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IN PUNTO DI DIRITTO – Intervista all’avvocato Francesco Carli

Ancora un ricorso. Ancora carta legale per una questione che sembra non concludersi mai. Un decreto, il Mastella, annullato con ben due pronunciamenti, del Tar e del Consiglio di Stato, rispunta e risorge in beffa ad ogni principio dell’ordinamento giuridico.

Siamo punto e a capo a due anni fa?

In un certo senso si perché si è un po’ ripresentata la stessa situazione del ’94. Nell’agosto di quell’anno fu adottato il noto decreto Mastella, che escludeva o ridimensionava fortemente la posizione e i benefici della regione Abruzzo all’interno del sistema della agevolazioni contributive a favore del Mezzogiorno e, ad oggi, è rimasto tutto immutato.

Facciamo un po’ di storia.

Il decreto fu deciso per evitare una sanzione che la Ue minacciava nei confronti dello Stato membro in ragione del fatto che una serie di elementi istruttori e di verifica che la Commissione CEE chiedeva allo stato membro non venivano forniti. La ragione fondamentale di quella scelta, quindi, fu che da un lato c’era stato un inadempimento rispetto alle prescrizioni istruttorie comunitarie, e che, dall’altro, si profilava per noi la minaccia di una procedura di infrazione.

Allora, la domanda che si pose, e che si pone ancora oggi, è perché non si fornì quell’insieme di notizie e di accertamenti in termini tempestivi, ed esaurienti, invece di favorire una decisione così penalizzante e sbrigativa per l’Abruzzo. Probabilmente, fin da allora, la Ue avrebbe avuto un atteggiamento diverso e molto più possibilista rispetto alla questione degli sgravi e, quindi, all’opportunità di adottare una soluzione intermedia.

Questa stessa domanda, trasposta in sede giudiziale, dette luogo a dei ricorsi con i quali si appurò che il decreto Mastella era stato adottato in mancanza dei presupposti che la stessa Coimmissione europea aveva più volte sollecitato, e che, quindi, non era sorretto dalla necessaria istruttoria e da una congrua motivazione. Sulla base di questi rilievi, fu adottato dal Tar un provvedimento di annullamento che solo qualche mese dopo la Presidenza e il Ministero impugnarono chiedendone la sospensione immediata: il Consiglio di Stato rigettò l’appello confermando la sentenza del Tar quasi in ogni sua parte.

Così siamo giunti al ’96.

Da allora nulla più è accaduto: da parte del Ministero del Lavoro non ci fu alcun provvedimento esecutivo della sentenza e le Associazioni di cattegoria sollecitarono un intervento sia in sede politica che con atti di significazione stragiudiziale: notificarono un atto di diffida nello scorso novembre, che non sortì alcun effetto, e inoltrarono al Tar una richiesta di giudizio ottemperanza in virtù della quale il giudice amministrativo avrebbe dovuto nominare un commissario ad acta che si  sostituisse all’Amministrazione inadempiente.

Fu di fronte a questa situazione che nacque il decreto Treu, quello di cui oggi dibattiamo.

Decreto censurabile sotto più profili.

Adottato proprio per eludere la fase dell’ottemperanza, appare sommario e sbrigativo.

Nel contenuto è discutibile, e per questo ne abbiamo chiesto l’annullamento con il ricorso accolto in questi giorni dal Tar, perché ripropone tutti, dico tutti, i vizi del precedente decreto: carenza di motivazione, sussistente nella stessa identica misura, istruttoria assente, ancorché necessaria. Gli stessi identici vizi che esistevano nel ’94, ai quali se ne sono addirittura aggiunti di nuovi. Uno di questi è solo apparentemente formale, perché in realtà incide sulla sostanza: il decreto Treu va ad integrare un decreto, quello Mastella, che non esiste più e che, ormai fuori dal mondo del diritto, non può essere più integrato. Il rispetto delle regole del diritto avrebbe voluto che fosse redatto un provvedimento nuovo, ricostruito e riargomentato in tutti i suoi espetti. E la differenza non è solo formale perché un provvedimento di integrazione di un precedente atto fa rivivere quell’atto fin dal momento della sua adozione, gli riconferisce, cioè, efficacia ex tunc, mentre un nuovo provvedimento svolge i suoi effetti ex nunc, ossia dal momento della sua adozione e per il futuro. E questo è un aspetto rilevante in termini di conseguenze economiche perché così si è data all’Inps la possibilità di ingiungere il pagamento del pregresso con penali, sanzioni e quant’altro.

Dunque, da un punto di vista tecnico abbiamo tutti i presupposti per avere soddisfazione, come negli scorsi anni. Il ricorso amministrativo è fondato.

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