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Italia, l’esodo dei giovani. Peggio di noi solo Grecia e Turchia

Non è un Paese per giovani. In Italia la quota di popolazione tra i 15 e i 29 anni che non è ne’ occupata, né a scuola o in formazione, i cosiddetti ‘Neet’, è aumentata considerevolmente durante la recessione. Una situazione preoccupante che rappresenta una perdita di circa un punto e mezzo di Pil. Prima del 2007, afferma l’Ocse nel suo rapporto ‘Uno sguardo sulla società 2016- Riflettore sui giovani’, che ogni anno analizza il benessere sociale e i suoi trend nei 34 Paesi industrializzati, la percentuale di Neet in Italia era attorno al 20%, 4 punti sopra la media. Fra il 2007 e il 2014 il tasso è schizzato al 27%, il secondo più alto dopo la Turchia. Un primo timido segno di schiarita si è cominciato a vedere solo lo scorso anno, con una modesta riduzione della percentuale, equivalente a quasi 2,5 milioni di Neet, comunque al di sopra dei livelli pre-crisi e quasi il doppio della media Ocse (15%).

Il dato più inquietante riguarda le capacità che vengono perse a causa dei Neet, pari all’1,4% del Pil. Il dato italiano è il terzo peggiore dopo Grecia (2%) e Turchia (3,4%). Anche al livello Ocse, il numero di giovani usciti dal sistema educativo e senza lavoro rappresenta un “costo economico maggiore” – avverte l’istituzione – incluso tra i 360 e i 605 miliardi di dollari, 0,9%-1,5% della ricchezza globale. “Per i giovani poco qualificati diventa sempre più difficile trovare un impiego, ancora più difficile un impiego stabile”, deplora Stefano Scarpetta, direttore della divisione Ocse per Occupazione, Lavoro e Affari sociali. “Se non verranno compiuti sforzi supplementari per migliorare l’accesso a studi e formazione per tutti crescerà il rischio di una società sempre più spaccata”, avverte. L’Ocse ritiene che una lotta determinata contro l’abbandono scolastico anticipato sia più che mai necessaria. “I governi – suggerisce il rapporto – devono garantire che i giovani ottengano almeno un diploma di fine studi secondari per avere la possibilità di proseguire degli studi o acquisire competenze professionali”. In Italia, riferisce l’Ocse, l’80,6% dei giovani vive dai genitori. Quanto al welfare, siamo i quarti per spesa in protezione sociale pubblica, pari al 29% del Pil, contro una media Ocse del 22%. L’invecchiamento della popolazione provoca, in particolare, una pressione al rialzo dei costi previdenziali che rappresenta il 16% del Pil, la quota più alta fra Paesi ricchi. E tuttavia – puntualizza l’istituzione guidata dal messicano José Angel Gurria – “l’Italia sta migliorando la sostenibilità finanziaria del suo sistema pensionistico grazie a riforme strutturali di lungo periodo”.

Del resto,abbiamo la quarta più alta aspettativa di vita dopo Giappone, Spagna e Svizzera, pari a 83,2 anni, 2,6 anni in più rispetto alla media. Anche se la popolazione invecchia drammaticamente in fretta con 38 anziani (65 anni di età e oltre) per 100 persone di età compresa fra i 20 e i 64 anni (dati 2015). Tale livello è due volte più elevato che nel 1970 (19%) ma solo la metà di quello stimato per il 2060 (74%). Quanto al tasso di fertilità non sembra prospettare un’inversione di tendenza, con appena 1,4 bambini per donna, contro l’1,7 dell’area Ocse. Decisamente più confortante il basso livello di suicidi, 6 ogni 100.000 persone, la metà rispetto alla media Ocse.

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