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Italia. Imprese: meno della metà pensa alla variabile “green”. Ma l’edilizia inizia a farne un elemento portante

Il 42% delle imprese italiane ha cominciato a inserire nei conti la variabile ambiente diminuendo l’impatto della produzione o dei servizi. È quanto emerge dalla prima relazione sulla green economy in Italia elaborata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Lo studio sarà presentato il 3 novembre all’apertura degli stati generali della green economy, a Ecomondo.

Alla percentuale si arriva sommando le imprese “core green”, quelle che sono nate con un’impostazione legata ai valori ecologici, e quelle “go green”, che stanno virando verso una maggiore attenzione alle priorità ambientali. Al primo profilo corrisponde più di un quarto delle imprese italiane: il 27,5% delle aziende produce beni o servizi di elevata valenza ambientale.

In questo gruppo troviamo un’alta percentuale di imprese agricole (40,6%) e un buon numero di aziende nel settore dell’industria (35,4%). Notevole l’exploit dell’edilizia (38,8%), rivelatore di un settore in profondo cambiamento: spinto dalla crisi, sta passando dal vorace consumo di territorio a una ristrutturazione spesso mirata alla qualità e all’efficienza energetica. Buona anche la presenza delle aziende nel campo dei servizi (12,8%), mentre al 19,5% si collocano trasporti, immobiliari, servizi finanziari.

Le “go green” invece valgono il 14,5% del totale delle imprese. Il numero più alto è nell’industria (25,8%). Un po’ distaccati gli altri settori con un 16,7% delle imprese del commercio degli alberghi e della ristorazione, un 15,5% dell’agricoltura, un 12,6% dell’edilizia. Le imprese impegnate in campo ambientale vantano buone perfomance sia dal punto di vista dell’occupazione che da quello della competitività. Il 19,8% delle imprese core green e il 26,5% delle imprese go green esporta, contro una media del 12% delle altre imprese.

“Mettendo assieme le core green e le go green”, sottolinea Edo Ronchi a nome del Consiglio nazionale della green economy, “si arriva al 42% del totale delle imprese italiane: è un dato che non sorprende chi opera in questo mondo, che è cresciuto fortemente negli ultimi decenni. Ma che farà discutere perché tanti, nel campo dell’informazione e della politica, non si sono ancora resi conto della misura della trasformazione in atto”.

Il rapporto non fotografa solo risultati positivi. I numeri rendono anche evidente il collasso occupazionale del settore delle fonti rinnovabili, azzoppato da continui ripensamenti sugli incentivi che, in assenza di ogni programmazione, hanno fatto fallire molte imprese e scoraggiato gli investimenti. Un percorso opposto a quello dei tedeschi che hanno programmato la diminuzione degli incentivi permettendo al sistema industriale di organizzarsi.

Nel 2014 in Italia c’è stato un calo del 71% degli investimenti in rinnovabili provocato dal taglio retroattivo degli incentivi. Il rallentamento era iniziato nel 2013, ma nel 2014 si è registrato un vero e proprio crollo che, secondo i dati provvisori dei primi mesi, è proseguito anche nel 2015. Le perdite maggiori hanno riguardato il fotovoltaico (da 9.303 megawatt nel 2011 a 424 megawatt nel 2014) e l’eolico (da 1.183 megawatt nel 2012 a 142 megawatt nel 2014).

Dopo aver guadagnato molte posizioni in pochi anni nel campo delle rinnovabili, il rischio ora per l’Italia è di perdere il passo dell’innovazione in campo energetico proprio mentre ci si attende un’accelerazione a livello globale, sotto la spinta della necessità di rallentare il cambiamento climatico provocato dall’abuso di combustibili fossili. Per questo le 64 associazioni di impresa che aderiscono al Consiglio nazionale della green economy hanno chiesto maggiore coerenza nella programmazione del futuro energetico e hanno firmato un appello per arrivare a una conclusione positiva della conferenza Onu che si aprirà il 30 novembre a Parigi. Tra gli obiettivi “una riforma della fiscalità ecologica, introducendo una carbon tax ed eliminando i sussidi dannosi per l’ambiente, a cominciare da quelli alle fonti fossili, stimati dall’Agenzia internazionale dell’energia, a livello mondiale, in 510 miliardi di dollari nel 2014”.

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