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IL DOPPIO BINARIO

Già nell’ottobre ’97 abbiamo espresso alcune riflessioni sulla questione delle 35 ore.

Concludemmo un articolato ragionamento così:

“A chi anacronisticamente vorrebbe imporci il confronto su questioni che introducono elementi di ulteriore rigidità e che quindi, francamente, appaiono di retroguardia e anche un pò demodé, noi non dobbiamo rispondere con l’istinto barricadero.

Dovremmo invece lucidamente avanzare le migliori proposte di modelli di lavoro e di sviluppo più in linea con il futuro prossimo che con il passato remoto”.

Scrivemmo anche: “Noi imprenditori, però, oggi abbiamo l’opportunità di trasformare una questione, quella delle 35 ore, finora mal posta e mal gestita, in una occasione importante per giocare il nostro ruolo di modernizzatori del mondo produttivo e, quindi, dello società.

Abbiamo di fronte la possibilità di proporre nuovi modelli organizzativi di lavoro che diano finalmente spazio alla flessibilità necessaria ed in grado di dare risposte alle diversità dimensionali, di settore e localizzazione, che ormai caratterizzano in modo evidente la nostra realtà.

La sensazione che avverto è che il sistema imprenditoriale non ha necessità di deprimere la propria competitività e di essere, proprio per questo, indotto ad aumentare gli investimenti in automazione”.

E ancora: “In un tale quadro non hanno ragioni di esistere, e ancor più non ne avranno, soluzioni di tipo ‘universale’ “.

Quando scrivevamo questo, si era appena avviato il dibattito sulla questione 35 ore che, nelle ultime settimane, ha ripreso vigore proprio perché autorevoli personaggi sono tornati sul tema.

Tra i più importanti ne scegliamo due.

Il primo è il Governatore della Banca d’Italia Fazio che, a Napoli sabato 24 gennaio, nel corso del convegno FOREX, ha rivolto un appello ai sindacati, alle imprese e al governo: ” E’ necessario un abbattimento del costo del lavoro per unità nelle regioni economicamente più arretrate, dove sono alte e crescenti la disoccupazione giovanile e l’economia sommersa. Eliminare le rigidità nei rapporti economici tra datori di lavoro e dipendenti, che impediscono alle retribuzioni e alle altre condizioni contrattuali di adeguarsi alla produttività e alla domanda di lavoro”.

Nello stesso giorno, stavolta in terra d’Abruzzo, a Chieti,  Cesare Romiti interviene all’Università D’Annunzio dichiarando, riguardo alle 35 ore: “Una proposta assurda che avrebbe l’effetto di aumentare il costo del lavoro, di ridurre la competitività, ma soprattutto di incoraggiare gli investimenti labour-saving, l’esatto opposto di una politica per l’occupazione”.

Abbiamo scelto questi due interventi oltre che per la loro autorevolezza, anche perché confermano la validità della nostra impostazione dello scorso ottobre. E dunque, se la strada che individuammo già allora è condivisa da personaggi che recitano ruoli di primissimo piano nell’economia nazionale, adoperiamoci in tutti gli ambiti possibili perché le nostre ragioni siano ascoltate anche a Roma. Sulla questione delle 35 ore, flessibilità e abbattimento dei costi del lavoro nelle regioni economicamente più arretrate si gioca il futuro del nostro sistema produttivo e quindi del Paese.

Non dobbiamo e non possiamo permetterci di flettere su dette questioni, sarebbe come imboccare una strada senza ritorno.

E se ci è consentito, un’ultima riflessione: nel momento in cui il governo dichiara di intraprendere la via liberista sul commercio e sull’annunciata liberalizzazione del commercio (abolizione delle licenze, delle tabelle merceologiche e degli orari fissi), potrà lo stesso governo permettersi di essere dirigista sulle 35 ore ?

La domanda resta aperta. Se però la risposta dovesse diventare affermativa, ci troveremmo di fronte ad una non esaltante prova di coerenza.

Un doppio binario, per l’appunto.

 

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