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Il territorio non è un “prodotto”, lo sviluppo non è (solo) “consumo”

di CARLO SALONE*

 

 

I territori competono sulla base di vantaggi assoluti. Marketing territoriale, sviluppo del territorio, politiche dell’offerta territoriale: sono alcune delle formule oggi più ricorrenti nei quotidiani d’informazione economica. Anche sul piano della manualistica, la fortuna editoriale del marketing territoriale è un fatto non trascurabile, che riflette una domanda di conoscenza “tecnica” cui l’offerta formativa universitaria cerca di dare risposta.

Questo successo può essere letto da due ottiche differenti: da un lato, come segno della debolezza degli approcci tradizionali di politica economica allo sviluppo regionale e locale; dall’altro, come l’effetto della pervasività delle logiche “aziendalistiche” nell’economia contemporanea.

Vorrei tuttavia evitare di impelagarmi in discussioni sulle appartenenze cultural-accademiche dell’approccio in questione, per concentrare invece l’attenzione su alcuni “fatti”, dai quali si possono ricavare alcune riflessioni di carattere generale sulle politiche.

Uno di questi fatti, forse il più dirompente, è rappresentato dall’affermarsi di vincoli sempre più stringenti nella competizione territoriale basata sui vantaggi comparati. In altre parole, l’affermazione secondo la quale un territorio troverà sempre un insieme di beni in cui ha un “vantaggio comparato”, anche se non vi sono beni in cui abbia un “vantaggio assoluto”, appare sempre meno sostenibile nel contesto di un’Europa allargata e tendenzialmente omogenea in termini di regolazione politico-economica.

Ciò significa che territori “inefficienti” non possono correre ai ripari con misure di aggiustamento tradizionali come la svalutazione del cambio e la riduzione dei salari, per due insiemi fondamentali di ragioni:

1)       l’unificazione dei regimi normativi e fiscali,  l’unicità dei prezzi dei beni d’importazione alla scala nazionale e, per buona parte d’Europa, la presenza della moneta unica; a maggior ragione nel caso di territori infranazionali, privi di competenza su questi aspetti;

2)       gli effetti negativi che quelle misure di aggiustamento finirebbero per avere sul reddito reale e sul potere d’acquisto interno.

 

Allora, un approccio di marketing territoriale fondato prevalentemente sulla competitività dei prezzi – valuta debole, costo del lavoro e costi fondiari bassi – non può avere vita lunga, come sembra dimostrare la traiettoria declinante di alcuni distretti industriali italiani che hanno privilegiato questa linea “minimizzante”, anziché puntare sulle alleanze strategiche, sull’investimento in ricerca, sulle funzioni di internazionalizzazione.

 

A quali condizioni è opportuno adottare un approccio di marketing territoriale?

 

Nell’impostazione “aziendalistica” il marketing territoriale è una tecnica derivata dalla dimensione operativa dell’impresa. Esso si riferisce al processo grazie al quale i prodotti e/o i servizi vengono concepiti in modo da soddisfare i bisogni o i desideri percepiti di specifici consumatori individuati come obiettivi.

Detto in modo banale, applicate ai luoghi queste categorie comportano il fatto che i territori possano prendere la forma di prodotti; che essi possano essere venduti sul mercato e acquistati da soggetti interessati a “consumarli”, e che essi possano essere progettati tenendo presente i gusti di quei consumatori.

In realtà, i sistemi locali – città, distretti industriali, aree metropolitane ecc. – sono “oggetti” molto più complicati.

Anzi, politiche di promozione territoriale che aspirino al successo non devono considerare i territori come oggetti, come destinatari di azioni che li manipolino per renderli appetibili per una presunta domanda globale, bensì valorizzarli come soggetti attivi, come attori collettivi che si riconoscono in una visione collettiva del proprio futuro e perseguono questo obiettivo anche con tecniche di promozione ispirate alla cultura d’impresa.

Semplificando, politiche di promozione del vantaggio competitivo territoriale dovrebbero agire congiuntamente su due componenti:

 

1)       il sistema economico locale (fattori, struttura produttiva, esternalità):

 

–         mercato del lavoro qualificato;

–         presenza di capitale di rischio;

–         infrastrutture materiali di livello adeguato (capaci di assicurare un’efficiente mobilità interna al sistema e adeguati collegamenti tra questo e le reti sovralocali);

–         presenza di una struttura produttiva fortemente integrata (fornitori efficienti, imprese collegate e concorrenti), sia all’interno del sistema (filiere produttive locali) sia all’esterno (integrazione con cluster regionali);

–         capacità innovativa del sistema economico locale nel suo complesso, attraverso meccanismi di apprendimento, produzione/riproduzione della conoscenza (investimenti delle imprese nell’innovazione, rafforzamento delle attività degli istituti di R&S);

–         un’atmosfera “urbana”: l’offerta residenziale di qualità e la presenza di amenities urbane (cultura, sport e tempo libero) costituiscono elementi importanti nelle scelte localizzative delle imprese “innovative”;

 

 

2)      il sistema decisionale locale:

 

–         efficienza “tecnica” del governo locale: tanto nelle procedure autorizzative quanto nella predisposizione di strumenti tecnici di pianificazione strategica e nella programmazione dello sviluppo economico;

–         flessibilità e creatività della pubblica amministrazione nella strutturazione dei percorsi decisionali, attraverso il ricorso agli strumenti del coordinamento interistituzionale e della cooperazione con gli attori economici;

–         capacità innovativa e di apprendimento del sistema decisionale nel suo complesso;

presenza di istituzioni intermedie capaci d’incanalare e strutturare la domanda di qualità territoriale (di localizzazioni, di infrastrutture ecc.).

 

In un’economia basata sulla conoscenza e sulle competenze, il gioco competitivo non premia quei sistemi territoriali capaci di offrire a prezzi più bassi ciò che già altri possono dare, bensì quelli che sono in grado di interagire con la domanda globale offerto un insieme irripetibile di “capacità localizzate”, fatte di risorse materiali ma, anche e soprattutto, di intelligenza e saper fare impresa e istituzioni.

 

 

* Dipartimento Interateneo Territorio
Politecnico e Università di Torino

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