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Italia, il lavoro visto da Davos

Al convegno del World Economic Forum a Davos, trovandosi tra “amici” e colleghi che condividono il suo approccio ultra liberista, Mario Monti ha sferrato un attacco alla Cgil accusata di rappresentare un freno alla riforma del mercato del lavoro. Nel sindacato rosso, ha lamentato l’ex consulente di Goldman Sachs e di Moody’s, c’è la più forte resistenza al cambiamento. Un cambiamento che Monti reputa necessario per permettere alle aziende italiane di tornare ad essere competitive sul mercato globale. Una competitività che, per Monti e i suoi sodali, può essere ottenuta soltanto se le imprese acquisiranno quella flessibilità che finora in Italia è stata sconosciuta. Una flessibilità che significa libertà di licenziamento in ogni momento a seconda delle proprie necessità economiche. Un principio introdotto dalla legge del ministro in lacrime, Elsa Fornero, che ha cancellato di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sostituendo, in caso di licenziamento giudicato illegittimo, il reintegro con una indennità economica. Dal punto di vista dei dipendenti, la riforma ha gettato le basi per sostituire i contratti nazionali di categoria con tanti singoli contratti aziendali. Una svolta che implica la progressiva esautorazione del ruolo del sindacato e il trionfo della legge del più forte con una guerra al coltello tra i lavoratori per assicurarsi uno straccio di posto di lavoro, che peraltro sarà mal pagato visto che i contratti aziendali registreranno il mutamento della busta paga, sempre più condizionata dall’incidenza degli straordinari e dei premi di produzione.
A giudizio dell’ex commissario europeo alla Concorrenza e al Mercato Interno, la riforma Fornero non è andata avanti abbastanza per colpa di un sindacato che ha resistito con decisione al cambiamento e non ha firmato accordo che gli altri avevano firmato.

La Cgil deve quindi cambiare “questa cultura” che la anima. A Monti non viene nemmeno in mente che il no della Cgil derivi dalla volontà del sindacato “rosso” di fare il sindacato, ossia difendere i diritti e la dignità di chi lavora e soprattutto dalla volontà di non collaborare alla trasformazione del lavoro in merce. Una deriva già iniziata da tempo e che è evidenziata dall’utilizzo costante del termine “mercato del lavoro” che si sta tentando di fare passare nel linguaggio comune come una cosa scontata. Il lavoro come merce e che come tale può essere spostato (o eliminato) a piacere, al pari delle materie prime, dei prodotti finiti, degli impianti o dei capitali finanziari. Una deriva inaccettabile per un sindacato degno di questo nome. Una deriva che invece sindacati come la Cisl e la Uil hanno accettato entusiasticamente, appiattendosi sulla linea della Fiat che è stata l’azienda che più di ogni altra ha imposto il nuovo modello contrattuale nei propri stabilimenti di Mirafiori e di Pomigliano. Il paradosso è che la Fiat, che pure è uscita da Confindustria e da Federmeccanica e ha disdettato il contratto nazionale dei metalmeccanici, è stata poi in grado di fare passare la sua linea “aziendalistica” alla maggioranza delle imprese di Viale dell’Astronomia. In ogni caso la riforma Fornero non è piaciuta nemmeno al presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che l’ha definita “una boiata”. Non una “boiata pazzesca” alla Fantozzi ma pur sempre una boiata perché confusa e farraginosa. Una bocciatura netta da parte di coloro, gli imprenditori, per i quali la legge era stata teoricamente pensata.
E’ necessario continuare le riforme strutturali, appunto il lavoro, ha insistito Monti che rivolto in inglese ai gentili speculatori presenti si è compiaciuto che sia cambiata (grazie a lui ovviamente!) l’atmosfera verso l’Italia. Lui non ha solo sentito la gentilezza dei presenti, ma anche rispetto e fiducia nella stabilità. Lui avverte e vede un concreto interesse per gli investimenti In Italia . Il mondo cambia e non si deve cedere all’illusione che il mondo possa rimanere fermo.
Lui, ha assicurato, è fiducioso nel futuro dell’Italia perché è un Paese molto diverso da un anno fa. Su questo punto non si può essere che d’accordo con Monti. L’Italia è un Paese molto diverso perché gli italiani sono molto più poveri di prima dopo che Monti, e i politici suoi complici che l’hanno votata, li ha rapinati con l’introduzione dell’Imu. La riduzione del debito, ha continuato senza che nessuno lo prendesse a pernacchie, non si può più fare attraverso le tasse. E infatti il debito con Monti al governo è cresciuto dal 120% al 127% e parte degli introiti dell’Imu sono andati per aiutare le banche italiane amiche e per finanziare i fondi europei salva Stati. Monti si ritiene indispensabile e annuncia che tornato al governo avrà ancora molto da fare. Lui ha “una agenda ambiziosa” e sente di avere “una responsabilità sociale” verso gli italiani. E spera che le forze più dinamiche della società sostengano il suo programma di riforme. Per questo ha deciso di presentarsi alle elezioni. Anche se è stata una decisione contro la sua natura e pure contro il suo interesse personale (?). Lui crede di doverlo agli italiani, in particolare a quelli “più fragili”, quelli che hanno pagato il prezzo più alto e intollerabile della disoccupazione e delle privazioni. Come i giovani che sono delle vittime. La colpa è dei governi che lo hanno preceduto. Quelli di destra e di sinistra, o di centrodestra e di centrosinistra,  che non sono stati abbastanza forti contro l’evasione fiscale e la corruzione. I politici, ha lamentato, hanno troppo spesso fatto promesse elettorali senza tenere conto se fossero o meno realizzabili e non hanno invece pensato alle riforme necessarie e non rinviabili. In tal modo, hanno fatto passare l’idea che tutti avessero diritto a tutto, hanno aggravato la crisi e hanno alimentato il nazionalismo e il populismo. E poi, ha affermato ancora, i governi del passato non hanno contrastato gli interessi particolari e le manipolazioni del mercato finanziario.
Ci vuole davvero un bel coraggi, per non dire peggio, a sostenere quest’ultimo punto. Monti è stato infatti consulente di Goldman Sachs e di Moody’s. Due società che hanno manipolato il mercato, la prima con capitali finanziari propri o presi a prestito, la seconda con i rating su questo o quel titolo di Stato italiano o straniero o sui titoli di società private. E tra i titoli manipolati ci sono stati ovviamente i titoli di Stato italiani. Di conseguenza, di cosa sta parlando Monti?

 Filippo Ghira Da www.rinascita.eu

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