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Italia, le imprese che resistono

Ci mancavano le allettanti promesse della provincia di Bolzano. Non bastava il serrato corteggiamento alle imprese Venete da parte della Carinzia. Doveva mettersi di mezzo anche la Bls (Business location Südtirol), società per lo sviluppo del territorio atesino: «Coraggio, trasferitevi da noi». E giù con i vantaggi: esenzione dell’Irap per i primi cinque anni, contributi fino al 75 per cento sul canone di locazione dei capannoni, incentivi per l’internazionalizzazione. Un’entrata a gamba tesa. Il governatore Luca Zaia l’ha bollata come «una schifezza». Peccato che la questione di fondo sia reale, eccome. Bolzano si muove sulla stessa lunghezza d’onda della Carinzia: agevolazioni fiscali, costi ridotti, meno lacci e laccioli burocratici. Musica per le orecchie degli imprenditori nostrani. Con una differenza: un conto è riaccendere le polemiche sull’autonomia di alcuni territori, quindi sulla differenza di risorse disponibili, ben diverso è assistere, passivamente, alla massiccia delocalizzazione all’estero.

Sono già 700 le aziende venete che hanno chiuso in battenti in regione per insediarsi al di là dei confini nazionali. All’origine, una pressione fiscale sui profitti delle imprese che, stando ai calcoli della Cgia di Mestre, ha raggiunto il 68,6 per cento, 24,4 punti in più della media Ue. Una burocrazia che rappresenta una tassa occulta di 26,5 miliardi. Un tempo medio di 1.250 giorni per recuperare un credito, contro i 394 giorni necessari in Germania. Tutto giusto. Eppure c’è chi resiste. Chi continua ostinatamente a credere che si possa fare (ottima) impresa qui e adesso. A dispetto di ogni inefficienza del sistema- Paese. Per cominciare, in Veneto è presente da sempre uno spiccato senso di responsabilità sociale. Dalla Marzotto di Valdagno, con il modello della città-impresa, alla Texa di Monastier, con l’asilo e la biblioteca all’interno dello stabilimento, alla Maschio Gaspardo di Campodarsego, che ha appena annunciato l’ampliamento e l’assunzione di cento nuovi addetti, le realtà industriali grandi e piccole continuano a mostrare un fortissimo spirito di appartenenza al territorio in cui operano.

Che si traduce in attenzione alle esigenze dei lavoratori e dell’intera comunità. Non solo. La verità è che certe produzioni, riconosciute come eccellenze nei cinque continenti, possono nascere unicamente grazie al know-how acquisito nei decenni. Alcuni distretti veneti, l’agroalimentare del Veronese, la meccanica del Vicentino, il calzaturiero del Brenta, contano oggi su una filiera così strutturata e ad alto valore aggiunto da rendere persino inconcepibile la delocalizzazione. È lo stesso motivo per cui, secondo una ricerca del Massachusetts Institute of Technology, il 14 per cento delle imprese americane starebbe progettando di riportare a casa la produzione trasferita all’estero. E ancora, i tanto ambiti consumatori cinesi, russi, arabi, si sono evoluti al punto da richiedere made in Italy autentico e certificato, fino a pretendere la tracciabilità delle materie prime: pelli, lane, ma anche prodotti agricoli, vitigni, allevamenti. Insomma, c’è chi dice no. Il declino dell’Italia, e del Nordest in particolare, non è dietro l’angolo. Se poi la politica facesse la propria parte…

Sandro Mangiaterra dal Corriere del Veneto

 

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