Innovazione Industriale con una dotazione di un miliardo di euro all’anno per i prossimi 6 anni. Come ci illustrerà più tardi Jean Louis Beffa, presidente dell’Agenzia e della Saint-Gobain, l’Agenzia finanzierà programmi strategici di ricerca nel campo dell’alta tecnologia. Un progetto analogo è stato recentemente adottato anche in Germania, dove il Governo ha stanziato 6 miliardi di euro, per aumentare, entro il 2010, la competitività delle imprese tedesche nei settori ad alta tecnologia. Anche la Cina sta puntando con grande determinazione sulla ricerca, con l’obbiettivo di arrivare al 2,5% del PIL entro il 2010. Perfino il piccolo Stato di Singapore ha adottato un ambizioso piano per il rafforzamento della ricerca e dell’alta tecnologia, che prevede investimenti relativamente più elevati di quelli italiani per arrivare al 3% del PIL entro il 2010. Eppure, in Italia sono molti a temere che parlare di politiche per l’innovazione significhi riproporre vecchi modelli di politiche industriali e nuovi tentativi di creare “campioni nazionali” : operazioni costose per le finanze pubbliche e, nella maggior parte dei casi, inefficienti e inefficaci. In realtà, tutti i grandi paesi industriali, anche i più liberisti, Stati Uniti in testa, stanno lanciando ambiziosi programmi per il rafforzamento della competitività in settori ad alta tecnologia. Solo per le nanotecnologie, gli Stati Uniti hanno recentemente stanziato quasi 4 miliardi di dollari per i prossimi 4 anni, a cui si aggiungono i finanziamenti al settore della difesa. Si tratta, quindi, di conciliare mercato e concorrenza con forme di intervento di provata efficacia, ma non di rinunciare a promuovere l’alta tecnologia. Se l’Italia non seguirà l’esempio degli altri Paesi, le imprese si troveranno in forte svantaggio competitivo nel contesto mondiale. Senza grandi progetti ambiziosi rischiamo di rimanere ai margini anche dei programmi europei per la ricerca e delle Piattaforme Tecnologiche Europee che si stanno costituendo nei settori più dinamici. Un’attenzione particolare va rivolta anche al sistema pubblico di ricerca. Nessun Paese può più permettersi di non investire nel proprio sistema di ricerca. Tanto meno il nostro. Dobbiamo aumentare il numero di ricercatori e dobbiamo raddoppiare le risorse per la ricerca scientifica, sia essa a carattere fondamentale, sia applicata. Ma al tempo stesso dobbiamo introdurre una massiccia dose di meritocrazia nel sistema e attivare le giuste leve per far crescere la cultura della collaborazione e dell’impresa. Lo stesso vale per gli enti pubblici di ricerca. Negli ultimi anni si sono susseguite ben tre riforme senza riuscire ad avviare un concreto processo di razionalizzazione e di potenziamento. E’ necessario confrontarsi a livello Paese sul ruolo di questi enti e sugli obiettivi da raggiungere. Non si tratta di scegliere tra ricerca libera o ricerca finalizzata. Si tratta piuttosto di creare circoli virtuosi ed efficienti in cui si complementino e si rafforzino a vicenda sia la ricerca di eccellenza, sia la collaborazione con il sistema produttivo. Riguardo alle politiche mirate più direttamente a favorire la ricerca industriale crediamo sia necessario introdurre un cambiamento radicale in termini di impostazione e di governance. Il sistema degli incentivi adottato negli ultimi anni a favore della ricerca e sviluppo ha avuto un effetto pressoché nullo sulla specializzazione produttiva italiana. Per tre ragioni principali. In primo luogo, i meccanismi farraginosi e i tempi molto lunghi hanno aumentato i costi di partecipazione, soprattutto per le piccole imprese. In secondo luogo, il mancato rifinanziamento dei principali strumenti ha reso totalmente incerta l’effettiva erogazione dei contributi. Infine, l’assenza di credibili politiche di lungo periodo ha di fatto scoraggiato l’avvio di grandi e rischiosi progetti da parte delle imprese operanti