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LA RICETTA FISCALE DEL NUOVO GOVERNO

Il giorno delle elezioni è ormai alle spalle e, per fortuna, dalle urne è uscita una chiara indicazione del popolo italiano per una delle due coalizioni in competizione (una vittoria risicata di una delle due coalizioni, chiunque essa fosse, sarebbe stata negativa per il paese). Lo scontro politico è stato aspro, a tratti feroce, ma, se non altro, ha costretto i due contendenti ad indicare in anticipo sul voto quale fosse il proprio programma di governo. Le promesse, questa volta, sono state messe nero su bianco da entrambe le parti. Sarà quindi più facile per gli elettori, per noi tutti, controllare che vengano mantenute. In questa sede parleremo del programma della Casa delle libertà, la coalizione che ha l’onore e l’onere di guidare il paese nei prossimi cinque anni. Parleremo più specificatamente del programma fiscale che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe ammorbidire le attuali pretese dell’erario, socio occulto di ogni impresa e di ogni cittadino italiano, socio di maggioranza assoluta in buona parte dei casi. Il programma presentato è chiaramente ispirato alla ricetta americana della supply side economics di Arthur Laffer (il suo ideatore) e di Ronald Reagan (il suo attuatore). Si punta ad incrementare le entrate fiscali attraverso l’incremento dell’imponibile attratto a tassazione, con correlativo abbassamento delle aliquote. Nuove entrate da nuove iniziative produttive. Abbassamento della pressione fiscale su quelle esistenti.

Nel preambolo, in ogni caso, onde scacciare il timore che in Italia (ma anche in Europa) suscita il solo pronunciamento del nome Ronald Reagan (spesso accoppiato con quello di Margaret Tatcher), il programma si premura di sottolineare che: “il carattere distintivo della nostra proposta rispetto alle proposte puramente liberiste, consiste nel coniugare il valore dell’efficienza con quello della solidarietà”. Insomma, una via italiana alla riforma fiscale che coniugherà, almeno nelle intenzioni, l’efficienza liberista e calvinista con la solidarietà ed il pauperismo cattolico.

Ma veniamo ai punti specifici del programma.

Viene reintrodotta, sotto forma di riedizione rivista e corretta della Legge 489/94, la legge Tremonti. Essa garantisce la detassazione degli utili reinvestiti e benefici fiscali concreti per le nuove assunzioni di personale. Si distingue notevolmente dalla attuale legge Visco (spesso assimilata alla legge Tremonti) sia per la sua efficacia reale (concreti benefici fiscali) che per la semplicità di attuazione (è facile notare come la legge Visco, anche in presenza di notevoli investimenti, causa la detrazione degli ammortamenti di esercizio e numerosi altri vincoli, non consenta, nella maggior parte dei casi, la detrazione di alcunché).

Vengono abolite totalmente le imposte sulle successioni e sulle donazioni. Chi beneficerà del provvedimento, a scanso di equivoci, non saranno i ricchi (qualcuno ha voluto vedere in questa norma un regalo al suo ideatore, Silvio Berlusconi), che già adesso hanno mille modi per eludere questa tassa, ma le categorie borghesi medio alte.

Un provvedimento anche a favore delle categorie meno fortunate. I redditi intorno ai 22 milioni, a seconda della composizione del nucleo familiare, saranno esentati da qualsiasi prelievo fiscale (il limite attuale è 12 milioni). Le aliquote dell’IRPEF saranno ridotte a due.

I redditi fino a 200 milioni pagheranno una aliquota del 23%, quelli superiori, unitamente alle società, il 33%.

La filosofia sottesa a queste aliquote sarà quella di corrispondere allo stato al massimo 1/3 dei propri guadagni. Una aliquota superiore, a giudizio di chi ha redatto il programma, costituirebbe un disincentivo al lavoro.Verrà prevista, per le piccole imprese, la possibilità di stipulare un concordato preventivo con il fisco valido per tre anni. L’imprenditore e gli uffici fiscali, tenendo conto delle dimensioni e dell’avviamento dell’azienda, concorderanno in anticipo le imposte da pagare per un triennio, dopo di che l’imprenditore svolgerà la sua attività senza alcun obbligo di contabilità fiscale e di certificazione delle entrate. La differenza con gli attuali studi di settore sarà fondamentale. Con questi ultimi, infatti, l’imprenditore è costretto a tenere una onerosa e defatigante contabilità fiscale, che però non fa fede a suo favore nel caso i redditi dichiarati risultino non congrui rispetto alle medie aritmetiche da essi (gli studi di settore) calcolate. Con il concordato preventivo (previsto attualmente in Svizzera), l’imprenditore farà un falò delle sue mille carte (che soddisfazione!) e penserà solo alla sua attività. Delle due l’una: o lo stato si fida delle scritture contabili e calcola le imposte in base ad esse, oppure non si fida ed evita al contribuente di tenerle.

Per fare fronte all’attuale confusione fiscale, verrà semplificato il panorama delle imposte. Esse saranno ridotte dalle 100 attuali a solamente 8 , chiare e semplici da pagare (sempre più spesso capita che il vero peso delle imposte è dato dalla loro gestione più che il loro pagamento). Sarà creato per la prima volta un codice tributario che coordinerà ed in gran parte abrogherà le 3000 leggi fiscali attualmente vigenti, sovrapposte ed affastellate in un groviglio inestricabile che ha vanificato in passato e vanifica oggi la prima ed essenziale regola del diritto in generale e del diritto tributario in particolare: la sua certezza.Il programma, infine, dopo aver illustrato la copertura dei tagli alle aliquote ed alle imposte proposti (supply economics docet), avverte il lettore che quest’ultima (la riforma) sarà attuata “con intelligenza, con buonsenso e con gradualità”. Stabilisce inoltre un tetto massimo di 70 mila miliardi ai minori introiti. Non aspettiamoci quindi rivoluzioni copernicane nel battere di un ciglio. Speriamo invece che le parole siano seguite dai fatti.

Sarebbe la prima volta in Italia e questa si, questa si che sarebbe una rivoluzione!

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