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Italia. Jobs act promosso dall’84% delle aziende: ma i contratti sono aumentati solo in 3 aziende su 10

De Luca & Partners – studio legale specializzato nel campo del diritto del lavoro, ha svolto un’indagine rivolta ad aziende nazionali ed internazionali operanti nel territorio italiano sul gradimento delle imprese rispetto ai cambiamenti apportati dalla riforma del lavoro targata Renzi. Al sondaggio, riportato sulle pagine web di www.businesspeople.it, hanno contribuito oltre 200 tra amministratori delegati, general counsel e direttori del personale di importanti compagnie, di cui il 40% appartiene a gruppi internazionali.

L’84% degli amministratori di azienda che hanno partecipato al sondaggio è stato positivamente colpito dalle riforme avviate dal Jobs Act, grazie alle quali il diritto del Lavoro ha potuto compiere un “sostanziale progresso”. In particolare, del Jobs act hanno apprezzato la possibilità data alle imprese di aumentare le assunzioni e promuovere gli investimenti (46%), oltre a determinare un maggiore equilibrio tra i diritti delle parti del rapporto di lavoro (40%).

Incentivi alle assunzioni e semplificazione sono gli aspetti della Riforma che convincono maggiormente sia le aziende, sia i dipendenti: il 69% di loro ritiene infatti che il contratto a tutele crescenti e l’esenzione contributiva introdotta dalla Legge di Stabilità siano i principali vantaggi offerti dal Jobs Act. Senza dimenticare, inoltre, l’abolizione dell’obbligo di indicare la causale per le assunzioni a tempo determinato (34%), il riordino delle tipologie contrattuali (30%) e la revisione della disciplina delle mansioni (28%).

Tuttavia, solo il 32% degli intervistati ha dichiarato di aver visto crescere significativamente il numero di lavoratori assunti a tempo indeterminato nella propria azienda a partire dal marzo 2015.Inoltre, nonostante l’applicazione del contratto a tutele crescenti per i neoassunti, non si è registrato un blocco del turnover all’interno delle aziende. Allo stesso modo, 7 su 10 dei partecipanti all’indagine (72%) hanno dichiarato che la riforma non ha influito sulla propensione dei lavoratori a cambiare lavoro.

In un mercato del lavoro tradizionalmente statico come quello italiano, dunque, la percezione è che si possa e si debba ancora fare molto: il 58% degli intervistati, infatti, ritiene che la riforma non sia sufficiente a raggiungere l’obiettivo di maggiore flessibilità nella gestione dei rapporti di lavoro. L’ostacolo maggiore agli investimenti e alle assunzioni è, secondo il 79% del campione, l’elevato costo del lavoro, seguito dalle difficoltà create dalla burocrazia (52%) e da una normativa troppo complessa (49%). Non solo: a spaventare le aziende sono anche la scarsa flessibilità in uscita per i vecchi assunti (42%) e la mancanza di chiarezza in materia previdenziale e assistenziale (32%).

E di fronte alla domanda che chiede quali aspetti della riforma debbano essere migliorati, non ci sono dubbi: l’esigenza diffusa è una riduzione del cuneo fiscale (73%) e del costo del lavoro (70%), senza però trascurare la diminuzione degli adempimenti burocratici a carico di datori di lavoro e lavoratori (53%), la riduzione dei tempi di giustizia (42%) e la semplificazione della normativa previdenziale e assistenziale (40%). Dal punto di vista strettamente contrattuale, invece, ben il 40% degli intervistati ritiene necessario poter applicare il contratto a tutele crescenti a tutti i rapporti di lavoro subordinati e non solo a quelli instaurati a decorrere dal 7 marzo 2015.

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