nei settori più di frontiera. Occorre quindi fare un salto di qualità, nella progettazione e nella gestione degli strumenti di incentivazione. Occorre smantellare il sistema bizantino di valutazioni infinite e spesso discutibili a fronte di agevolazioni di scarsa entità e generalmente limitate ad un orizzonte temporale troppo breve. Occorre semplificare il sistema e introdurre una forte dose di trasparenza nella gestione di questi strumenti. Occorre identificare alcuni obiettivi strategici e creare misure adatte a perseguirli. Occorre, infine, destinare risorse certe e adeguate al loro funzionamento. Le proposte che Confindustria ha presentato già nel 2004 ponevano come obbiettivo proprio di conciliare automatismi e flessibilità con interventi efficaci per il potenziamento dei settori a media e alta tecnologia. Oggi riproponiamo un pacchetto che prevede 3 criteri, 2 strumenti e 4 misure, tutti orientati in questa direzione. Tre criteri per la politica italiana della ricerca industriale: · un orizzonte temporale di almeno 10 anni con una dotazione di risorse certe e adeguate · un forte automatismo degli incentivi; · la promozione della collaborazione tra pubblico e privato. Due i tipi di strumenti che proponiamo per semplificare drasticamente il sistema degli incentivi: 1. Il primo è uno strumento orizzontale e automatico, in modo da sostenere qualsiasi attività di ricerca svolta dalle imprese, indipendentemente dalla loro dimensione e dal settore di applicazione. Quindi uno strumento totalmente “bottom up”, con tempi certi, trasparente e senza costi addizionali per chi ne beneficia. La leva fiscale è uno di questi strumenti. 2. Il secondo strumento, al contrario, verticale e selettivo che sia esplicitamente rivolto al potenziamento della competitività tecnologica del nostro sistema produttivo in settori ad alta tecnologia con forte ricaduta industriale. Quindi uno strumento top-down, dove spetta allo Stato decidere sui settori di sviluppo prioritario, e intervenire con finanziamenti certi e definiti. Delle 4 misure che Confindustria propone, le prime tre si riferiscono a strumenti di tipo “orizzontale”, la quarta a strumenti di tipo “verticale”: 1. In primo luogo, un credito di imposta pari al 50% delle commesse private al sistema pubblico di ricerca. L’agevolazione, da liquidare ex post sulla base della documentazione rilasciata dagli enti pubblici, creerebbe un doppio incentivo alla collaborazione. Per le imprese, soprattutto quelle di piccola e media dimensione, incentivando un rapporto più strutturato con gli enti di ricerca. Per il sistema pubblico, perché attiverebbe una fonte di finanziamento potenzialmente molto rilevante, attivando al tempo stesso una selezione trasparente da parte del mercato degli istituti di eccellenza. In base ai dati Istat degli attuali trasferimenti dalle imprese alle università e agli enti pubblici di ricerca, il costo di questa misura, in termini di mancato gettito, è stimabile in circa 300 milioni di euro per il 2007. Risorse che contribuirebbero a finanziare la ricerca pubblica e l’assunzione di nuovi ricercatori. 2. In secondo luogo, proponiamo un credito di imposta pari al 10% delle spese totali di ricerca per un periodo di almeno dieci anni. Meccanismi di certificazione dell’attività svolta e sanzioni in caso di abuso, ampiamente sperimentate in altri paesi, garantirebbero l’efficienza di questo strumento. Stimiamo che il costo annuale di questa misura sarebbe compreso tra i 600 e i 700 milioni di euro all’anno. 3. Un terzo intervento di natura fiscale dovrebbe essere orientato al supporto alla nascita e allo sviluppo di nuove imprese high tech. Proponiamo, sulla base del successo dell’esempio francese, la totale esenzione dal pagamento degli oneri sociali per tutti gli addetti alla ricerca delle start-up tecnologiche per un periodo di 8 anni dalla loro creazione, e l’esenzione per tutto il personale