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Italia, agroalimentare: il finto Made in Italy ruba 60 mld

Benvenuti al Bazar Italia, specialità prodotti tipici nati e confezionati all’estero. Vi chiederete: com’è possibile un tale paradosso alimentare? Venghino, siore e siori, a vedere cosa espone la vetrina made in Italy, che di italiano ha solo la faccia (tosta). E’ il fenomeno dell’Italian sounding: prodotti che sembrano nostrani e invece sono elaborati, confezionati e venduti all’estero benché usino nomi italiani.
Ecco un esempio: non suona bene e probabilmente sa di bufala, anche se al primo assaggio si presenta come pecorino romano “Dolce Vita”. Poi assaggiate la bresaola uruguayana, gustate la caciotta rumena o inebriatevi del culatello statunitense: sicuramente più esotico, che tipico.  Una questione che da almeno vent’anni caratterizza le critiche dei piccoli produttori tradizionali che si lanciano nell’export e devono competere con i colossi agro-alimentari. Ma nell’ultimo periodo è stata la Coldiretti a guidare le proteste, accusando una società a maggioranza azionaria pubblica di incentivare le grandi imprese che all’estero vendono prodotti stranieri usando nomi italianissimi. «L’agroalimentare italiano rappresenta oltre il 16% del Pil nazionale», spiega Sergio Marini, presidente di Coldiretti, «l’export del comparto raggiunge quasi 28 miliardi di euro e in questi anni di crisi ha comunque segnato tassi di crescita annuali vicini al 13%: il problema è che i prodotti italian sounding rubano all’economia nazionale oltre 60 miliardi di euro! E soprattutto che lo Stato incentiva questo danno». Come? Secondo Coldiretti attraverso la Simest, società per azioni con il 60% di azionariato pubblico (controllata dal ministero dello Sviluppo economico) e il resto in mano ad associazioni imprenditoriali ed istituti di credito. Impresa nata nel 1991, su proposta dell’allora ministro del Commercio estero Renato Ruggiero, per dotare l’Italia di uno strumento utile a promuovere l’internazionalizzazione delle aziende italiane. Oggi invece, secondo Marini, «la Simest aiuta imprese italiane che usano materie prime, lavoratori e stabilimenti stranieri per realizzare alimenti presentati come nostrani: queste azioni non solo non aiutano il made in Italy ma ledono lo sforzo di chi esporta veramente prodotti tipici».
Possibile allora che una società sottoposta al controllo dello Stato, che usa anche fondi pubblici, lavori contro l’interesse nazionale? A rispondere è l’amministratore delegato della Simest spa, Massimo D’Aiuto: «Per legge, la società che rappresento non può finanziare investimenti in imprese italiane all’estero che delocalizzino le proprie unità produttive o amministrative. Noi finanziamo solo imprese sane appartenenti ai settori tipici del made in Italy, tra i quali l’elettromeccanico, la moda e l’agroalimentare. Nei primi 11 mesi del 2011 abbiamo avviato 64 nuovi progetti (+3% rispetto al 2010) ai quali partecipiamo con 156 milioni di euro (+45% rispetto all’anno scorso): in totale abbiamo 256 partecipazioni societarie che ammontano a circa 330 milioni di euro». Una storia di successo, quella della Simest, incrinata dalle critiche di Coldiretti che si sostanziano in due casi emblematici: la bresaola uruguayana e il pecorino romeno. Secondo le accuse dell’associazione degli agricoltori, il gruppo Parmacotto nel suo punto vendita “Salumeria Rosi” al 283 di Amsterdam Avenue di New York, vende a fianco di prodotti tipici realmente made in Italy come il prosciutto crudo, cotto o lo zampone, anche la bresaola fatta e confezionata in Uruguay. L’accusa di Coldiretti muove dall’investimento di 11 milioni di euro, appena accordato dalla Simest, nella Parmacotto in Italia per lo sviluppo della produzione italiana. Più grave appare il secondo caso citato da Coldiretti, quello di Lactitalia, s.r.l. rumena costituita nel 2005 e controllata dalla Roinvest dei fratelli Pinna di Thiesi (70,5%) e quindi dalla Simest. L’azienda commercializza in Italia e in altri paesi europei formaggi di tradizione italiana col marchio “Dolce vita” (mozzarella, pecorino, mascarpone, caciotta) e di tradizione rumena, tra cui una ricotta chiamata “toscanella”: tutti prodotti in Romania da lavoratori autoctoni, usando materie prime romene. In questo caso, difficile non vedere un chiaro tentativo di confondere il consumatore straniero a prescindere dalla correttezza dell’etichettatura della provenienza del prodotto. Per il made in Italy, oltre al danno anche la beffa visti gli incarichi che i due fratelli Pinna rivestivano fino a qualche tempo fa: Andrea come vicepresidente del Consorzio di Tutela del Pecorino Sardo e Pierluigi come consigliere dell’organismo che certifica ilcontrollo di qualità dello stesso formaggio nostrano.
Un’operazione sfacciata, ai limiti della legalità? Forse, ma esiste un’espressione anglosassone per definire un “colpo ben riuscito”, una frase che richiama il Bel Paese anche se con questo non ha nulla a che vedere, proprio come i prodotti visti prima: the Italian job.
Da Il Fatto Quotidiano

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