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Italia, Barilla: “Confindustria si occupi dei produttori, fuori i servizi” come Eni, Enel o Ferrovie. “Con 3mila addetti è un enorme ministero che frena ogni cambiamento”

«Confindustria deve rimettere al centro il prodotto, l’industria manifatturiera. Così come è oggi l’organizzazione non funziona: era nata per sostenere le imprese di prodotto, che questo fosse l’auto, la pasta o i tessuti; adesso, invece, è diventata rappresentante anche di interessi contrastanti, come quelli delle aziende di servizi alle imprese e delle utilities, inciampando in un continuo e concreto conflitto d’interesse». 

Non è un sasso, ma un macigno, quello che Guido Barilla lancia nello stagno confindustriale. Oggi pomeriggio, intervenendo all’assemblea cosiddetta «privata» dell’organizzazione imprenditoriale – prima delle assise pubbliche di giovedì – uno dei nomi più noti del Made in Italy pronuncerà di fronte ai suoi colleghi un discorso assai netto che critica a fondo il funzionamento e la stessa attuale ragione sociale di Confindustria, puntando il dito in particolare sull’allargamento alle grandi imprese pubbliche o ex pubbliche come Eni, Enel, Poste e Ferrovie. Un allargamento cominciato poco meno di un decennio fa e che, sostiene, «ha snaturato» la fisionomia dell’organizzazione. «Oggi Confindustria – aggiunge il presidente di Barilla – non persegue l’interesse generale delle imprese, ma interessi particolari. Rischiamo di essere uguali a quel sistema politico e istituzionale che tanto critichiamo perché non riesce a esprimere una politica industriale». 

Non esattamente una posizione diplomatica, la sua. Non so se oggi raccoglierà troppi applausi… 

«So che mi attirerò critiche e antipatie e la parte della Cassandra non è mai piacevole. Ma ho il privilegio di poter dire quello che penso, basandomi su dati oggettivi, e spiegando anche che il tempo per il cambiamento è già scaduto. E da molto». 

Quali sono questi dati oggettivi che impediscono secondo lei il funzionamento di Confindustria? 

«Le faccio un esempio che più concreto non si può. Per il nostro gruppo lavorare in Italia significa avere ogni anno una bolletta energetica che costa 30 milioni in più di quello che ci costerebbe se fossimo, ad esempio, in Francia. Soldi che potremmo investire, creando anche lavoro. Ma chi rappresenta la Barilla e le imprese come noi, ossia proprio Confindustria, non può fare una battaglia per abbassare il costo dell’energia perché allo stesso tempo rappresenta anche chi fornisce energia alle aziende. I Paesi forti hanno le banche e le grandi utilities al servizio delle imprese di produzione che creano veri posti di lavoro e di conseguenza portano ricchezza e competitività per tutti. Quando le banche e le utilities hanno il sopravvento sulle industrie, allora i Paesi si indeboliscono irrimediabilmente. Badi, io non ce l’ho con queste società, che fanno egregiamente il loro lavoro nell’interesse dei loro azionisti. Ma farle entrare in Confindustria è stato un peccato originale dal quale non si esce».

Da quel che dice, la strada obbligata sembra una separazione tra produttori manifatturieri e imprese di servizi. 

«Assolutamente sì. Chi fa servizi dovrebbe essere fuori da Confindustria, visto che non facciamo lo stesso mestiere. Dunque serve una Confindustria di produttori ed eventualmente un’altra associazione che riunisca chi – come Eni, Enel o Ferrovie – fornisce servizi ai produttori. E anche nelle federazioni di settore c’è da pensare a soluzioni simili. Non è possibile che Federalimentare, di cui facciamo parte, tenga assieme i produttori di materie prime e i trasformatori e poi, su un tema importante come quello delle scadenze dei pagamenti, esprima al governo una posizione opposta a quella delle industrie di trasformazione». 

Non teme che questa voglia di dividersi possa indebolire Confindustria? In fondo siamo in una fase in cui anche i partiti politici superano le divisioni e danno vita a un governo di larghe intese. 

