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Italia, non si investe sulle idee: male le start up

Il centro studi di Confcommercio dice che se si agisse come Francia e Germania il nostro Pil guadagnerebbe 29 miliardi l’anno con una crescita di giovani imprenditori del 20%. Invece restiamo indietro, nonostante il decreto sviluppo del ministro Passera

Parlare di start up oggi è di moda. Ma per capirci davvero qualcosa dovete essere pronti a conoscere un nuovo vocabolario. Che parla prevalentemente, con termini mutuati da una cultura anglosassone, di early stage, accelerator, incubator, hub, seed, grant, venture capital, angel, pitch, contest, community.  Questo solo per rimanere a galla. Poi dovete aprirvi a un modello di business estraneo a quelli che avete sempre visto in giro, perché qui non conta chi conosci o chi ti presenta papà. Conta l’idea se è davvero innovativa e quanto potrà cambiare il mondo subito o tra pochi anni. Infine non  dovete aver paura di raccontarla l’dea, siamo in un contesto open, fluido, orizzontale dove conta più la condivisione della competizione. Fatti vostri questi presupposti, benvenuti nel nuovo mondo.

Start up, termine che dice tutto o niente, indica tutte quelle “imprese baby”, le new company, età media trent’anni o meno, costituite da uno o più soci  ricercatori, amici, compagni di università che si affacciano con un’idea imprenditoriale alla tecnologia, ai media, ai social network, all’ingegneria biomedica, alla robotica, alla cultura del green tech, dell’entertainment e del videogame. Fuffa direte voi, e invece è il futuro. Lo ha capito anche il governo dei tecnici che con il Ministro Passera ha emanato il decreto della crescita 2.0, che appunto dovrebbe incentivare investimenti per la nascita di nuove start up, definite nel testo come “aziende che fanno innovazione tecnologiche con meno di 4 anni di vita e un fatturato sotto i 5 milioni di euro”.

Perché aiutarle? Perché sono un volano per l’economia.  Basta guardare a cosa è successo negli altri paesi. A cominciare dagli Usa dove negli ultimi 10 anni le nuove imprese con meno di 5 anni hanno creato 3 milioni di posti di lavoro, il Fondo Pensione dei dipendenti pubblici della California è uno tra i principali investitori in start up, e Obama ha emanato uno Start up Act per supportare business service pari a un miliardo di dollari per sostenere centomila nuove imprese nei prossimi 3 anni. O in Israele, modello internazionale, che nel 1993 ha lanciato il programma Yozma a favore delle start up, ed è diventato in pochi anni il Paese con il più alto numero di società quotate al Nasdaq e di brevetti pro capite high-tech nel settore medicale. Ma è  sufficiente anche volgere lo sguardo alle sorelle europee, Germania e Inghilterra per vedere altri esempi virtuosi.

Quante sono le stat up in Italia? Le stime variano dalle 900 alle 4mila, perché fino a oggi sono sfuggite a una mappatura. Ma con la nuova normativa le Camere di Commercio si stanno attrezzando per censirle e servirle degli sgravi previsti dal decreto. Secondo l’Osservatorio Start up del Politecnico di Milano “investendo 300 milioni di euro nella fase embrionale delle start up, in 10 anni il prodotto interno lordo italiano potrebbe crescere di oltre 3 miliardi”. Ma non solo. Il centro studi di Confcommercio dice che se l’Italia investisse come Francia e Germania il nostro Pil guadagnerebbe 29 miliardi l’anno con una crescita di giovani imprenditori del 20%.

E invece l’Italia che pure si sta muovendo, secondo dati dello scorso anno è ancora abbastanza in coda negli investimenti in nuove imprese. Impegna solo 1,2 euro pro capite contro i 10 euro di Germania e Francia e gli 83 degli Usa. Come dire che investe 1/7 rispetto alla Francia, 1/5 rispetto a Germania e Inghilterra e la metà rispetto a i paesi del Nord Europa. “Dal decreto sviluppo – spiega Alessia Muzio di AIFI, che raggruppa i principali investitori italiani istituzionali in capitale di rischio (Venture capitale e private equity) ci aspettavamo il Fondo dei Fondi, che avrebbe dovuto dare spinta al mercato, negli esempi di carattere internazionale aveva portato alla nascita di altri piccoli fondi che favorivano i nuovi operatori ma purtroppo la misura è stata stralciata”. “Mancano start up o non sono quante potrebbero non perché mancano talenti, ma perché non ci sono abbastanza investimenti”, dice Gianluca Dettori di dpixel, società di venture capital,  “siamo in pieno fermento, ci sono 3,5 milioni di giovani disoccupati e altamente formati che sono un potenziale enorme perché per loro fare qualcosa da soli, avere l’dea e far nascere una start up può essere l’unica possibilità e infatti le belle idee non mancano. Però c’è scarsa sensibilità da parte della classe dirigente e non parlo solo dei politici, mi riferisco alle banche, alle fondazioni, alle società assicurative a chi ha capitali e invece di investire nei nuovi mondi del digitale e delle start up investe in derivati, ecco questo davvero mi frustra”.

Siamo indietro ma gli investimenti a poco a poco si muovono. Secondo AIFI (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital) che monitora semestralmente la situazione del capitale di rischio italiano, nel 2011 sono stati investiti 82 milioni di euro in 100 operazioni su 78 nuove imprese e nel primo semestre 2012 altri 67 milioni di euro con un trend positivo rispetto allo stesso periodo del 2011.” A questi vanno ad aggiungersi nel 2011 altri 35 milioni di euro investiti in start up nelle prime fasi di sviluppo dai business angels, i cosiddetti investitori informali (che partecipano alle fasi iniziali delle start up con investimenti che vanno dai 100 ai 150 mila euro in media) e altri 21 milioni degli angels nei primi sei mesi del 2012. “Non è abbastanza, In questi anni si è fatto molto network sulle idee e per la loro realizzazione ma non c’è ancora sistema per la raccolta delle risorse”, dice Claudio Giuliano, fondatore e amministratore di Innogest, tra  maggiori fondi di VC in Italia, (fondo da 80 milioni di euro da investire in imprese italiane). “Oggi – continua Giuliano – il settore industriale è vecchio e maturo se il pubblico non investirà per creare nuovi fondi di VC o per incentivare gli investimenti privati perdiamo il treno con il futuro, con le nuove imprese che parlano di digitale, medical engineering, tecnologia e Il rischio è di continuare ad investire in un’ossatura industriale vecchia e costosa non più adeguata ai tempi e alla velocità del presente.”

da www.repubblica.it

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