Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieItalia e EuropaItalia. Politica estera: 9 euro su 10 alle spese militari, briciole alla cooperazione

Italia. Politica estera: 9 euro su 10 alle spese militari, briciole alla cooperazione

Trentuno miliardi nel 2005. Poi la cifra ha cominciato a scendere. E nel 2014 si è fermata poco sopra quota 26. A tanto ammonta – secondo la banca dati Sipri – la spesa stanziata per la Difesa in Italia. Numeri che tengono dentro sia i soldi destinati agli interventi militari sia quelli dedicati alla cooperazione (decreto missioni incluso). Ma senza alcun equilibrio tra le due componenti. In percentuale, quel che emerge è che la seconda incide sul totale in maniera decisamente lieve: dieci anni fa rappresentava il 14%, oggi non più dell’11 per cento. In cifre assolute si tratta di 2,9 miliardi contro 23,3: a voler semplificare, è come dire che quasi 9 euro su 10 sono stati incanalati verso attività militari. Il resto – briciole al confronto – alla cooperazione allo sviluppo.

GUARDA  Tutti i grafici interattivi su spesa per la Difesa

Stanziamenti, quelli ai militari, su cui pesa – al di là dei risultati – la sollecitazione della Nato (proprio in questi giorni è in corso il vertice dei ministeri della Difesa) che ha sempre invitato i propri membri a raggiungere un rapporto del 2% fra spesa militare e Pil (Prodotto interno lordo). Obiettivo sottolineato ancora nel summit che si è tenuto in Galles lo scorso anno, visto che molti Paesi – fra cui l’Italia – stanno lentamente scivolando nella direzione opposta. In quei giorni il premier Matteo Renzi se la cavò replicando in conferenza stampa: “Se l’Europa considera la spesa per la Difesa strategica, allora andrebbe tolta dal patto di Stabilità”.

Un altro monito, però, è di queste ore e arriva dal nuovo segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter. Giunto in questi giorni in Europa per partecipare a Bruxelles al vertice dell’Alleanza, Carter ha promesso più armi contro la Russia di Vladimir Putin e ribadito che spetta agli europei fornire il grosso delle truppe terrestri non senza dimenticare che la maggior parte degli Stati membri non sta onorando i propri impegni di spesa.

Secondo i dati Openpolis (col contributo di ActionAid) per Repubblica.it, nel 2014 solamente in sei raggiungevano la soglia. Nell’ordine: Stati Uniti, Francia, Grecia, Turchia, Regno Unito ed Estonia. Per quanto riguarda l’Italia, rispetto al primo anno di riferimento (2004), la percentuale del Pil dedicata alla spesa è costantemente scesa, passando dal 2% all’1,5 per cento (nel computo è inclusa l’Arma dei Carabinieri).

Nel 2015 si stima che il Belpaese investirà soltanto l’1% del suo Pil in spesa per la Difesa. La discesa è stata resa nota soltanto qualche giorno fa grazie a una tabella contenuta nel rapporto sui dati economici e finanziari diffuso dalla stessa Nato a Bruxelles. Altri Paesi dell’Alleanza Atlantica hanno invece aumentato le proprie spese militari. Tra questi, ad esempio, la Grecia è passata dal 2,2 al 2,4%, la Polonia dall’1,8 al 2,2% e il Portogallo dall’1,3 all’1,4 per cento.

