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L’Acqua non è più un bene pubblico: inammissibile il quesito referendario

“Dichiarando inammissibile il quesito referendario che eliminava la possibilità per i Comuni di scegliere in autonomia la forma di gestione dei servizi idrici, e quindi di procedere

 

 all’affidamento a soggetti privati, la Consulta ha escluso la ‘statalizzazione’ dell’acqua” afferma Benedetto Della Vedova, vice-capogruppo Fli alla Camera.
“Neppure la Costituzione, nonostante rifletta sui temi della libertà economica un’impostazione compromissoria, vincola così tanto gli enti locali. Nel merito – continua Della Vedova – è una buona notizia: imporre gli acquedotti comunali come forma unica di gestione avrebbe decretato un salto all’indietro di decenni, un ritorno a baracconi pubblici inefficienti e spreconi”.
“Rispetto ai due quesiti ammessi è purtroppo in corso una vera campagna di disinformazione da parte dei sostenitori del sì al referendum”, commenta il deputato finiano: “Parlano di ‘acqua pubblica’, ma non dicono che la conseguenza di una vittoria referendaria sul primo quesito sarebbe l’abolizione di quella norma del decreto Ronchi che, adempiendo ad un obbligo comunitario, individua nella gara pubblica il criterio-base per l’assegnazione del servizio. Si tornerebbe ad affidamenti diretti poco trasparenti e a volte politicamente orientati”.
“L’altro quesito – conclude Della Vedova – chiedendo sostanzialmente il divieto di remunerazione del capitale investito nel servizio, vanificherebbe la possibilità che la rete idrica italiana attragga gli investimenti necessari al suo ammodernamento, scaricando gli oneri di gestione sulla fiscalità generale”.

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