Ultime Notizie
HomeTutte le agenzieItalia e EuropaItalia. Crescita e lavoro: l’Unione Europea premia i progressi dell’Italia

Italia. Crescita e lavoro: l’Unione Europea premia i progressi dell’Italia

Si può ben dire che quella di giovedì sia stata una giornata positiva per l’economia italiana. Perché sia l’Istat, sia la Commissione Europea, hanno presentato previsioni in rialzo sulla crescita italiana, mentre Bruxelles ha sostanzialmente avallato le previsioni di deficit del governo. «Nel primo semestre dell’anno l’economia italiana è tornata a crescere dopo la lunga fase recessiva» scrive l’Istat, parole quasi identiche anche nelle previsioni economiche d’autunno pubblicate ieri a Bruxelles. Istat vede ora una crescita dello 0,9% nel 2015 e dell’1,4% nel 2016 e 2017 (+0,2% rispetto alle previsioni di maggio per i primi due anni, e +0,1% per il 2017). Le stime della Commissione sono identiche, con l’eccezione del 2016 (1,5%). Previsioni in sostanza in linea con quelle del governo (che però per il 2016 vede l’1,6%). «Che stia finendo la dittatura dello zero virgola – ha esultato il premier Matteo Renzi su Facebook – non è un successo per il governo, è un traguardo per l’Italia. Siamo tornati, finalmente. Anche in Europa la musica nei nostri confronti sta cambiando».

L’Istat vede in ripresa la domanda interna (+0,7% nel 2015 e +1,2% del pil nel 2016 e nel 2017), al pari della spesa delle famiglie (+0,8% nel 2015, +1,2% nel 2016 e +1,1% nel 2017) e degli gli investimenti (+2,6% nel 2016 e +3,0% nel 2017). L’Italia è in buona compagnia: la Commissione parla di «ripresa timida», e ha rivisto al rialzo per il 2015 la crescita dell’eurozona (+1,6% rispetto all’1,5% di maggio), nel 2016 sarà a +1,9%. L’unico segno meno è quello della Grecia, mentre si registra una leggera correzione al ribasso per la Germania per il 2016 (1,9% contro il 2%), pesano, dice la Commissione, i rischi di «contagio» connessi al caso Volkswagen.

Tornando all’Italia, Bruxelles ha in sostanza confermato le previsioni del governo sul deficit nominale per il 2015 (2,6% del pil), e, con un piccolissimo scostamento, nel 2016 (2,3% contro il 2,2% del governo) – questo perché, ha spiegato il commissario agli affari Economici Pierre Moscovici, la Commissione è «leggermente meno ottimista sulle entrate». Poca cosa, comunque. Del tutto aperta, per ora, la questione dei margini di bilancio (0,3% del pil per la clausola degli investimenti più 0,1% per quella delle riforme), già inglobati dalla Legge di stabilità (con lo spostamento del deficit 2016 dall’1,8% al 2,2%).

La Commissione per ora non li ha considerati e questo spiega il divario tra il deficit strutturale (al netto di una tantum e fattori ciclici) previsto dal governo e quello della Commissione. Il deficit strutturale è considerato chiave ai fini delle procedure Ue, e, visto l’elevato debito pubblico, l’Italia deve arrivare a breve al pareggio strutturale, obiettivo già rinviato dal governo prima dal 2016 al 2017, e ora al 2018. È probabile che dei margini saranno concessi, anche se non è detto nella misura chiesta da Roma. Per conoscere il responso di Bruxelles – anche sui margini per le spese per i migranti (l’Italia ha chiesto, ma per ora non usato, lo 0,2% del pil) – dovremo aspettare il 16 novembre, quando la Commissione pubblicherà le opinioni sulle finanziarie degli Stati. Anche il debito pubblico, comunque, per la Commissione «è destinato a calare nel 2016 e nel 2017, grazie a una crescita maggiore e a un più elevato avanzo primario».

Il quadro è in miglioramento anche sul fronte disoccupazione. Secondo Istat, il tasso dei senza lavoro in Italia sarà al 12,1% nel 2015, all’11,5% nel 2016 e all’11,3% nel 2017. Leggermente più pessimista Bruxelles (rispettivamente 12,2%, 11,8% e 11,6%), che però nel rapporto afferma che «l’esenzione fiscale triennale per le nuove assunzioni nel 2015 hanno sostenuto l’aumento dell’occupazione nella prima metà del 2015. Ciò dovrebbe continuare nel resto dell’anno». Per quelli successivi sarà l’accelerazione della crescita a rilanciare l’occupazione. Anche Moscovici, intervistato dalla Rai, ha parlato di «impatto positivo» del Jobs Act, grazie al quale, ha aggiunto, «l’Italia si trova su un percorso migliore». Restano, comunque dei rischi al ribasso, secondo l’Istat «connessi a un eventuale più pronunciato rallentamento del commercio internazionale e all’impatto delle clausole di salvaguardia nel 2017», e cioè il possibile innalzamento dell’Iva ridotta dal 10 al 13% e di quella standard dal 22 al 24% in caso di deviazioni eccessive del deficit.

L’apporto dei migranti spinta per l’Europa
I vasti flussi di migranti potrebbero aiutare l’economia europea. Parola della Commissione Europea, che ha dedicato un intero inserto nel quadro delle sue previsioni economiche d’autunno pubblicate giovedì. E già perché, come ha detto il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, «in caso di piena integrazione sarà possibile un aumento del Pil dello 0,2-0,3%» entro il 2017. Non certo cifre colossali, ma comunque, ha detto ancora il commissario, smentiscono «quanti dicono che i flussi siano un puro aggravio di costi». Parole che vanno combinate con un annuncio che certamente colpisce: secondo la Commissione, entro il 2017 arriveranno nell’Ue tre milioni di migranti, con un aumento (al netto della stima delle espulsioni) dello 0,4% della popolazione europea. Certo, spiega Bruxelles, questi massicci arrivi sulle prime «creano considerevoli sforzi su numerosi stati membri, sia di transito, sia di destinazione». E questo, nell’immediato, si traduce effettivamente in costi, che la Commissione stima a «massimo lo 0,2% del Pil» nel 2015 sia per i paesi di transito, sia per quelli di destinazione. Per la cronaca, per la Svezia, l’impatto è più alto, lo 0,5% del Pil.

Se questo riguarda l’immediato, a medio-lungo termine si può avere un impatto sulla crescita «positivo quando i migranti sono ben integrati nei mercati del lavoro dei paesi che li ospitano». Anzi, «la ricerca indica che migranti extra-comunitari in genere ricevono meno in benefici individuali di quanto essi contribuiscano in termini di imposte e contributi». E il loro vantaggio può essere particolarmente evidente «per stati membri con una popolazione che invecchia e una forza lavoro che diminuisce».

Naturalmente la prudenza è d’obbligo, perché i risultati per la crescita, ammette la Commissione, variano molto a seconda del grado di integrazione e di qualificazione dei migranti. Inoltre la cifra dell’incremento dello 0,2-0,3% del Pil è legato alla stima di tre milioni di arrivi, se saranno, ad esempio, due milioni, dice la Commissione, l’impatto sul Pil scende allo 0,1-0,2% – della serie: meglio di più che di meno. Infine, è chiaro che se questa è la media, «l’impatto – avverte ancora il rapporto – può essere più o meno significativo per alcuni paesi», e soprattutto «più per i paesi di destinazione che di transito», per ovvie ragioni: è nei primi che lavoreranno, pagheranno tasse, contributi, e consumeranno.

Print Friendly, PDF & Email