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Il profilo dell’economia abruzzese ed aquilana

di RODOLFO BERARDI*

I risultati ottenuti dall’economia regionale nel corso degli anni fanno ritenere che essa abbia un buono stato di salute. Da anni infatti essa consegue ritmi di crescita piu’ vivaci di quelli ottenuti dall’economia italiana nel suo complesso.

Questi risultati tuttavia non pare che abbiano comportato quella maturità e solidità del sistema economico regionale tale che esso possa ritenersi, come si usa dire , auto propulsivo, capace cioè di autosostenere il proprio sviluppo.

In effetti all’economia abruzzese ed al sistema produttivo su cui essa si fonda, in particolare, e’ mancato soprattutto un processo di crescita in cui le componenti forti del sistema (come l’industria moderna) abbiano trovato una piena e concreta integrazione con il proprio sistema endogeno caratterizzato piu’ sui fondamentali settori tradizionali. Questo si evidenzia in particolare da numerosi aspetti contraddittori che si colgono nell’evoluzione e nelle componenti strutturali del sistema economico regionale.

Una prima evidente contraddizione emerge dal contrasto tra la crescita che consegue l’economia nel tempo con i risultati economici decisamente positivi quali il Pil e l’export, e la contestuale perdita dell’occupazione degli investimenti e della stessa competitivita’ sui mercati. E’ questa tuttavia una diretta conseguenza di una specifica caratterizzazione del sistema produttivo regionale basata da una parte su un segmento moderno e ben congegnato, costituito da industrie anche fortemente tecnologizzate di tipo esogeno, e dall’altra parte da uno strato diffuso di attivita’ basate su unità di piccole dimensioni, poco tecnologizzate e operanti prevalentemente nei settori tradizionali.

Questa doppia caratterizzazione peraltro ha trovato due modi diversi di proporsi sul territorio generando di fatto due distinti processi; uno in cui si è comunque sviluppata una integrazione con il sistema locale e un secondo processo in cui le imprese esogene sono rimaste avulse dall’ambito locale senza nessun riflesso o ricaduta sul territorio.

Piu’ precisamente le situazioni più favorevoli hanno riguardato gli insediamenti sviluppatisi nelle tre province costiere nelle quali una buona dotazione infrastrutturale e strutturale ha in qualche modo favorito il fiorire di iniziative endogene comunque legate ai sistemi esterni ma tuttavia autonome e ben integrate tra di loro che, tra l’altro, sono riuscite a produrre effetti autopropulsivi di rilevante portata come e’ il caso piu’ recente, nella Val di Sangro.

Diverso è stato invece quanto è avvenuto nella provincia dell’Aquila dove gli insediamenti produttivi, anche di rilevante dimensione, non sono mai riusciti ad avviare effetti indotti sia per le specifiche produzioni sia per le modalità con cui si realizzano restando di fatto a tutti gli effetti dipendenti dall’esterno.

Cio ha fatto si che mentre sulla costa una diffusa integrazione del sistema produttivo comunque veniva apportando una serie di benefici con la formazione di nuove iniziative, nuova occupazione e soprattutto con la formazione di un tessuto insediativo ben articolato ed infrastrutturale, in provincia dell’Aquila la crescita dell’economia è passata attraverso un generale depauperamento di tutto il territorio montano con la perdita di attività tradizionali tipiche e perdita di popolazione con un conseguente processo di polarizzazione che ha comportato un complessivo aumento dei costi sociali connesi ai fenomeni di urbanizzazione incontrollata che ne sono derivati.

Oggi, a distanza di venti anni, da quando la provincia dell’Aquila veniva ancora considerata la provincia piu’ ricca d’Abruzzo, ci troviamo che essa ha la maggiore disoccupazione con più del 15,6% di riscritti alle liste di disoccupazione rispetto alla popolazione (46.000 in assoluto) mentre le altre province hanno valori tra 11,7 e 12,6, con un reddito pro capite che è il più basso rispetto a tutte le altre province e con il sistema economico piu’ gracile considerato che ha il minore numero di aziende attive ( appena 17.000 contro le 20/21.000 che hanno le altre province), e la maggiore prevalenza di micro aziende.

