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Italia: l’emergenza è la crescita

Anche in Europa serve una fase due. Il presidente del Consiglio Mario Monti è andato a dirlo sia a Sarkozy sia alla cancelliera Merkel e, almeno a parole, le reazioni sono state positive: si è incominciato a riconoscere la necessità di un maggior impegno per la crescita economica.
E adesso cosa dovrebbe succedere?
Credo servano tre cose che sono tanto più importanti alla luce del continuo operare delle agenzie di rating, come si è visto ieri. L’odierna maggiore preoccupazione è la crescita. L’Europa è in recessione, anche la Germania nell’ultimo trimestre del 2011, ha interrotto la corsa. Senza la crescita non si abbatte il debito.
Anzitutto serve che questa posizione, il maggior impegno per la crescita, sia presto condivisa dal resto d’Europa. Non possiamo accontentarci che il direttorio franco-tedesco, grazie a Mario Monti, sia diventato un triumvirato.
Ci sono altri 24 paesi da convincere e quattordici di questi, quelli dell’Unione economica e monetaria, sono decisivi per il futuro dell’euro.
Il secondo aspetto – non meno importante – è che questa posizione si rifletta presto nel nuovo Trattato in corso di elaborazione.
L’ultima versione, che reca come data le ore 19 del 10 gennaio scorso e che è stata diffusa dai media, conserva un’impostazione molto tradizionale e che non tiene conto dei due colloqui di Monti a Parigi e Berlino.
Il titolo di queste nove pagine è molto generico e parla di tre cose: Stability, Coordination e Governance nell’Ume. Come prevedibile, c’è molto sulla stabilità, mentre non ci sono nè regole nè politiche sulla crescita. In altre parole, resta l’impostazione che è la dottrina tedesca da vent’anni, da quando è partito il progetto dell’euro : come la moneta, anche la stabilità è un bene comune, di tutti e di ciascuno, mentre non lo è la crescita, che è rimasta un bene nazionale.
Si ripete nella bozza del nuovo trattato ciò che avevamo visto nel 1997 con il Patto chiamato di Stabilità e Crescita, che però si occupava solo di Stabilità, perché questa era la necessaria premessa per la stessa crescita.
Se davvero vogliamo fare un passo avanti nei contenuti e non solo (come è finora sembrato) fare solo un passo avanti nella robustezza politica del Patto precedente (mai entrato come tale in qualche Trattato), bisognerà che l’impegno alla crescita comune sia almeno pari a quello nei confronti della stabilità.
Ciò interessa in modo particolare all’Italia, per due ragioni. Anzitutto, perché in linea con tutti i commenti di questi giorni ci interessa sapere se vengono mantenute nel nuovo Trattato quelle cautele che riguardano l’Italia e che si riteneva avessimo portato a casa nei tanti vertici di Bruxelles di un anno fa. La risposta è apparentemente positiva, perché il Trattato menziona i regolamenti già approvati in cui si trovano elencati gli altri “fattori rilevanti” di cui tenere conto nel tornare a rispettare (in vent’anni, per un ventesimo all’anno!) l’obbligo di Maastricht di un rapporto Debito pubblico/Pil non superiore a 60%.
Ma la seconda ragione è ancora più importante: neppure nel Trattato, come già nei regolamenti in questione, è ben chiarito il ruolo di questi «fattori rilevanti»: ci consentono più tempo (ad esempio trent’anni invece di venti) oppure ci consentono di convergere ad un rapporto più elevato (ad esempio 80 invece di 60)? La stessa ambiguità – o ancora peggio – si ritrovava anche nei testi circolati un anno fa ed era stato possibile – senza nostra replica o protesta – che ad esempio la Bce nel suo parere a Bruxelles (si veda il Bollettino della Bce di marzo 2011, a pagina 108)elencasse come «fattori di rischio» (cioè da valutare in quanto aggravanti le previsioni) quelli che noi consideravamo aspetti italiani positivi come passività pensionistiche post-riforma e indebitamento del settore privato.
Questo terzo aspetto può sembrare un fatto tecnico di minor importanza, ma va tenuto presente alla luce dell’impostazione più generale che deve costituire l’anima di questo nuovo Trattato. È a tutti chiaro – e l’ha di certo ben compreso il nostro Presidente del Consiglio – che lo stimolo alla sua nascita, dopo due anni spesi a discutere di come si eviterà in futuro una crisi così grave come quella in cui siamo ancora immersi, è stata la preoccupazione soprattutto tedesca di rinforzare l’impegno alla stabilità. Ma è anche chiaro, che se dobbiamo tornare a rispettare il “numero magico” di Maastricht, cioè quel 60% Debito/Pil che oggi non ha più alcun riferimento attuale, allora dobbiamo anche ricordarci che vent’anni fa si ragionava della fattibilità di quel vincolo in presenza di un tasso di crescita del reddito reale dell’ordine del 3 per cento. È dovuto al fatto che non siamo più riusciti a crescere come una volta era normale, se il nostro Debito pubblico è rimasto così pericolosamente elevato e non possiamo certo tornare a rispettare Maastricht facendo a meno della crescita.
Riuscire a tradurre tutto ciò in un testo approvabile a fine mese non è impossibile, e l’incontro a tre a Roma potrà utilmente verificare se la sintonia Merkel-Monti-Sarkozy può concludersi in un impegno a considerare anche la crescita, assieme alla stabilità, un bene comune europeo.
Giacomo Vaciago, Il sole 24 ore

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