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Intervista ad Angelo Orlando Presidente del Consiglio Regionale dell’Economia e del Lavoro

Siamo fuori dall’Obiettivo 1, Rapporto Interinale e Patto Sociale sono pronti: che cosa accadrà?

Previsioni e anticipazioni sulle scelte future e tempi di revisione del Piano?

Siamo usciti dall’Obiettivo 1 nell’agosto del 1994 e si è presentato subito uno squilibrio nelle modalità di attuazione dell’Obiettivo 2.

Siamo tuttora in una situazione di empasse: solo quando si chiarirà la caratterizzazione del phasing out e solo quando verrà creata una metodologia diversa dall’attuale, si potranno utilizzare al meglio strumenti come quelli dei Fondi Strutturali e delle politiche nazionali e regionali.

Ma che cosa è in termini spiccioli questo fassing out?

Il phasing out, di cui tanto si parla, non sarà più una determinazione quantitativa di massa finanziaria, ma una determinazione di finanziamenti che hanno un indirizzo e delle finalità precise.

Bisognerebbe essere preparati ad avere un alto grado di specializzazione, ma adesso siamo ancora nella fase di definizione delle procedure e dei metodi con la preparazione di documenti unici di programmazione da parte di tavoli di discussione regionali e nazionali.

Non è ancor emerso il modello da seguire.

L’Abruzzo non è una realtà sulla quale si riesce a fare una precisa e netta ripartizione tra zone industriali, urbane rurali o dedite alla pesca; anzi, per la sua specificità ha caratteristiche proprie che determinano vantaggi e svantaggi.

La componente positiva sta nel non avere, su questo tipo di settori, impatti drammatici, mentre il fattore negativo è che, anche se abbiamo un piano di Sviluppo Regionale, il “Piano delle Cento Città “, il Patto Sociale…e chi più ne ha ne metta, non abbiamo un piano d’azione strumentale, vero, pratico.

Non esiste nulla di chiaro e definito e oggettivamente non potrebbe esistere perché la contingenza economica non è positiva.

Dopo la firma dei Protocolli d’Intesa, bisogna arrivare al Patto, alla confederazione, per dare uno spessore progettuale alla stessa trattativa.

Dunque? In che direzione andremo o stiamo andando?

L’obiettivo di fondo è quello del phasing out per il 2000/2005, anche se non è ancora chiaro cosa sia.

Sarà certamente diverso da quello dello scorso anno che è stato poco concreto e dovrà tener conto del progetto dei Fondi Strutturali, insomma il phasing out è come l’Araba Fenice: tutti la conoscono, ma nessuno sa cosa sia.

Il Rapporto Interinale da poco firmato a L’Aquila che cosa è per l’Unione Europea?

E’ uno dei patti concreti per arrivare ad una posizione definita secondo la legge 140 del ’98, che indica come percorso da seguire il tavolo nazionale, regionale e locale quale strumento atto a precisare le definizioni e i rapporti intermedi tra le parti.

Nello specifico di tale documento, si comincia a vedere anche un rapporto con il partnariato privato, ma bisogna fare attenzione per non cadere in un’eccessiva astrattezza

perché la dimensione corporativa che si prospetta è totalmente diversa da quella a cui siamo preparati.

Cosa ne pensa del Patto Sociale?

Sono preoccupato se guardo al meccanismo che si sta instaurando perché vedo un evaporare della politica.

Il problema è che si sta arrivando a definire la logica interna senza avere una visione d’insieme, senza maturare la situazione, accelerando i tempi in maniera eccessiva per poter concludere.

Sono anche preoccupato, essendo un insegnante, delle modalità di interazione tra la scuola e il mondo del lavoro, perché esse rischiano di annullare l’autonomia e la funzionalità reciproca.

In un seminario di studi che il Crel ha tenuto a L’Aquila sui Fondi Struttrali, i punti di vista coincidevano sulla concezione dei rapporti con l’Unione Europea: il problema è quello dei contenuti, del pericolo di generare mere formule astratte che non hanno significato e che non traducono nulla di concreto.

Se lei dovesse dar vita ad un piano per le Politiche Sociali verso cosa sarebbe orientato?

Sceglierei prima i modi di gestione per evitare ciò che sta accadendo oggi: la sovrapposizione di strumenti che rischia di far degenerare la programmazione.

Non esiste nella politica industriale una clausola che regoli la delocalizzazione, inconcepibile in un’ottica di libero mercato.

L’industria esogena non è un dato controllabile: bisogna creare progetti e fare innovazione tecnologica anche nelle piccole e medie imprese, bisogna studiare una modalità nuova per l’industria Abruzzese e prendere in considerazione vari campi perché il progetto di sviluppo economico non può essere monotematico e monofunzionale, ma integrato con il territorio e, al contempo, deve avere delle priorità.

Mi preoccupa molto l’incompatibilità tra i regolamenti della Comunità Europea e la situazione dell’economia italiana.

Per fare un esempio concreto: noi non abbiamo la possibilità di competere con l’agricoltura pianificata del Centro-Nord, non abbiamo una dimensione di riferimento.

Il Piano di sviluppo deve essere quindi revisionato, ma con che tempi?

In tempi piuttosto brevi è necessario capire quale sia il tipo di supporto finanziario e progettuale di cui necessita la nuova azienda del 2000.

Deve essere quindi uno strumento flessibile, adattabile alle esigenze, una sorta di work-in-progress.

Per quanto riguarda la regione Abruzzo, dal quadro tecnico-giuridico ancora non si evince se essa riuscirà a stare nell’Obiettivo 2.

La polemica “se è meglio stare nell’Obiettivo 1 o nell’Obiettivo 2” è sterile.

Generalizzando si può dire che mentre il secondo Obiettivo prevede di sostenere la rifondazione economica e sociale delle zone in difficoltà strutturale, il terzo sostiene la creazione e la modernizzazione di politiche sistemiche, di risorse umane, di formazione e disoccupazione.

La soluzione ottimale è in una posizione intermedia, perché tali parametri sono difficilmente riferibili ad una situazione come la nostra; solo l’integrazione tra gli Obiettivi è la formula necessaria per trasformare la realtà abruzzese.

Bisogna già avere chiare le tipologie di sviluppo per poter, poi, chiedere i finanziamenti.

C’è una soluzione? Secondo lei qual è la strada da percorrere e con quale obiettivo?

La soluzione del problema è principalmente politica, ma è anche una questione di diritto; è quindi necessario giungere a una definizione sintetica delle scelte.

Il Regolamento Europeo ha una norma poco omologabile con la nostra, anzi spesso è in contrasto ecco perché dobbiamo individuare, in un primo momento, le esigenze, le ragioni particolari, ma non ancora un obiettivo.

E’ difficile valutare in linea ipotetica qualcosa che è ancora utopica.

Si devono determinare tra tutti gli attori del Patto Sociale, le priorità per poi reperire il finanziamento regionale; si devono stabilire le esigenze e contemperarle con le normative.

E’ inutile la disputa tra l’Obiettivo 2 e l’Obiettivo 3: è necessario concretizzare.

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