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Italia. Patent Box: al via il confronto tra l’Agenzia delle Entrate e le imprese

“Sia per il patent box sia per la voluntary disclosure, è in procinto di aprirsi una cruciale stagione di confronti con l’Agenzia delle Entrate: basata per lo più sul contraddittorio, nella disclosure; suscettibile di essere accompagnata da accertamenti parziali, e sulla presentazione di ruling, al quale seguirà un confronto con la stessa Agenzia, per il patent box. La sfida sarà comunque quella di realizzare un fattivo confronto, con scopi risolutivi, tra le imprese ed il Fisco in modo da dare contenuto sostanziale alle misure adottate”. Lo sottolinea, nel suo editoriale pubblicato su IPSOA, Mario Damiani – Professore straordinario di diritto tributario Università LUM – Bari.

“Le misure legislative su patent box (legge di Stabilità 2015, subito modificata dal D.L. n. 3/2015) e sulla volontary disclosure (legge n. 186/2014)” sottolinea il docente “sono ispirate fondamentalmente alla stessa ratio. Quella di favorire, in primo luogo, il rientro in Italia dei beni immateriali (gli intangibles) connessi con la ricerca e l’innovazione, ancora allocati all’estero in misura non trascurabile, ed il rientro (giuridico o effettivo) delle attività finanziarie finora detenute illegalmente all’estero e non dichiarate nel modello RW di UNICO.
Sono per questa ragione state adottate misure premiali che tendono ad incentivare il rimpatrio dei capitali e dei beni immateriali, da una parte con un trattamento fiscale attenuato per i primi e dall’altro con la riduzione della base imponibile del reddito d’impresa nella misura corrispondente al concorso alla produzione del reddito stesso, dovuto all’utilizzazione di quelle attività immateriali. Nel contempo il patent box assume anche, quale strategia di fondo, l’agevolazione a favore della ricerca in azienda per la realizzazione di nuovi beni immateriali o per la loro valorizzazione.
In entrambi i casi è in procinto di aprirsi una cruciale stagione di confronti con l’Agenzia delle Entrate, per lo più basata sul contraddittorio (nella disclosure), suscettibile di essere accompagnata da accertamenti parziali, e sulla presentazione di ruling, al quale seguirà un confronto con la stessa Agenzia (per il patent box). Ci sarà pertanto un intenso lavoro, connotato da elevato grado di specializzazione tributaria, che vedrà i contribuenti interessati, invitati a fornire chiarimenti sulle domande presentate e sulle Relazioni di accompagnamento redatte e sottoscritte dal professionista incaricato (nella disclosure), mentre nel patent box avranno un ruolo decisivo i contenuti del ruling che verranno trasmessi all’Agenzia e la relativa discussione per trovare un accordo con il Fisco su metodi e criteri per calcolare il reddito detassabile.
Il termine finale della voluntary disclosure è ormai spirato il 30 novembre scorso ed è ancora pendente, fino al 30 dicembre, quello per eventuali integrazioni della documentazione. Si parla comunque di un buon risultato conseguito in termini di ammontare del rientro dei capitali (la stima è di circa 4 miliardi di euro). Si apre ora una fase oltremodo delicata perché il menzionato contraddittorio con l’Agenzia delle Entrate verterà su un’area molto sensibile, che involge la dimostrazione documentale della costituzione all’estero delle attività finanziarie e dei successivi flussi finanziari e di reddito nei vari anni, a cui potrà seguire, se i termini di decadenza non sono spirati, anche una fase di accertamento dei redditi sfuggiti a tassazione. Un confronto ampio che serve per avvalorare gli elementi, anche documentali, prodotti a corredo dalla domanda di accesso alla procedura, non senza qualche preoccupazione per eventuali risvolti penali in caso di presentazione di documentazione ritenuta falsa.
Quando, però, si passa alla concreta attuazione di queste misure, soprattutto in materia di patent box, si ripresentano le ombre tradizionali delle complicazioni e delle incertezze che avvertono gli operatori economici ed i professionisti di fronte a testi legislativi spesso involuti ed a pratiche attuative degli Uffici impacciate e defatigatorie.
Ed infatti, dopo che è vanamente trascorso un anno dal varo della legge sul patent box, occorre prendere atto da una parte del persistere della volontà concreta di spinta alle imprese ad investire in attività di ricerca e sviluppo e, dall’altra, delle varie incertezze che si presentano in sede applicativa delle norme, come testimonia la quotidiana pubblicistica sulla materia.
