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Italia: come funzionano le riserve di gas

I tecnici li chiamano stoccaggi. E sono il nostro salvacondotto per non rimanere al freddo anche se la temperatura dovesse abbassarsi. Sono una decina, in questo momento, in tutta Italia, per lo più in Pianura Padana: sono grandi invasi nel sottosuolo che un tempo, ironia del destino, erano giacimenti di metano che a seguito dell’attività estrattiva si sono esauriti. E sono stati riempiti con il gas in arrivo via tubo per costituire le riserve indispensabili non solo per non far mai mancare la materia prima all’industria o agli operatori che lo distribuiscono nelle abitazioni, ma anche per gestire eventuali emergenze.

Di fatto, è un servizio in regime di monopolio o quasi. Il 95 per cento degli stoccaggi fa infatti capo a Stogit, una società controllata da Snam (a sua volta in mano a Eni che ne detiene il 50% del capitale quotato in Borsa). Il rimanente è gestito da impianti della società Edison. Ma quanto gas è disponibile negli stoccaggi? Al momento si arriva a 15,5 miliardi di metri cubi, di cui 5 miliardi sono costituiti dalle riserve strategiche, quelle che sarebbe meglio non toccare mai, se non per motivi che vanno ben al di là di una nevicata per quanto eccezionale.

Gli stoccaggi sono così necessari? Non potrebbe essere diversamente, visto che l’Italia dipende per il 92,5 per cento dall’estero per il suo fabbisogno di gas. Questo a causa della continua diminuzione delle riserve contenute nei giacimenti nel nostro paese e dalla scarsa possibilità di rifornirsi in modo alternativo.

In altre parole, gli stoccaggi in Italia sono necessari non solo per evitare di rimanere “corti” (cioè con una bassa disponibilità) di gas nei momento di emergenza come può essere un periodi di freddo molto intenso, ma anche a causa della nostra totale dipendenza dai gasdotti. Infatti, degli 81 miliardi di metri cubi di metano che vengono consumati ogni anno in Italia, solo 11 arrivano via nave agli unici due rigassificatori del nostro paese, il primo a La Spezia (di proprietà di Eni) e l’altro al largo di Rovigo (ExxonMobile e Qatar, con un piccola quota Edison).
Tutto il resto arriva dai due gasdotti che ci collegano con Libia e Tunisia e con i due gasdotti europei: il primo ci porta il gas dal Mare del Nord, l’altro, quello più importante perché copre oltre un terzo delle forniture arriva dalle steppe russe e ci rifornisce del gas di Gazprom, il colosso mondiale del settore controllato direttamente dal Cremlino.

Ecco perché, per il futuro, si rendono indispensabili non solo la realizzazione di altri stoccaggi (anche per garantire maggiore liquidità al mercato del gas e, si spera, una diminuzione dei prezzi) ma anche di altri rigassificatori, con cui rifornirsi in modo alternativo ai tubi. I gasdotti non solo hanno una portata che non si può aumentare, ma legano un paese a pochi fornitori e a contratti di lungo periodo.

Repubblica economia

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