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I vincoli finanziari frenano la crescita delle Pmi Il nanismo è un male da estirpare: ci vuole una svolta nella mentalità imprenditoriale ed un sistema creditizio forte

di ANTONIO CAPPELLI*

 

Ad oggi dovrebbe risultare ormai chiara alle banche l’importanza delle Pmi, soprattutto a fronte di casi del tipo Parmalat, che hanno insegnato quanto sia rischiosa la grande impresa e quanto, invece, sia opportuna la diversificazione del portafoglio rischi. Portafoglio che, per le Pmi, si mostra nei tempi recenti di qualità quanto mai accresciuta. Eppure, questa nuova credibilità vale poco nel sistema creditizio, visto che le Pmi continuano ad imbattersi in reiterate crisi di liquidità, a causa delle quali ogni fase di crescita commerciale e industriale si perde inesorabilmente, con evidenti ripercussioni su territorio e banche.

Sento troppo spesso i nostri Associati lamentarsi delle difficoltà di accesso al credito e della mancanza di una relazione di tipo collaborativo con il sistema bancario. E non posso dar loro torto, anche se, bisogna ammetterlo, qualche volta essi stessi non fanno che deteriorare una condizione già difficile. Infatti, da una parte abbiamo imprenditori “spalmati” su un numero diversificato di banche (che dovrebbero marcatamente ridurre) a causa del timore di non vedere finanziata la nuova impresa, o di un ulteriore razionamento del credito, o della perdita del proprio potere contrattuale (cosa che nei fatti genera più costi di negoziazione che veri risparmi sul conto economico) e, qualche volta e in aggiunta, con situazioni patrimoniali non ancora soggette alle regole della trasparenza; dall’altra parte, gestori del credito in difficoltà, di fronte alla nuova figura della banca quale impresa di rischio.

In un tale contesto, che appare difficile soprattutto per una scarsa ed inadeguata comunicazione, mi sentirei di suggerire l’adozione di un lessico e di figure maggiormente comprensibili ed accessibili all’imprenditore (come, per esempio, la formula della “visibilità del magazzino”, che corre tra fornitori e clienti), affinché si addivenga a quel rapporto di trasparenza e visibilità dell’intimità dell’azienda, che sia la base per la necessaria condivisione di programmi reciproci tra banca e impresa.

E’ evidente, infatti, che se la banca non sostiene i nostri piani industriali, i nostri progetti di internazionalizzazione, la nostra crescita in innovazione… non condanna solo noi e lo sviluppo del territorio, ma mortifica la sua stessa ragion d’essere. Sarebbe necessario, per evitare mali e frustrazioni comuni, che banca e impresa concordassero sull’opportunità, nonché sulla quantificazione, del valore di un piano finanziario collegato ad un piano industriale, e ne verificassero costantemente l’andamento, apportando pure gli eventuali correttivi in itinere; piuttosto che tirarsi fuori dal rischio ripiegando sulle comode garanzie reali e personali, o sulla trasformazione delle scadenze dell’indebitamento bancario da breve a medio termine.

Immagino che così molti imprenditori, soprattutto i piccoli e i nuovi, a volte poco esperti e scarsamente preparati, troverebbero finalmente la consulenza di cui hanno estremo bisogno per gestire anticipatamente il rischio insito nelle tappe di crescita industriale e commerciale, senza con questo imbattersi in una pericolosa crisi di liquidità, come purtroppo accade quotidianamente.

Del resto, è pur vero che le banche tirano fuori da gran parte delle Pmi loro clienti un modesto fatturato unitario, e che le stesse sembrano molto poco sensibili alla rinuncia di parte del loro potere negoziale su tassi e condizioni, in cambio di una migliore qualità nei servizi e di maggiore consulenza. Ma la conoscenza è come il giudizio, chi più ne ha più ne metta: gli imprenditori vanno formati con un percorso niente affatto lungo e tortuoso, basta cominciare… per arrivare. Tuttavia per fare questo la banca deve riqualificare il personale del suo sistema, per colmare l’odierna difficoltà di valutare le prospettive delle imprese e le loro opportunità di business e, in generale, per sviluppare la capacità di dare valore aggiunto ai servizi offerti. Solo così la banca troverebbe anch’essa le ragioni per accordare il credito su base pluriennale, al contempo valorizzando il proprio patrimonio di conoscenze nonché gli strumenti del suo rating, divenendo la banca di riferimento e mettendo a pieno regime il processo di monitoraggio creditizio attraverso la frequenza dei controlli.

E’ dunque arrivato il momento che il panorama venga innovato: e se è vero che occorre un cambiamento culturale del modo di fare impresa, è altrettanto vero che è la banca a doversi fare attrice della reinterpretazione di un rapporto nuovo. Rapporto nel quale le Pmi si vedano accompagnate in un processo di sviluppo verso la gestione finanziaria di se stesse, e verso un soddisfacimento necessario dei bisogni formativi degli imprenditori, intraprendendo quel cammino di “alfabetizzazione finanziaria” di cui tanto necessitano.

*Direttore Confindustria L’Aquila

 

 

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