Va ancora peggio se dal target Nato ci si sposta all’obiettivo Onu sulla cooperazione. Negli anni Settanta, infatti, le Nazioni Unite hanno stabilito che ogni Paese dovesse destinare lo 0,7% del reddito nazionale lordo (che è cosa diversa dal Pil) agli aiuti per lo sviluppo. Fra i Paesi considerati, a guidare il treno è la Svezia, che nel 2014 impegnava l’1,1 per cento. Subito dietro, soltanto altri quattro hanno viaggiato con i conti in regola: Lussemburgo, Norvegia, Danimarca e Regno Unito. Rispetto al 2005, primo anno considerato, l’Italia è passata dallo 0,29% allo 0,16 per cento. Dopo di noi, altri sette Paesi tra cui Spagna, Grecia e Polonia. Decreto missioni. Dentro questo budget così ampio si colloca il decreto missioni. Tradotto: si tratta di 8 miliardi impegnati in sei anni. Tanti sono i soldi stanziati dai governi italiani tra il 2009 e il 2014 per la proroga – di volta in volta – di un decreto che tiene dentro tanto la spesa militare internazionale quanto l’attività di cooperazione e sviluppo. A fare la parte del leone, però, anche in questo caso è sicuramente la prima visto che la seconda incide sul totale per una percentuale esigua: appena il 9 per cento.

I raffronti. Il decreto missioni stanzia su base annuale o semestrale parte dell’ammontare delle risorse dedicate alle missioni militari ed alle iniziative di cooperazione. In media il totale di fondi approvati annualmente nel decreto si aggira attorno a 1,3 miliardi di euro, con un picco – era il 2010 – di 1,5 miliardi. A differenza della spesa complessiva per la Difesa, in questo caso si può notare che mentre il totale destinato alle missioni militari è progressivamente calato, la parte destinata alla cooperazione, seppur notevolmente inferiore alla prima, è rimasta costante, se non addirittura cresciuta. Nel 2009 quasi 1,2 miliardi andavano sulle missioni militari contro i 123 milioni della cooperazione. Nel 2014 alle missioni militari sono stati garantiti 936 milioni (dunque in calo dopo un picco raggiunto nel 2010 e nel 2011) e sulla cooperazione sono confluiti più di 136 milioni.
Incidenza decreto missioni-spesa Difesa. Nonostante la maggior parte del dibattito pubblico si concentri sul decreto missioni, è evidente che questo atto rappresenti solamente una minima parte della spesa totale dell’Italia sia per le forze armate sia per la cooperazione allo sviluppo. In entrambe le situazioni, l’ammontare approvato annualmente nella discussione del decreto rappresenta poco più del 4% dell’investimento totale del nostro Paese. Stesso discorso vale per la cooperazione, per una spesa totale poco sotto i 3 miliardi: con il decreto missioni se ne stanzia solamente il 4,57% (136 milioni)
I numeri del 2015. Con il decreto presentato il 10 febbraio scorso, il governo Renzi ha rifinanziato per i primi nove mesi dell’anno le missioni all’estero con 542 milioni di euro (su un totale di 868 milioni stanziati). Una cifra in lieve calo rispetto ai 550 milioni spesi per i primi sei mesi dello scorso anno. Tuttavia, la principale novità di quest’anno è rappresentata dall’inserimento di una prima lunga parte di norme – più della metà del testo – dedicata alla lotta al terrorismo. Un decreto, secondo Nino Sergi che l’ha analizzato perRepubblica, che “con il passare degli anni è riuscito a caricarsi di disorganicità, incoerenza e confusione, rispecchiando forse l’assenza di una chiara, definita e lungimirante strategia politica del nostro Paese per affrontare le crisi internazionali”
Alla somma iniziale vanno poi aggiunti 170 milioni per i “processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e partecipazione”: di questi, 120 milioni servono per finanziare le forze di sicurezza, polizia compresa, in Afghanistan dove negli ultimi dodici anni (2002-2014) sono confluiti quasi 5 miliardi di euro (il picco nel 2011). Complessivamente, però, stavolta diminuiscono i fondi per le missioni in Afghanistan, dove soltanto poche ore fai talebani hanno rivendicato l’attacco al parlamento di Kabul con autobomba e kalashnikov (qui il video). E dunque, dai 183,6 milioni degli ultimi 6 mesi del 2014 si passa ai 126,4 milioni calcolati al 30 settembre 2015. Un calo causato dalla fine di Isaf e dall’assottigliamento a 700 unità del contingente assegnato all’operazione Nato Resolute Support.

Print Friendly, PDF & Email