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Il nuovo piano idrogeologico della regione Abruzzo mette in ginocchio le imprese: un fulmine a ciel sereno che pagheremo tutti La fine dei Nuclei Industriali

di Ezio Rainaldi

Confindustria L’Aquila

 

Da febbraio di quest’anno i Nuclei Industriali non sono più industriali. Si perché l’attributo “industriale” può destinarsi ad un’area nella quale si può costruire o ampliare un insediamento, certo non ad un’area vincolata. Ebbene, con la delibera del 29 gennaio scorso, la Regione Abruzzo ha redatto un nuovo piano idrogeologico con il quale ha rivisto e rimodulato i parametri di pericolosità dei terreni prossimi alle acque, ed ha sancito, per farla breve, la non edificabilità di quasi la metà del Nucleo di Pile. Lo stesso destino, o quasi, lo hanno avuto gli altri Nuclei.

Certamente la Regione ha ottemperato ad un dovere al quale era chiamata da almeno dieci anni (!), cioè verificare e dettare regole circa la pericolosità degli alvei fluviali, ma colpisce come un nucleo d’improvviso possa cessare di essere tale. Nessuno mette in dubbio la necessità di prevenire e proteggere il bene comune da catastrofi prevedibili, ma non è accettabile che un’Amministrazione Pubblica si comporti come il “gallo della zia Checca”, quello che si mette sempre in mezzo senza riuscire mai a comprendere quale sia il suo posto e il suo perché. L’Amministrazione Pubblica, per definizione, porta ordine, regole certe e definite, chiare e conoscibili a tutti, non autorizza la costruzione di un Nucleo Industriale, sul quale investe e fa investire miliardi, per poi partorire una leggina che in sordina smantella tutto.

Ma di cosa si parla, allora, quando ci si riempie la bocca di concertazione, di condivisione, di vision, di pianificazione dello sviluppo, di vocazioni territoriali, di promozione del territorio? Paroloni di cui nessuno comprende il senso, stando a quanto accade.

E’ un fatto, che un piano di sì grande portata avrebbe dovuto coinvolgere tutti, avrebbe dovuto far emergere la questione in tutta la sua poratata, era compito della Regione chiamare le associazioni di categoria e dire: “abbiamo un problema”: perché il problema c’era e c’è, ed è gravissimo. E gravissimo è il metodo con il quale si è deciso di fare fronte, di bassissimo profilo tecnico e teorico. Possiamo anche dire che la causa del mancato “indirizzo politico” riposa nel fatto che la nostra Regione è decapitata (che l’Abruzzo è senza Giunta perché è stata temporaneamente trasferita presso la casa circondariale è sulla cronaca nazionale), ma a me pare, invece, che il fulcro sia proprio nel mal funzionamento della macchina burocratica, che vive uno scollamento totale dalla realtà pratica, quella produttiva, che fa Pil, che paga gli stipendi, che dà lavoro. Le Regioni che funzionano, che sanno cosa sia un marketing territoriale, che promuovono lo sviluppo individuando vocazioni ed eccellenze, si siedono al tavolo con i rappresentanti delle categorie interessate da ogni singolo procedimento di indirizzo politico e con esse concordano, dibattono, affrontano le questioni. Dalle nostre parti, invece, il concetto di condivisione delle scelte e delle regole non esiste, è come vivere nel medioevo: da sudditi. E non si tratta neanche di osservare la questione dal profilo della “teoria democratica”, verticalità o orizzontalità del rapporto autorità-cives, quanto di voler fare sviluppo o no, di voler decidere cosa fare da grandi o restare a pascolare come ragazzi che marinano la scuola.

Inutile chiedersi dove fosse il Sindaco del Comune dell’Aquila quando la delibera è stata pubblicata, è stata in “vacatio” i sessanta giorni utili per la modifica, è entrata in vigore, ed è stata discussa in sede di Conferenza dei servizi lo scorso 11 ottobre. Una iattura, come pure il commissariamento ancora in corso dei Nuclei, le agevolazioni ormai svuotate dell’87.3.c, il piano del commercio, i parcheggi nelle aree commerciali.

Inutile chiedersi se questa Regione vuole perseguire lo sviluppo industriale o qualcos’altro, sarebbe una domanda da rivolgere solo ad un adulto.

 

 

 

 

 

 

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