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Italia, troppo pochi gli investimenti nei mercati esteri

L’evidenza continua a essere sconfortante. L’Italia non investe abbastanza nei mercati esteri. Soprattutto in Asia, e in Cina, in particolare. Non è dunque solo un problema di appeal del “sistema Paese” che non riesce a calamitare multinazionali e fondi sovrani sul territorio. Esportiamo con vigore, presidiamo le fiere internazionali nei cinque continenti ma non siamo un Paese di investitori all’estero – al netto della crisi – come i nostri principali competitors europei. Migliora la qualità dei nostri investimenti, sempre meno “delocalizzati” e sempre più orientati a produrre per i mercati locali. Ma restiamo ancorati all’Europa e al bacino del Mediterraneo. E alla vecchia manifattura trascurando i servizi e le attività a più alto valore tecnologico.
È duplice la fotografia, su dati 2011, che scaturisce da Italia Multinazionale 2012, la ricerca presentata ieri a Milano e promossa dall’Ice – Agenzia per l’internazionalizzazione e realizzata da R&P in collaborazione con Sergio Mariotti del Politecnico di Milano e Marco Mutinelli dell’Università di Brescia. Nel 2011, è emerso dall’indagine, le imprese italiane che hanno investito all’estero sono state 8.547, con partecipazioni in 27.191 aziende che occupano 1,5 milioni di addetti e fatturano 583 miliardi di euro. L’Unione europea, assieme al bacino del Mediterraneo, rappresentano le destinazioni principali degli investimenti italiani all’estero, seguiti da Africa, Balcani e Russia. Poco meno dell’8 per cento la presenza in America latina (comunque in crescita) e al 10% quella in Nordamerica. Mentre è sotto la media la presenza di investimenti italiani in Asia e nel Pacifico (11%), aree che al momento offrono le maggiori potenzialità.
Del resto, il rapporto tra lo stock degli investimenti in in uscita e il Pil italiano è pari al 23,4% contro una media europea del 55,9 per cento. Il dato italiano è la metà di quello francese (49,4%) e di quello tedesco (40,4 per cento). Le imprese italiane che investono all’estero puntano sulla manifattura tradizionale o sul commercio. Metà delle iniziative italiane estero sono concentrate nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, con reti distributive e negozi associati ai marchi della moda.
Le uniche aree dove le imprese italiane sono presenti in modo strutturato sono l’Europa centro-orientale (per l’attività di delocalizzazione produttiva che ha connotato gli anni ’90) e il Medio Oriente. Eppure un salto di qualità si intravede. «In Italia – ha sottolineato il presidente dell’Ice, Riccardo Monti – si è chiusa l’era delle delocalizzazioni. Chi investe all’estero lo fa per incrementare le attività e per rispondere alla domanda proveniente dai Paesi in crescita». Insomma, si produce all’estero sempre più per servire il mercato locale che per contrarre i costi e reimportare in un’Europa che fatica ad assorbire.
L’Italia, secondo Monti, sconta un «ritardo sul processo di internazionalizzazione delle imprese» sia in entrata, sia in uscita. Se però sul fronte degli investimenti esteri «il gap si sta colmando» resta ancora critica la situazione relativa agli investimenti stranieri in Italia. In particolare, secondo Monti «considerando Cina e Brasile, ogni dieci investimenti italiani all’estero ce n’è uno solo brasiliano o cinese in Italia».
Per Marco Mutinelli, uno dei coordinatori della ricerca «Andrebbe avviata una politica di incentivi per favorire l’assunzione di personale destinato alle sedi esteri e favoririre esperienze e competenze dei giovani laureati in un quadro internazionale».

Da Il sole 24 ore

 

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