Anche sotto altri aspetti la provincia dell’Aquila appare decisamente svantaggiata come la scarsa connessione interna a causa delle carenti condizioni infrastrutturali o lo svantaggio conseguente alla inadeguatezza delle dotazioni strutturali che la rendono inidonea per la localizzazione di nuovi e appropriati insediamenti.

A riguardo sono emblematici i casi delle aree industriali di Sulmona e dell’Aquila che, dopo l’avvio con i grandi insediamenti non hanno avuto lo sperato decollo con un diffuso ed articolato processo insediativo da parte della piccola industria.

Ha fatto eccezione in parte la Marsica ed in particolare la Valle del Turano che ha forse fruito del vantaggio conseguente alla vicinanza da Roma.

Tra i tratti problematici che presenta l’economia regionale nella sua interezza, lo svantaggio che soffre l’economia aquilana, per le sue carenze e per i suoi ritardi, rappresenta sicuramente quello di maggiore rilevanza , tenuto conto soprattutto delle questioni che questi aspetti implicano sul piano politico-programmatico oltre che sociale ed economico.

L’economia regionale e’ oggi un’economia a due velocità e direi anche a doppia caratterizzazione:

– quella montana che ristagna a causa delle intrinseche debolezze strutturali, per mancanza di investimenti e nuove iniziative

-quella collinare e costiera che man mano va conseguendo risultati nel processo di integrazione con le varie realtà territoriali.

Il dualismo dell’economia abruzzese già evidenziatosi nel corso degli anni meno recenti e’ comunque destinato ad accrescersi con l’accentuazione delle diversita’ territoriali e dei conseguenti squilibri tra aree interne e rimanenti fasce del territorio che sono una delle cause della intrinseca debolezza dell’economia abruzzese nella sua interezza.

Le prospettive in tal senso non lasciano ben sperare considerato che le strade che si vanno percorrendo sono assolutamente diverse. Mentre da una parte, e non può essere altrimenti, si va sviluppando un consistente processo di infrastrutturazione ed un potenziamento dei sistemi insediativi produttivi e dei servizi lungo tutta la fascia adriatica, sul versante interno si va diffondendo un atteggiamento ecologistico in cui si parla sempre più di sviluppo (in particolare sostenibile) ma che di fatto non comporta nè nuove iniziative nè cambiamenti.

Il rischio che si corre è che tutto l’Abruzzo interno, soprattutto per la inadeguatezza delle infrastrutture, vada isolandosi progressivamente perdendo le fondamentali connessioni con i territori più sviluppati di entrambi i versanti accentuando da una parte il grado di dipendenza dall’esterno e perdendo progressivamente le ridotte potenzialità di sviluppo che ancora possono essere messe in gioco.

Non bisogna dimenticare che le tre realtà urbane dell’Aquila, Avezzano e Sulmona hanno ambiti territoriali in cui ci sono spazi di intervento non indifferenti considerato soprattutto le potenzialità insediative delle aree industriali in esse presenti.

Resta il fatto, tuttavia, che queste stesse aree sono svantaggiate, rispetto a quelle presenti sui territori esterni per i potenziali utilizzatori, in un panorama ampio ed aperto quale quello attuale, soprattutto causa di migliori connessioni, offrono opportunità per economie di scala non indifferenti.

Sotto questo profilo alle aree interne puo’ essere ridato slancio solo se cambiano fattori e condizioni di intervento; possibilità queste che si possono verificare solo con opportune politiche il cui obiettivo sia quello di ridare competitività a queste aree. Competitività non solo attraverso adeguate azioni di infrastrutturazione per migliorare le connessioni territoriali all’interno e con l’esterno, ma soprattutto attraverso patti e grandi intese sulle quali le istituzioni e le parti sociali possono basare le loro azioni per promuovere e sostenere lo sviluppo.

 

* Vice Direttore del CRESA dell’Aquila

 

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