per un periodo di 3 anni. Il numero limitato di nuove imprese tecnologiche rende molto basso il costo di questa misura, inferiore ai 50 milioni di euro per il primo anno. 4. La quarta misura, di tipo verticale, consiste nella selezione di un numero limitato di progetti industriali da finanziare con un programma di medio-lungo periodo. Che tipo di progetti? Jean Louis Beffa, nel rapporto presentato al Presidente Chirac, ha parlato di “progetti mobilizzatori”. Questo termine, forse poco usato, descrive efficacemente la natura e gli obiettivi dei progetti che dovrebbero essere attivati. Cioè progetti che abbiano una concreta potenzialità di realizzare un posizionamento competitivo sui mercati internazionali, attivando, o potenziando se già esistenti, nuove filiere, nuove collaborazioni e nuove aree di specializzazione. Il modello francese dell’Agenzia per l’Innovazione Industriale rappresenta certamente un riferimento interessante, ma non necessariamente l’unico. La specificità del sistema produttivo italiano richiede infatti un modello ad hoc, inevitabilmente orientato ad un maggiore coinvolgimento delle medie imprese e dei sistemi di piccole imprese strumentali alla competitività di settori ad alto contenuto tecnologico. Utilizzando la terminologia di Beffa, il modello italiano dovrà essere ancora più “mobilizzatore” di quello francese. Le soluzioni organizzative possono essere diverse, ma a partire da cinque requisiti indispensabili: 1) In primo luogo devono essere chiaramente identificati alcuni macrofiloni tecnologico/produttivi, coerenti con gli orientamenti europei, su cui focalizzare gli interventi. Una valutazione che deve tenere conto delle potenzialità del sistema, ma che non può che essere una responsabilità del governo. 2) In secondo luogo, nell’ambito di questi macrofiloni, vengono presentati, con un processo “bottom up”, progetti proposti da consorzi e aggregazioni di imprese. Questi progetti devono avere un capofila capace di coordinarne la realizzazione, ma devono coinvolgere grandi e piccole medie imprese e centri pubblici di ricerca. Tra i progetti presentati va effettuata la selezione di quelli da finanziare da un organismo snello, veloce, non burocratico. 3) Poi, i progetti selezionati devono avere una evidente capacità di ricaduta industriale. A questo scopo nell’ambito di ogni progetto dovranno essere identificate le diverse fasi della ricerca, dello sviluppo tecnologico e dell’industrializzazione e gli obbiettivi di mercato del prodotto finale. 4) Inoltre, per finanziare questi progetti dovranno essere integrati i diversi strumenti disponibili in base alla tipologia di attività, coerentemente con la normativa comunitaria. 5) Infine, le risorse necessarie per finanziarie questi progetti non dovrebbero essere inferiori a 500 milioni di euro all’anno, per un periodo non inferiore a 5 anni. Queste risorse dovrebbero integrare quelle già disponibili, inclusi i finanziamenti agevolati dal Fondo Rotativo per l’innovazione. Il costo complessivo del pacchetto delle nostre proposte relative ad interventi sulla ricerca e sviluppo delle imprese è stimabile in circa 1,5 miliardi di euro per il 2007. Si tratta di poco più dello 0,1% del PIL. Secondo le nostre stime, se le nostre proposte fossero interamente attuate, la ricerca industriale potrebbe recuperare rapidamente terreno e raggiungere l’attuale media europea dell’1,9% del PIL nell’arco della legislatura. Questi interventi dovrebbero essere accompagnati da misure, gestite a livello regionale, orientate allo sviluppo tecnologico delle piccole e medie imprese. A partire da interventi per favorire la diffusione delle tecnologie digitali e il trasferimento tecnologico, che risultano fondamentali per successive applicazioni innovative. Un ruolo, quello delle Regioni, che va potenziato, anche attraverso misure di coordinamento e di cofinaziamento da parte dello Stato. Alcuni