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Il 10% delle aziende a rischio insoluti

L’analisi sul livello di rischiosità delle imprese italiane realizzata da CRIBIS D&B evidenzia come le imprese con una rischiosità media sono cresciute di 9 punti percentuali nell’ultimo anno e a settembre 2010 rappresentavano il 46% del totale. Le grandi imprese meno rischiose delle piccole.

Tra settembre 2009 e settembre 2010 la percentuale di imprese italiane con una rischiosità media di generare insoluti commerciali nei confronti dei propri fornitori nei 12 mesi successivi al periodo di osservazione è cresciuta del 9%, arrivando al 45,95% del totale. A queste va aggiunto un altro 9,99% di imprese per le quali il livello di rischiosità è addirittura alto. Allo stesso modo, sono praticamente dimezzate (dall’11,84% di settembre 2009 al 5,66% di settembre 2010) le imprese con un basso indice di rischiosità. A dirlo è CRIBIS D&B, società del gruppo CRIF specializzata nella business information, che ha realizzato uno studio sul livello di rischiosità commerciale (cioè, di ingenerare insoluti commerciali) di tutte le imprese italiane, fotografando la situazione al settembre 2010.

Livello di rischiosità (a settembre 2010)

Nell’analisi CRIBIS D&B le imprese sono state ordinate su una scala da 1 a 100 e i risultati raggruppati in 4 macro categorie: rischiosità bassa, medio-bassa (ovvero inferiore alla media), media e alta.

A settembre 2010 appena il 5,66% delle imprese italiane presentava una rischiosità bassa, mentre il 38,40% risultava avere una rischiosità medio-bassa. Per il 45,95% dei casi, come abbiamo visto, si è invece osservato un livello di rischiosità nella media mentre quasi un’impresa su 10 (il 9,99% per la precisione) risultava decisamente rischiosa (rischiosità alta).

Il trend dell’ultimo anno è sostanzialmente in linea con i due precedenti: dall’inizio del 2008, infatti, la percentuale di imprese con un livello di rischiosità medio-bassa si è ridotta, mentre la classe con rischiosità media è cresciuta notevolmente, soprattutto tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010. Invece, la percentuale di imprese ad alto rischio si mantiene stabile.

Trend del livello di rischiosità

Attualmente il Nord Italia presenta una maggiore concentrazione di imprese a rischiosità bassa (quasi l’8% del totale, 2 punti in più rispetto alla media nazionale) e allo stesso tempo una percentuale minore di imprese con rischiosità elevata (rispettivamente 6,16% per il Nord Est e 7,93% per il Nord Ovest). Trend opposto per Sud e Isole, dove la quota di rischio elevato raggiunge il 13,70% del totale, a discapito della rischiosità bassa che non supera il 3,17%.

Per quanto riguarda i settori merceologici, dall’analisi di CRIBIS D&B emerge che l’industria estrattiva e il comparto dei servizi finanziari presentano un maggior numero di imprese a rischiosità bassa (oltre il 16% del totale), mentre il settore che mostra la percentuale minore di imprese con una rischiosità bassa è l’edilizia, con appena l’1,25% del totale. Nel commercio all’ingrosso troviamo addirittura il 17% di imprese ad alta rischiosità, percentuale che scende drasticamente al 4,3% nell’agricoltura.

Un altro elemento che incide molto sul rischio di insolvenza è la dimensione aziendale. Le grandi imprese (oltre i 250 dipendenti e i 50 milioni di fatturato) presentano una rischiosità inferiore – oltre il 28% del totale presenta, infatti, una rischiosità bassa e solo il 6% si colloca nella fascia ad alto rischio – mentre le imprese micro e piccole (sotto i 50 dipendenti e i 10 milioni di fatturato) mostrano un livello di rischiosità elevata che supera il 9% del totale. Infine, solo il 5,04% delle microimprese si colloca nella fascia a bassa rischiosità.

“Specialmente nei momenti di difficoltà economica aumentano i rischi e le incertezze, per cui diventa fondamentale conoscere meglio le imprese con le quali si fanno affari – afferma Marco Preti, amministratore delegato di CRIBIS D&B –. L’integrazione tra patrimonio informativo interno dell’azienda, le business information e i modelli di scoring consente di monitorare la rischiosità del proprio portafoglio clienti, valutarne l’evoluzione nel tempo e fare previsioni a breve e medio termine. Per questo – continua Preti – ogni impresa dovrebbe integrare le proprie informazioni interne con business information e indicatori di rischio che consentano di cogliere i cambiamenti e le criticità prima che si traducano in bilanci non positivi o, peggio, in procedure in corso. Molti problemi potrebbero essere gestiti per tempo e in modo preventivo. In uno scenario complesso come quello attuale, è quindi essenziale che le imprese adottino efficaci politiche e procedure di risk management che, attraverso strumenti adeguati, consentano di conoscere in maniera approfondita i partner commerciali, sia italiani sia esteri, con i quali instaurano rapporti commerciali, in modo da contenere le insolvenze e mantenere in equilibrio le esigenze di sviluppo del business con quelle di salvaguardia del cash flow. Allo stesso modo, sarà determinante un’oculata gestione del credito verso i clienti e della DSO (ovvero il Day Sales Outstanding) che indica il numero di giorni mediamente necessari per incassare un credito e rappresenta un elemento fondamentale della gestione del capitale circolante e, quindi, della capacità della azienda di autofinanziarsi.

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