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Italia. Fisco: ridurre la tassazione sulle imprese, tutte le alternative tecniche

Fino ad oggi la prospettata riduzione della tassazione sulle imprese è stata discussa quasi esclusivamente guardando alla sua fattibilità in termini di equilibri di finanza pubblica. La riduzione della tassazione può avvenire con modalità tecniche alquanto diverse e con effetti, almeno riguardo ai destinatari e alle quantità di riduzione del prelievo, altrettanto variegati. Dal punto di vista tecnico vanno distinte innanzitutto due possibilità: un intervento contemporaneo su IRES e IRAP, ovvero un previo accorpamento delle due imposte in un’unica imposta sui profitti di impresa. Quali i vantaggi e i limiti?

La prospettata riduzione della tassazione sulle imprese è stata fino ad oggi discussa quasi esclusivamente guardando alla sua fattibilità in termini di equilibri di finanza pubblica. Tuttavia questo aspetto non è certo l’unico, né quello più rilevante.
Occorre innanzitutto delimitare l’ambito di intervento.
Come noto, infatti, l’attività di impresa può essere esercitata in forma individuale o di società di persone, e in questo caso l’imposta più importante è l’IRPEF (rispettivamente sull’imprenditore o sui soci), oppure in forma di società di capitali o di ente ad essa assimilato, e allora l’imposta gravante sugli utili, quantomeno in prima istanza, è l’IRES.
La differenza tra queste due ipotesi non verte tanto sulla definizione della base imponibile – che segue in linea di principio le stesse regole – quanto le aliquote, che sono quelle progressive dell’IRPEF nel primo caso (dal 23 fino al 43%) e quella fissa del 27,5% nel caso dell’IRES.
Inoltre, il valore aggiunto prodotto da qualsiasi impresa è tassato, in linea di principio, dall’IRAP ma, dopo l’intervento attuato con la legge di Stabilità per il 2015, la componente del costo del lavoro è stata sottratta dalla base imponibile, con il risultato che la stessa è approssimabile come somma degli utili e degli interessi passivi, con aliquota ordinaria pari al 3,9%. Appare plausibile che l’intervento si concentri sull’IRAP e sull’IRES, sia perché questo è tecnicamente più semplice e lineare, sia perché l’intervento sull’aliquota IRES avrebbe comunque un “effetto di trascinamento” sul reddito di impresa dell’imprenditore individuale se verrà introdotta, come previsto dalla legge delega fiscale, l’I.R.I, imposta sul reddito imprenditoriale.
Pur circoscrivendo l’intervento all’IRES e all’IRAP, la riduzione può avvenire con modalità tecniche alquanto diverse e con effetti, almeno riguardo ai destinatari e alle quantità di riduzione del prelievo, altrettanto variegati.
Per esaminare queste possibilità conviene partire da alcune premesse, che riguardano i livelli attuali del carico fiscale e la sua distribuzione.
In un contesto europeo, i livelli di tassazione effettiva sulle imprese italiane appaiono mediamente elevati. Secondo i dati riportati dalla Commissione Europea (Taxation Trends in the European Union, 2014 edition) l’aliquota effettiva su ogni euro di profitto societario – calcolata tenendo conto non solo dell’aliquota statutaria ma anche della definizione della base imponibile- è stata pari, nel 2012, al 25,9%, più bassa di quella vigente in Francia (al 28,1%) ma anche nettamente più elevata di quella britannica (20,8%) e spagnola (17,8%). Quando si considera l’aliquota effettiva sul capital and business income – che misura il prelievo sul reddito generato dalle imprese non societarie – il livello italiano diviene quello più elevato tra i grandi Paesi Europei (26,5%), leggermente maggiore rispetto alla Francia (25,6%) e nettamente superiore a quello vigente in Germania (18,4%).