di questi interventi possono e devono essere adottati immediatamente, altri possono trovare applicazione più graduale. Tra i primi includerei certamente le misure fiscali per sostenere la collaborazione tra pubblico e privato, l’avvio di alcuni progetti “mobilizzatori” e le misure per favorire le start-up innovative. E’ però fondamentale assicurare che già nei primi atti di governo vi sia un chiaro impegno su un programma di medio-lungo periodo, che includa tutte le misure proposte. Ultima della nostra lista di raccomandazioni, ma certamente non ultima in termini di importanza, è la proposta di una profonda riforma della governance della politica della ricerca e dell’innovazione. Il Paese ha bisogno di un nuovo sistema che permetta di superare le attuali discrasie e sovrapposizioni. Tenendo conto di ciò che di buono è già stato avviato, occorre riconfermare un nuovo piano di legislatura per la politica della ricerca e dell’innovazione, con risorse e strategie definite. E’ fondamentale creare un coordinamento tra i diversi ministeri che gestiscono fondi e strumenti per incentivare la ricerca e innovazione. In particolare, è necessario aumentare l’efficienza nella gestione degli strumenti di agevolazione, assicurando procedure di selezione, monitoraggio e valutazione di impatto più efficienti, più trasparenti, più rapide e più omogenee. Occorre favorire la costituzione di tavoli di confronto permanenti ed efficienti tra Ministeri, Università e Imprese, favorendo la costituzione delle Piattaforme Tecnologiche Italiane, parallelamente allo sviluppo di quelle europee. Infine va sostenuta l’integrazione del sistema di ricerca e innovazione italiano con l’Europa, assicurando un supporto alla partecipazione al VII Programma Quadro della Ricerca, e promuovendo la partecipazione italiana alle Joint Technology Initiatives e alle Piattaforme Tecnologiche Europee e sostenendo il nuovo Consiglio Europeo per la Ricerca. Le cose da fare sono chiare. Non possiamo permetterci di perdere altro tempo. L’Italia è un paese ingessato, in cui le forze più attive, più dinamiche e più innovative non riescono ad emergere e a crescere come negli altri paesi. Dobbiamo semplificare il sistema, introdurre una massiccia dose di meritocrazia ed efficienza, puntare con decisione sul capitale umano e sulla conoscenza. Questa è la sfida principale per il nuovo Parlamento, per il nuovo Governo e per il Paese intero. Il Governo e molti dei suoi ministri hanno ripetuto in varie occasioni che non si deve procedere in due tempi al rilancio della crescita e al risanamento dei conti pubblici, ma che le due cose vanno fatte in parallelo. Noi aggiungiamo che, contemporaneamente ad una politica di breve termine per far ripartire l’economia, è necessario perseguire un obbiettivo di rafforzamento strutturale centrato sulla ricerca e innovazione. Senza quest’ulteriore componente ogni miglioramento sarebbe temporaneo. Solo una politica di lungo termine mirata allo sviluppo dell’innovazione può assicurare un solido trend di crescita della produttività. Dobbiamo promuovere l’innovazione, in tutte le sue forme. Ogni decisione, ogni norma, ogni investimento dovrà essere misurato in termini di capacità di rendere il Paese più dinamico e più capace di competere nei mercati globali. Dobbiamo puntare sui giovani e sulla loro capacità di guardare al futuro. Dobbiamo insegnare loro il valore positivo dell’innovazione e del cambiamento, infondendo loro fiducia nella capacità di crescere nel rispetto dell’ambiente e della solidarietà sociale. Dobbiamo porci obiettivi ambiziosi per una crescita e per uno sviluppo che, come disse Robert Kennedy, non può essere misurato solo in termini di PIL. Dobbiamo ripartire dalla Ricerca. Se non lo faremo rimarremo relegati nell’era industriale, mentre il mondo proseguirà nell’era della conoscenza. Grazie”.

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