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In libreria “Libia 1911-2015: dalla quarta sponda alla minaccia del Califfato”

E’ in edicola il libro “Libia 1911-2015: dalla quarta sponda alla minaccia del Califfato”.

Salvatore Santangelo: “Il nesso di ‘reciproca indispensabilità’ che unisce Italia e Libia impone una riflessione coerente per definire i pericoli, gli interessi e il ruolo dell’Italia nel teatro libico. Nell’immediato futuro così come nel medio e nel lungo periodo”.

“Libia: Renzi, non mando nostre truppe a farsi sgozzare” (3 maggio 2015); “Libia, dal ‘pronti alla guerra’ di Gentiloni allo stop di Renzi: sei giorni di confusione” (19 febbraio); “Libia, Pinotti: ‘Contro l’Isis pronti anche più di 5 mila soldati'” (17 febbraio 2015).

Nel giro di pochi mesi la politica italiana ha preso nei confronti della crisi libica le posizioni più estreme e ondivaghe e questo mentre le cronache attuali ci riportano quotidianamente notizie preoccupanti sull’espansione e sull’ascesa del Califfato islamico, giunto in questo Paese, da sempre strategico per l’Italia e per i suoi interessi.

Un gruppo di lavoro (coordinato dal prorettore della Sapienza Folco Biagini) con il volume “Libia 1911-2015” (http://www.miraggiedizioni.it) ha provato a dare una lettura che comprendesse anche la dimensione storica e quella geopolitica. Il nesso di “reciproca indispensabilità” che unisce i due Paesi impone infatti una riflessione coerente per definire i pericoli, gli interessi e il ruolo dell’Italia nel teatro libico. Nell’immediato futuro così come nel medio e nel lungo periodo. Nel libro ci sono i contributi di Andrea Cartheny, Gabriele Natalizia, Roberto Reali e Salvatore Santangelo.

In particolare il giornalista abruzzese ha descritto “l’arco di crisi” che tra il 2011 e il 2015 ha travolto la sponda Sud del Mediteranneo, i rischi per l’Italia e le diverse ipotesi politico-militari da mettere in campo.

“La crisi libica – afferma Santangelo – deve essere anche l’occasione per l’Italia per superare finalmente la visione ‘minimalista’ che sta ispirando ‘Triton’: i flussi migratori, che non sono un fenomeno né contingente né di breve durata, possono essere gestiti solo con un orizzonte politico di più ampio respiro e con la piena condivisione da parte di tutti i Paesi della Eu degli oneri e delle responsabilità di questa drammatica emergenza”.

E aggiunge: “Questo stesso protagonismo deve essere esercitato dall’Italia anche nei rapporti bilaterali con tutti i diversi attori (statuali e non) esterni alla Libia, che hanno una qualche ‘influenza’ sulle diverse fazioni in lotta. Questa nuova centralità del nostro Paese si può raggiungere solo se riusciremo a mettere in campo una politica estera – bipartisan – lineare e coerente, che eviti le sbavature cui abbiamo recentemente assistito. L’obiettivo finale resta una risoluzione delle Nazioni unite che consenta – quando ce ne saranno le condizioni – l’ingresso in Libia di una forza multinazionale a sostegno delle ricostituite istituzioni libiche. Tale forza dovrà avere una chiara connotazione araba e africana. Non deve e non può essere l’Italia (né tantomeno l’Occidente) a gestire militarmente il possibile intervento sul campo: ne deriverebbe una lettura neo-coloniale. Al contrario, il nostro Paese deve porsi alla guida di tutte le iniziative politiche e di intelligence possibili”.

Il tutto appunto nella consapevolezza che i destini dei due Paesi sono intimamente legati.

 

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