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“Io a quello lì i miei disegni non glieli faccio vedere”: su questo le locali Confindustrie debbono lavorare seriamente Intervista a Luciano Gallino

“Caso dell’Airbus: l’Italia ha scelto di rimanere fuori dalla storia di maggior successo tecnologico e commerciale dell’Europa contemporanea dell’ultimo mezzo secolo. E se vi avesse partecipato anche con una quota minoritaria, oggi si ritroverebbe con 8000/9000 dipendenti Airbus e 25/27000 unità nell’indotto: 35000 posti di lavoro altamente qualificato! La decisione di affossare tutto definitivamente risale solo a meno di due anni fa”

 

 

Forse la grande industria – che non sia quella, direttamente o indirettamente, di Stato  – in questo Paese non c’è stata mai?

No, la grande industria è esistita. Il fatto è che L’Italia dal ’60 ad oggi ha perduto drasticamente la propria capacità produttiva proprio in quei settori nei quali aveva un posto di primo piano a livello mondiale, si pensi all’informatica, alla chimica e all’industria farmaceutica; l’aeronautica civile e l’automobile, poi, avrebbero potuto raggiungere livelli elevatissimi… non è cosa da poco essere riusciti a far scomparire interi settori nei quali eravamo tra i primi nelle classifiche internazionali.

Come e perché è accaduto?

I motivi sono diversi. Uno sta nel fatto che si sono profusi capitali immensi in progetti industriali dissennati sia attraverso gli ordinari salvataggi di aziende private (si veda la storia della grande industria chimica…) operati a più riprese dallo Stato, sia attraverso eventi straordinari come, per esempio, la nazionalizzazione dei produttori di energia elettrica. Ma il discorso è molto lungo e dovremmo parlare delle successive de-nazionalizzazioni (alias privatizzazioni); della pervicacia sistematica con la quale moltissimi top manager si sono cimentarsi in  settori produttivi senza avere preparazione né esperienza alcuna; la convinzione diffusa tra un buon numero di questi ultimi che l’industria è in fondo solamente un’appendice fastidiosa della finanza; l’inclinazione delle imprese a voler aumentare la produzione con l’impiego di forza lavoro avente un livello di istruzione molto basso (per cui poi si punta a ridurre il costo del lavoro anziché provare, per esempio, ad aumentare il numero delle domande di brevetto che escono dai propri centri di ricerca)… Un esempio che mi viene in mente su come vengano fatte sempre le scelte sbagliate è il caso dell’Airbus: l’Italia ha scelto di rimanere fuori dalla storia di maggior successo tecnologico e commerciale dell’Europa contemporanea dell’ultimo mezzo secolo. E se vi avesse partecipato con una quota non superiore a quella della Spagna o del Regno Unito – partner minoritari della società – oggi si ritroverebbe con 8000/9000 dipendenti Airbus e 25/27000 unità nell’indotto: 35000 posti di lavoro altamente qualificato! La decisione di affossare tutto definitivamente risale solo a meno di due anni fa.

L’Italia acquista tecnologia dall’estero, rinunciando così alla quantità – e alla qualità – dell’occupazione che si genererebbe dall’attività di R&S che, infatti, comporta alta intensità di lavoro e di conoscenza. Secondo lei perché in molti insistono nel sostenere che il futuro dell’Italia sia nelle PMI pur essendo assodato che la competitività internazionale si gioca sulla capacità di ricerca di alto livello, ricerca che le PMI non sono in grado di fare per l’impossibilità di mettere in campo grandi investimenti?

Perché la parte della dottrina che ha avuto miglior successo, almeno presso le persone deputate a prendere le decisioni, è quella del “post industriale” per la quale “piccolo è bello”: secondo i suoi teorici la grande industria è finita. E’ solo un problema teorico, ideologico… Inoltre, si noti che in Italia le PMI sono piccolissime veramente, non sono piccole e medie. Perché abbiamo un numero di lavoratori autonomi assolutamente abnorme rispetto agli altri paesi. Per esempio negli USA o in Germania, in Francia gli autonomi rappresentano l’8/9% degli occupati, in Italia il 40%! E la ragione è importantissima per capire poi le conseguenze ed il futuro. Questo dato del 40% esiste perché nel nostro Paese il lavoratore, dopo dieci anni di dipendenza, “si mette in proprio” per non stare sotto padrone: però, attenzione, non decide di fare l’imprenditore che, per definizione ha l’obiettivo di voler diventare sempre più grande, ma decide di stare da solo e di rimanerci: il suo obiettivo è di rimanere piccolo. Ecco allora la differenza genetica tra una piccola impresa italiana ed una americana: la volontà cosciente di voler rimanere piccolo e quella di voler diventare grande. Dunque, noi abbiamo un microcapitalismo ed un nanismo imprenditoriale che si è accentuato negli ultimi trent’anni: un tempo un’impresa aveva in media 20 dipendenti, oggi ne ha 6. Si possono fare seggiole con sei dipendenti, non altro.