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Già è avvertita, infatti, l’esigenza di qualche rettifica legislativa da apportare per semplificare realmente, in particolare per le PMI, le procedure per attrarre marchi, brevetti ed altri intangibles in Italia ed evitare le nebbie ad es. sul concetto di complementarietà dei beni immateriali, che già in linea di principio appare complicato rispetto alla previsione di voler calcolare per singolo bene immateriale il suo concorso al reddito d’impresa, ai fini dell’agevolazione. Non meno complicato sarà trovare accordi sul reddito da detassare derivante dall’uso ad es. di marchi per le infinte difficoltà di eseguire, su basi comparative, la misurazione del reddito addizionale che procurano; nell’applicare i metodi per calcolare i differenziali dei prezzi non mancheranno fattori di attrito con le visioni del fisco che ha assunto quale base gli standard internazionali elaborati dell’OCSE con riferimento, in particolare, alle linee guida emanate in materia di prezzi di trasferimento. L’applicazione concreta di tali standard porrà alle parti, però, tutte le difficoltà interpretative che possono essere ridotte notevolmente se l’Agenzia indicherà in un prossimo atto di prassi come intende comportarsi nei casi concreti più ricorrenti (es. nello sfruttamento del software, del know-how, dei marchi) con una sorta di guide-line.
Senza contare l’incertezza su un orizzonte a medio termine perché la misura italiana si pone in contrasto con le linee dell’OCSE sui BEPS (regole sull’erosione della base imponibile e lo spostamento dei profitti tra i vari Stati), che non consentiranno in futuro altri aiuti per know-how e brevetti.
Ce n’è insomma abbastanza per non giudicare infondata qualche riserva, che potrebbe essere attenuata almeno da una “intelligente” applicazione delle norme, allorquando ci si dovrà misurare in concreto con l’Agenzia delle Entrate, nel tentativo di colmare le incertezze sulla complementarietà dei beni, sull’ammissibilità delle spese di ricerca, sui criteri e metodi per misurare il contributo dato dal singolo bene al reddito prodotto. Una prima, non certo esaustiva, dimostrazione la si rinviene nella circolare n. 36E dellAgenzia delle Entrate emanata il 1° dicembre scorso unitamente al provvedimento del Direttore della stessa Agenzia, in materia di contenuti minimali della domanda, di perdite e di esclusione di conseguenze per il contribuente che non ritenga possibile o conveniente avvalersi dell’agevolazione.
Data la delicatezza della materia e l’elevata specializzazione economica richiesta per eseguire queste elaborazioni ed analisi, ci si chiede, provocatoriamente, se non sarebbe stato opportuno affidare ad un’apposita struttura, agile e professionale, del Ministero dello sviluppo economico (per altro firmatario del decreto interministeriale del 30 luglio 2015) il compito di assistere le imprese nella formulazione dei ruling, in questa fase, e convenire le soluzioni operative da spendere con il Fisco, vincolandolo alle conclusioni raggiunte?
Sul piano normativo, la tassazione agevolata è stabilita, su base volontaria, con opzione da esercitare per la prima volta entro il 31 dicembre 2015, per i redditi che derivano dalle varie categorie di intangibles assets costituite per lo più dallo sfruttamento aziendale di opere dell’ingegno (in particolare il sofware), di brevetti industriali, di marchi, di disegni e modelli, nonché di know how suscettibile di tutela giuridica, con lo scopo, a regime, di incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo, che costituisce la sfida futura per la crescita economica dell’Italia.
Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 1° dicembre scorso ha disciplinato l’accesso alla procedura di accordo preventivo connessa all’utilizzo dei beni immateriali e che riguarda la detassazione della quota di reddito che deriva dall’impiego di tali beni, nelle forme più articolate, dal diretto utilizzo diretto interno a quello realizzato nell’ambito dei gruppi societari, concedendo su basi opzionali, limitabili anche a singoli assets (con problemi non lievi da risolvere nell’accordo, per le eventuali collegamenti tra essi), l’opportunità per accrescere il valore di tali assets. È evidente la spinta verso la ricerca interna o per commessa, in relazione al singolo bene, mentre il mero acquisto di tali assets penalizza il bonus fiscale in quanto diminuisce la frazione di reddito agevolabile (perché aumenta il valore del denominatore).
Ciò comporta la necessità di assetti contabili ed informatici efficienti al fine di qualificare e classificare opportunamente i costi che vengono sostenuti in ricerca e sviluppo per incrementare le potenzialità innovative di tali attività immateriali.”

In conclusione, il professor Damiani invita comunque a realizzare un fattivo confronto, con scopi risolutivi, tra le imprese ed il Fisco in modo da dare contenuto sostanziale alla misura adottata.

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