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Italia. Banche: al via la stagione delle fusioni delle banche popolari

Tra improvvise accelerazioni e altrettante frenate, la stagione del risiko bancario sta entrando nel vivo. Superata positivamente la tornata dei risultati semestrali, le banche italiane alle prese con la riforma Renzi-Padoan – che impone la trasformazione in Spa ai dieci principali istituti popolari – stanno ragionando sulle possibili partnership attese nelle prossime settimane e mesi.

Il pressing delle Authority per un consolidamento del settore è evidente. Da una parte c’è la moral suasion che filtra dalla Vigilanza targata Banca centrale europea-Banca d’Italia. Dall’altra ci sono le chiare indicazioni del Governo. Che non ha mai fatto mistero di incentivare una razionalizzazione del comparto. «Il risiko bancario continuerà ancora a lungo, perché in Italia abbiamo troppi istituti di credito», ha scritto nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi.
Ecco perchè, ora che pressochè tutte le banche coinvolte nel processo hanno nominato gli advisor che le accompagneranno verso le Spa e nelle operazioni straordinarie, gli operatori guardano ai prossimi mesi come quelli “caldi”, quelli in cui gli istituti definiranno le alleanze destinate a cambiare i connotati del settore nei prossimi anni.
A condizionare, almeno in parte, le mosse delle banche potrebbero essere tuttavia – ancor prima delle preferenze di azionisti e banchieri – gli esiti dello Srep, il processo di revisione e valutazione prudenziale che la Bce sta conducendo. Un’analisi che gli ispettori dell’Ssm stanno effettuando sui 13 principali istituti italiani (così come su tutti i 123 maggiori gruppi europei) e le cui prime indicazioni saranno comunicate a settembre ai vertici delle banche, che per questo verranno convocati a Francoforte. Da quel momento si aprirà una fase di dialogo con Bce per verificare eventuali limature. Ma è difficile che Francoforte accetti sensibili revisioni al ribasso nelle richieste che si stanno formulando in queste settimane.Realistico che alla fine per diverse banche domestiche lo Srep si traduca in un innalzamento dei requisiti in termini di Cet 1 ratio, con la parziale erosione dei buffer di capitale generato nei mesi scorsi. Di quanto esattamente, lo si capirà in maniera definitiva tra novembre e dicembre, quando arriveranno i “responsi” finali da Francoforte.
Impossibile, sia chiaro, che a valle dello Srep si assista a un ribaltamento dei rapporti di forza esistenti oggi tra gli istituti. Più probabile, invece, è che i banchieri vogliano avere qualche certezza in più, sia da un punto quantitativo che qualitativo, prima di formalizzare al mercato l’avvio di una trattativa in vista di una fusione.
Le prospettive
Nell’attesa, e sotto traccia, i dialoghi vanno infittendo. A partire da quello tra Ubi e Banco Popolare, dalla cui fusione potrebbe nascere il terzo gruppo bancario italiano alle spalle di Intesa Sanpaolo e UniCredit. Nonostante da entrambe le sponde non arrivi alcuna conferma formale, i ragionamenti tra i due gruppi risultano in fase avanzata, come anticipato dal Sole 24 Ore lo scorso 18 luglio. In pochi sono pronti a scommettere che qualcosa possa accadere prima di fine settembre, inizio ottobre, quando la banca guidata da Victor Massiah convocherà l’assemblea di trasformazione in Spa. A quel punto però – in virtù di un nuovo assetto societario e i una maggiore forza degli investitori istituzionali – l’istituto lombardo si ritroverebbe nelle giuste condizioni per valutare operazioni straordinarie. Nel contempo sembrerebbe aver perso quota l’ipotesi di un interessamento diretto di Ubi nei confronti di Mps, che nel frattempo ha riportato sotto controllo i ratio patrimoniali e l’esposizione verso Nomura, confermando così la giusta rotta verso il risanamento.
Vero è che il Banco, come ha sempre ricordato l’a.d. Pier Francesco Saviotti, ha sempre valutato il matrimonio con Banca Popolare di Milano come la «soluzione ideale». Ma è anche vero che su Piazza Meda sembrano convergere anche altri appetiti. A partire da quello di Carige, il cui maggiore azionista, la famiglia Malacalza, vedrebbe di buon occhio l’alleanza con l’istituto che nell’ultimo anno e mezzo è stato rilanciato dal consigliere delegato Giuseppe Castagna.
Un’altra ipotesi su cui ragiona Milano, che rimane pur sempre attuale, è quella invece di un merger con Modena, in una riedizione di quel matrimonio con Bper che sfumò nel 2007. Il dialogo è avviato da tempo, e l’operazione avrebbe un senso industriale. Tuttavia la stessa banca modenese, sotto la guida dell’a.d. Alessandro Vandelli, guarda anche altrove. A partire dalla Valtellina, dove sia Creval che Pop. Sondrio, seppur con diverse sfumature, osservano con cautela la partita delle fusioni. L’altra strada da Modena conduce allora nel Nord-Est, dove Veneto Banca – accantonata per ora l’ipotesi di una fusione con Pop. Vicenza, operazione che non troverebbe il favore di Francoforte – deve fare i conti con buffer patrimoniali risicati rispetto alle richieste dei regulator. Ora che Vincenzo Consoli ha fatto un passo indietro abbandonando dopo 18 anni il suo ruolo di dg, l’istituto è sotto la guida del presidente Francesco Favotto e del dg Cristiano Carrus. A loro toccherà traghettare la banca verso la trasformazione in Spa e in Borsa. Il tutto sotto l’occhio vigile della Bce.

da www.ilsole24ore.it

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