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Italia, innovazione: l’atlante digitale delle imprese hi tech

LA CACCIA è come quella al tesoro: scovare un lavoro, magari ben pagato. La mappa però è diversa, digitale. Dove ad ogni puntino corrisponde una società high tech pronta ad assumere. Il progetto si chiama World Digital Map 1, sito realizzato da tre ragazzi milanesi. “Altro che futuro, volevamo far vedere che per chi ha competenze tecnologiche le opportunità ci sono già”, raccontano Eros Verderio, 27 anni, e Matteo Sarzana, di 31. A tre mesi dal lancio online le aziende che compaiono sulle cartine del pianeta sono quasi 800, la gran parte concentrate in Italia. Come a dire: per ingegneri informatici e programmatori volare all’estero, verso Londra o la Silicon Valley, non è l’unica opzione. Sull’atlante digitale sono più di 120 le offerte di impiego nel nostro Paese. Il pallino più grande a Milano, capitale tricolore dell’innovazione. “Basta zoommare per scoprire le proposte di lavoro tra le vie della città”, spiegano. Assume Facebook, che ha da poco aperto un ufficio in centro, assume Banzai, azienda di e-commerce che conta già 250 dipendenti. Ma assumono anche realtà più piccole come Beintoo 2, giovane società che ha creato un sistema per premiare gli internauti più assidui con sconti e buoni acquisto.

Opportunità per gli smanettoni, lavoratori con il dottorato in tasca, ma non solo. A beneficiare dell’ecosistema digitale sono anche poliziotti, maestri d’asilo e camerieri. Enrico Moretti, professore di Economia all’Università di Berkeley, lo sostiene nel suo ultimo libro, The new geography of jobs, a breve in uscita in Italia. “Nel mondo globalizzato è l’innovazione che crea valore aggiunto”, spiega. “E quella ricchezza ricade a pioggia su tutta il sistema”. Così, per ogni informatico assunto in una città nascono, nell’arco di dieci anni, cinque posti di lavoro nei servizi locali. Con stipendi, anche per impieghi non qualificati, molto superiori alla media. L’analisi si basa su dati raccolti nei grandi centri americane, ma ora Moretti sta lavorando sull’Italia: “La dinamica è la stessa: nelle città in cui si innova, tutti guadagnano di più”.

Un paradosso nell’epoca in cui le informazioni viaggiano sulla nuvola. Ma l’influenza della geografia sulla busta paga non è mai stata così grande. “E aumenterà ancora nei prossimi anni”, aggiunge Moretti. Seguire la mappa dei brevetti allora è la strategia giusta per trovare impiego. E non è detto che la strada da fare sia lunga, neppure per chi viene dalla provincia. Basta dare un’occhiata alla World Digital Map: dopo Milano, la città italiana con più posizioni aperte per informatici è Treviso. Merito di H-Farm 4, acceleratore fondato in mezzo alla campagna veneta alla cui corte sta crescendo un universo di sturtup: 35 dal 2005 ad oggi, per oltre 220 posti di lavoro. L’investimento finora è stato di 11 milioni euro, nei prossimi tre anni se ne aggiungeranno altri 9; la crisi, in riva al Sile, non si sente.

Matteo Sarzana spiega che l’intento della mappa digitale è anche questo: “Mostrare ai giovani sviluppatori che la grande città non è l’unica meta possibile”. Scorrendo la cartina si scoprono realtà come Nana Bianca5, a Firenze. L’incubatore, nato a inizio anno, ha già finanziato dieci giovani aziende ed entro dicembre ne ospiterà cinque in un nuovo spazio al centro della città. Ancora più a Sud i puntini si diradano, ma anche il Meridione ha i sui poli tecnologici. Quello di Catania per esempio, l’Etna Valley nata attorno allo stabilimento di STmicroelectronics, produttore di semiconduttori: mille dipendenti, di cui un quarto dedicati a ricerca e sviluppo. O quello di Cagliari, dove è stata Tiscali a fare da traino alla fine degli anni ’90.

Metropoli o provincia poco importa: innovazione è creare prodotti unici e irripetibili. Definizione perfetta per il Made in Italy, anche nei suoi centri più tradizionali. Trento ha provato a riproporre il modello in chiave digitale. Alla Fondazione Bruno Kessler 6, partecipata da enti locali e associazioni industriali, lavorano 450 tra ricercatori e dottorati specializzati in intelligenza artificiale e microsistemi informatici. “In 15 anni abbiamo avuto 20 spin-off, oggi fatturano circa 2,5 milioni di euro l’anno e danno lavoro a 150 persone”, spiega il responsabile delle relazioni con il territorio Giuliano Muzio. “Si tratta di micro-aziende: sono più flessibili e hanno risposto meglio alla crisi”. A fare da carburante i finanziamenti della Provincia, il 2,5% del Pil locale, un punto più di quanto l’Italia investe in ricerca.

Non solo belle cucine e abiti alla moda dunque, il quarto capitalismo sa produrre anche innovazione. E occupazione. “Le dimensioni però contano”, obietta Moretti. “Sono le grandi aziende a potersi permettere massicci investimenti in ricerca, quelli che generano l’effetto moltiplicatore su posti di lavoro e stipendi”. E dall’Italia, nota, i big se ne stanno progressivamente andando, trascinando via un indotto ricco di fatturato e buste paga. Quelli della farmacia, settore ad alto tasso di innovazione. Quelli dell’informatica, quasi scomparsi dopo l’epoca Olivetti. O l’automobile, con un piede e mezzo già negli Stati Uniti.

Unire le forze, per i piccoli, può essere una soluzione. Sull’asse Treviso-Milano-Firenze, gli incubatori H-Farm, Boox 7 e Nana Bianca ci stanno provando. Il progetto startup alliance dovrebbe portarli a breve a condividere competenze, tecnologie e strategie di investimento. “Ma la vera differenza è la concentrazione”, continua il professore. “Nelle città ricche di grandi imprese, un ingegnere trova cento offerte di lavoro nell’arco di un chilometro”. Più un mercato è denso, di competenze e aziende, più ne attira altre. Più si svuota, più tenderà a perderne. Per questo invertire la fuga di provette e silicio, con i loro scienziati, non è facile. Nel suo libro Moretti racconta della scelta di Bill Gates di trasferire Microsoft, poco dopo la nascita, da Albuquerque, in Texas, a Seattle. Trenta anni dopo quest’ultima è un polo tecnologico mondiale, mentre la prima è scomparsa dai radar dell’innovazione e ha un livello di retribuzioni molto inferiore alla media. “L’Italia è ancora in tempo, resta un Paese con un grande capitale umano”, conclude Moretti. Lo sperano gli ingegneri nucleari, ma anche cuochi ed infermieri.

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