«Le larghe intese, gli accordi arrotondati, per le imprese non servono. L’industria stessa, per sua caratteristica, è anzi la punta di lancia del Paese. E in quanto a indebolire la Confindustria non lo temo. Anzi, penso sia più debole in questa situazione, dove per essere la casa di tutti si finisce invece per diventare la casa di nessuno». 

Parlando di governo, come giudica le prime mosse sul fronte economico? E’ giusto eliminare l’Imu? E come pensa che potranno influire i provvedimenti in arrivo per il lavoro? 

«La disoccupazione, specie giovanile, è probabilmente il maggior problema del Paese. Ma in questi anni ci siamo dimenticati che senza prodotto non c’è lavoro. In fondo è molto semplice: le imprese devono essere competitive, ossia fornire prodotti di qualità a prezzi competitivi con quelli dei concorrenti, in modo che i clienti li comprino. Solo così si possono fare investimenti e creare lavoro. Incentivi, sgravi e agevolazioni servono solo in modo temporaneo e rischiano di aggravare la crisi nel medio-lungo periodo perché “drogano” il sistema. Invece noi blateriamo da vent’anni sulla competitività perduta dell’Italia senza capire che la competitività è sinonimo di lavoro e che bisogna fare pochi ma decisivi interventi: livello di tassazione, costo dell’energia, costo del lavoro, più infrastrutture, meno burocrazia».

Torniamo alla Confindustria. Lei attribuisce la responsabilità di questa situazione al direttivo attuale, guidato da Giorgio Squinzi? 

«No, come dicevo è un problema che dura da tempo. E anche la stessa macchina confindustriale, con circa tremila addetti, è un enorme ministero che frena ogni cambiamento».

Come pensa che possa arrivare questo cambiamento? 

«Lavorando dall’interno, con pazienza, per cambiare le cose. Serve semplificazione. Noi, all’interno del nostro settore – quello alimentare – ci siamo mossi da tempo, ad esempio sciogliendo due distinte associazioni di produttori di pasta e di dolci e poi fondendole in una sola. Ma sempre la Federalimentare ha diciassette diverse associazioni di cui ben sette che si occupano tutte di prodotti liquidi. Ecco, queste diciassette potrebbero agevolmente essere ridotte a quattro. Allo stesso modo non capisco perché Barilla debba pagare ogni anno dodici diversi contributi a dodici diverse associazioni territoriali del sistema confindustriale, per ricevere in cambio servizi assai modesti». 

Lei ha già espresso alcune critiche all’organizzazione un mese fa, in un’occasione pubblica. In quel caso ebbe anche parole dure per la Fiat, che ha deciso nel 2011 di uscire da Confindustria. Ma non è questa, alla fine, la strada che potrebbe imboccare anche Barilla? 

«No. Rispetto le scelte che ciascuno fa e mi spiace se in quell’occasione ho usato parole che possono essere suonate come offensive. Ma continuo a ritenere che non sia giusto abbandonare la Confederazione delle imprese in questa fase di difficoltà, mentre siamo davvero con l’acqua alla gola. Preferisco lavorare per cambiarla, ma dall’interno». 

Lei stesso, però, sa che il cambiamento è assai difficile. Quanto successo avrà la sua proposta di tornare a dividervi tra imprese manifatturiere e non? E non è vero che altri imprenditori hanno lasciato Confindustria? 

«Alcuni lo hanno fatto e molti, cosa ancora peggiore, pensano di farlo. Noi continueremo a muoverci dall’interno per cambiare le cose. Poi, se davvero non ce la dovessimo fare allora succederà come quando in famiglia non si va più d’accordo. Ci si separa, ma è una sconfitta». 

Confindustria ha affidato al vicepresidente Carlo Pesenti il mandato per riformare il sistema. Stanno arrivando proposte convincenti? 

«Non lo so proprio, perché non c’è ancora alcun documento. Dalle dichiarazioni di Pesenti che ho letto sui giornali concordo con l’obiettivo di semplificare, ma come è ovvio non con quello – che ha enunciato – di mantenere assieme chi fa prodotti e chi fornisce servizi».

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