Che cosa significa “l’industria è in fondo un’appendice fastidiosa della finanza”?

Che l’impresa fa faticare di più e guadagnare di meno, almeno stando alle considerazioni di quei manager di cui dicevo prima. A questa convinzione si appaia quella per cui un buon manager è sempre tale, e dovunque si mette, e se putacaso dà buona prova nella direzione di un istituto finanziario, sicuramente saprà eccellere anche nella direzione di una fabbrica di laminati plastici – o viceversa.

Ha un’idea di quello che si dovrebbe fare in questo momento storico per riprendere la strada dello sviluppo?

Pur se orba di una politica industriale, l’Italia deve decidersi a fare delle scelte.

A mio avviso dobbiamo puntare sull’industria manifatturiera che nei prossimi decenni continuerà ad essere assolutamente centrale nell’economia contemporanea. Basta leggere i documenti più recenti della Commissione delle Comunità Europee (n.d.r. nei quali testualmente: …per effetto di questa terziarizzazione i responsabili politici non hanno riservato sufficiente attenzione all’industria manifatturiera sulla base di una diffusa ma erronea convinzione che nell’economia basata sulla conoscenza e nelle società dell’informazione e dei servizi l’industria manifatturiera non svolga più un ruolo essenziale…) e guardare i dati. Di fatto la quota complessiva sul Pil del valore aggiunto dell’industria manifatturiera e dei servizi alle imprese, che in grandissima parte sono diretti ad essa, quanto la quota complessiva dell’occupazione nei due settori, sono aumentati tra il 1991 e il 1999 nei paesi Ue: dal 66.4% al 68% per quanto riguarda il valore aggiunto di manifattura e servizi alle imprese, e dal 57.9% al 58.4% per quanto attiene all’occupazione dei due settori sul totale degli occupati.

Sulla diade competitività & sviluppo ormai si è detto ripetuto anche troppo ma ciononostante acquistiamo ancora la tecnologia all’estero come se fosse un prodotto da banco.

Quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo delle locali Confindutria che, a parte le direttive nazionali, possono intraprendere politiche locali in grado di incidere sensibilmente sulle singole realtà?

Credo che gli imprenditori debbano convincersi che il futuro sia la grande industria, ma non quella tradizionale. Al posto di una grande industria ci devono stare i distretti: un distretto può avere le stesse opportunità e capacità di una grande industria. In 100 si può fare quello che è impossibile fare da sole. R$S, brevetti, infrastrutture, servizi… in un sistema consorziato di distretti si può mettere tutto in comune ed ottenere risultati enormi. Il problema, però, ed è qui che si può operare localmente, è la predisposizione culturale degli imprenditori. Io mi ricordo che quando cercammo di fare il distretto dell’autoveicolare a Torino – che ha una filiera imponente sotto tutti i punti di vista – tutto crollò perché dopo tanto lavoro, alla fine di tutto, c’era la gelosia di ciascun imprenditore dei propri progetti e la mancanza assoluta di capacità di lavorare in squadra, andando oltre i confini della propria azienda. Io stesso sentii, in un’occasione in cui si sera tutti insieme ma non in modo ufficiale “io a quello lì i miei disegni non glieli faccio veder”. Ecco, su questo credo che le locali Confindustrie debbano lavorare seriamente. (mpi)

 

 

Luciano Gallino è professore emerito di Sociologia nell’Università di Torino. Si è occupato a lungo, in differenti ruoli, di trasformazioni del lavoro, di effetti sociali delle tecnologie dell’informazione e di organizzazione delle aziende industriali.

Interviene abitualmente sui quotidiani e nelle riviste di settore in materia di industria.

Il suo ultimo libro è La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi Editore, uscito nel giugno 2003.

 

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