Qualche indicazione sulla distribuzione di questo carico fiscale tra le diverse imprese si può ottenere, invece, dai dati resi noti dal Dipartimento delle finanze sempre relativamente al periodo d’imposta 2012. Il rapporto tra l’IRES netta e una variabile che approssima l’utile ante variazioni fiscali – solo le principali, ovvero quelle sulle plus e le minusvalenze da PEX e l’indeducibilità degli interessi passivi – è pari a circa il 32,8% tra le società con volume d’affari fino a 5,2 milioni di euro e scende invece al 28,1% tra le società con volume d’affari superiore. In sintesi, il livello effettivo della tassazione dei profitti – sulle imprese che li conseguono – è mediamente elevato, ma tende ad aumentare al ridursi della dimensione di impresa.
Ciò posto, dal punto di vista tecnico vanno distinte innanzitutto due possibilità:
a) un intervento contemporaneo su entrambe le imposte;
b) ovvero un previo accorpamento delle due (IRES e IRAP) in un’unica imposta sui profitti di impresa.
Questa seconda ipotesi sarebbe, in linea puramente astratta, praticabile visto che, dopo l’esclusione del costo del lavoro, l’IRAP – quantomeno per le imprese commerciali – è una sorta di sovraimposta sui profitti da cui sono indeducibili gli interessi passivi. Essa offrirebbe il vantaggio di eliminare l’“anomalia” dell’IRAP quando quest’ultima – dopo le modifiche – ha perso molto del suo senso originario. Tuttavia, si tratta di un’ipotesi tecnicamente complessa, dato che tra le due imposte sono diversi i destinatari e le basi imponibili. Essa richiederebbe, presumibilmente, di immaginare una “nuova IRES” congegnata come una CBIT (comprehensive business income tax), ovvero prevedendo la non deducibilità integrale degli interessi passivi, con l’applicazione alla base imponibile risultante di un’aliquota inferiore alla somma delle due aliquote oggi esistenti. L’ammontare effettivo di questa riduzione dipenderebbe sia dalle risorse a disposizione, sia dall’impatto effettivo dell’accorpamento. Rimarrebbero da definire gli ambiti di autonomia regionale nonché l’eventualità di assorbire o meno, in questa manovra, quella parte di IRAP privata oggi gravante sui soggetti diversi dalle società di capitali.
La prima strada è tecnicamente più semplice, ma anch’essa realizzabile attraverso una mera riduzione delle aliquote, ovvero attraverso una combinazione della riduzione delle aliquote e dell’allargamento della base imponibile. Quest’ultima possibilità è quella più frequentemente seguita nelle riforme della tassazione dei redditi d’impresa attuate nel corso degli ultimi anni. Questo è avvenuto in Germania e in Italia con le riforme del 2007-2008 e nella riforma britannica del 2012.
La conseguenza pratica più importante di questo tipo di riforma (reduction of the tax rate cum broadening taxbase) è che essa amplierebbe, per un dato ammontare di risorse finanziarie disponibili, le possibilità di riduzione dell’aliquota statutaria. La scelta dovrebbe essere condotta guardando soprattutto agli effetti economici e distributivi.
La riduzione dell’aliquota con contemporaneo allargamento della base imponibile premia particolarmente le imprese caratterizzate da una bassa incidenza delle componenti la cui deducibilità può essere limitata (gli ammortamenti, le svalutazioni, le perdite pregresse), tipicamente le grandi imprese. Intuitivamente, questo tipo di scelta amplierebbe la divergenza tra aliquota effettiva sulle grandi e sulle piccole imprese, anche se si tratta di un’ipotesi che andrebbe verificata.
La (minore) riduzione dell’aliquota senza contemporaneo allargamento della base imponibile ha effetti meno sperequati ma, mediamente, inferiori. Inoltre, essa non potrebbe in alcun modo ovviare al fenomeno, tuttora estremamente rilevante, delle imprese senza imposte, ovvero che non pagano né IRES né IRAP. Secondo i dati del Dipartimento delle finanze, le società che non pagano l’IRES ammontano a circa 380 mila, poco più di un terzo del totale.
L’ampliamento della base imponibile potrebbe, almeno in parte, ridurre questo fenomeno, ampliando la platea dei soggetti che pagano effettivamente l’imposta.

di Alessandro Santoro – Professore Associato di Scienza delle Finanze, Università degli studi di Milano-Bicocca
su Ipsoa.it

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