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Italia: lo Stato deve 90 mld alle aziende

La cifra ufficiale nessun governo l’ha mai fornita. Secondo Confindustria il debito dello Stato nei confronti delle imprese fornitrici ammonta a circa 70 miliardi di euro. Ma la cifra è sicuramente in difetto. All’interno del ministero dell’Economia  si dà per scontato che ammonti ad almeno 90 miliardi. Una cifra che si può leggere anche in un altro modo: 6 punti di Pil. Il problema è che sia in Italia che a Bruxelles viene letta proprio in questo modo. E per uno di quei pasticci delle regole contabili che restano incomprensibili ai cittadini comuni e anche a ragionieri che da decenni lavorano in azienda, quei debiti dello Stato nei confronti delle imprese sono oggi invisibili all’Unione europea e ai parametri di Maastricht, ma se fossero pagati diventerebbero un minuto dopo debito pubblico in grado di fare impazzire i conti italiani e fare volare a cifre impensabili lo spread. In pratica un debito che oggi è vero come il pane che non possono mangiare i dipendenti delle imprese fornitrici dello Stato fino a quando non verrà saldato, non esiste invece per i guardiani dei conti pubblici comunitari. Quando invece verrà pagato alle imprese, per noi del mondo normale quel debito verrebbe estinto, per le regole di Maastricht invece emergerebbe solo a quel punto e il rapporto   fra debito e Pil salirebbe di sei punti. Un disastro.
La follia ha una  spiegazione, che parte da due dati semplici. Il primo è un’affermazione apodittica: i signori di Maastricht hanno deciso che i debiti della pubblica amministrazione con i fornitori non debbano essere conteggiati nel debito pubblico di ciascun Paese. Eurostat, secondo i principi di bilancio pubblico Sec05, non li conteggia. Così come non conteggia il debito previdenziale nei confronti dei cittadini che pure esiste. Quindi per la Ue quei 90 miliardi che l’Italia deve alle imprese fornitrici semplicemente non esistono. Il secondo motivo – che è la ragione per cui quel debito si è accumulato e non viene pagato –  è banalissimo: lo Stato non ha i soldi per pagare i fornitori. Sui conti correnti di tesoreria non c’è la liquidità che servirebbe. Ogni tanto arriva qualcosa, e  dopo molto tempo si paga qualcuno. Ma i soldi per tutti non ci sono. Tanto è che un coraggioso magistrato della Corte dei Conti, Aldo Carosi,   ha scoperto che   per ovviare a quella mancanza di liquidità sulla spesa corrente, lo Stato aveva espropriato dal fondo Tfr dei lavoratori dipendenti la bellezza di 16 miliardi di euro senza nessun programma di restituzione. Carosi è stato molto criticato, poi è stato promosso giudice della Corte Costituzionale e del tema non si occupa più.
Se i soldi per pagare i fornitori non ci sono, bisognerebbe fabbricarli. Questo potere però da quando c’è l’euro l’Italia non l’ha più. Resta una sola soluzione: emettere titoli di debito pubblico e riversare lì la liquidità ottenuta dal collocamento per pagare i fornitori. Questo per piccole tranche si fa, ma per saldare una partita da 90 miliardi  è impossibile: altrimenti salirebbe di sei punti il rapporto fra debito e Pil e l’Italia verrebbe stangata dalle incredibili regole Ue (per cui conta la forma assai più della sostanza) e  dalla speculazione internazionale che farebbe schizzare  lo spread. C’è chi ha proposto di saldare il debito con i fornitori pagando invece che con la liquidità, in titoli di Stato. Lo aveva ipotizzato anche il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera,  alla vigilia del decreto salva-Italia. Non è stato fatto perché nella sostanza nulla cambierebbe: per pagare in titoli, il debito dovrebbe crescere nello stesso modo. Emettere titoli destinati alle imprese fornitrici e poi con la liquidità ottenuta riacquistare debito pubblico risolverebbe il problema con una mezza truffa contabile che sposterebbe solo temporalmente più in là negli anni il buco che si verrebbe a creare.
In questa situazione è inutile sperare nella direttiva europea che impone agli Stati di pagare le imprese entro 60 giorni: se non si trova una soluzione tecnica, l’Italia non l’applicherà come tante altre direttive, prendendosi tirate d’orecchie e magari anche sanzioni comunitarie che costano   meno del pagamento immediato ai fornitori. Bisogna anche dire che tutto questo caos ha un’origine chiara: la stretta di cassa operata dal 1996 in poi dal trio Romano Prodi – Carlo Azeglio Ciampi – Dino Piero Giarda. Grazie a quella stretta, che di fatto iniziò a congelare il pagamento dell’Italia alle imprese fornitrici per almeno 50 mila miliardi di lire dell’epoca (26 miliardi di euro circa), il governo Prodi riuscì a imbellettare i conti pubblici in modo da essere accolto  fin dal primo momento nell’area dell’euro. Un prezzo talmente alto che ancora oggi ci si chiede se valeva davvero la pena pagare.
Questo macigno al momento non ha soluzione: i tecnici del ministero dell’Economia stanno cercando tutte le soluzioni possibili per sbloccare almeno in parte quei 90 miliardi facendoli passare attraverso strutture indirette (ad esempio Cassa depositi e prestiti) e coinvolgendo il sistema bancario. Ma la fantasia finora non ha trovato la soluzione e i margini sono sempre più stretti. Nel frattempo rischiano di fallire migliaia di imprese fornitrici.
Franco Bechis, libero

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